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Le BiELLE RECENSIONI
Daniele Sepe: "Una banda di pezzenti"

A rischio di strangolamento, tentiamo: Sepe è jazz!
(ma nessuno sa bene di cosa si tratti)
di Antonio Piccolo

E’ il Sepe di sempre. E’ indefinibile. E’ tutto e non può essere ricondotto ad una sola parola, ma neanche una sola espressione. Ma visto che bisogna dare una bussola a chi legge e il cd non l’ha ascoltato, è necessario tentare un abbozzo di definizione, incanalamento, catalogazione citando il nome di qualche genere musicale (so che Daniele Sepe mi strozzerebbe).

Introduciamo prima: bisogna avere il coraggio delle proprie opinioni, del proprio passato e della propria storia per fare un disco così indifferente alle impietose leggi del mercato. Bisogna averlo anche per impegnarsi sul fronte del prezzo: come quasi tutti i suoi cd questo costa 8 euro, anche se questa volta non è pubblicato con Il Manifesto ma con Rai Trade ed Helikonia, e si trova nelle edicole con il mensile “Indie - La musica indipendente”. Daniele Sepe di questo coraggio ne ha a non finire, e continua ad uscire imbattuto dalle partite che tutti noi, quotidianamente, giochiamo con la coerenza. Prova ne sia che in questo disco si dà voce agli immigrati - con la musica e le bellissime immagini del booklet - “non in quanto oggetti di una ricerca, quanto come soggetti di una realtà nuova con la quale abbiamo da confrontarci”, come scrive Aniello Barone (l’autore delle foto interne) nella sua introduzione contenuta nel libretto.

Ci sono altre cose che possiede a non finire: la cultura e la tecnica musicali. Il suo sedicesimo album - che contiene sette tracce per 65 minuti - ne è un’ennesima prova lampante, l’ultimo dei suoi viaggi musicali, che fanno tappa in paesi e continenti diversi, attraversando mari ed oceani, scalando montagne, abbattendo barriere.
Comunque, se proprio vogliamo metterci l’anima in pace, diciamo che Daniele Sepe è jazz. Se non altro perché ce lo suggerisce lui stesso in copertina, completando la frase che ha per soggetto “Una banda di pezzenti” con “tenta di suonare una musica che si chiama jazz ma nessuno sa bene di cosa si tratta”. Ma anche perché il jazz stesso è una commistione di ingredienti diversi, caratterizzata da un po’ di improvvisazione e una comunicatività immediata. Ragazzi, questo è proprio Sepe!

Un altro carattere che gli è proprio è quello dell’umiltà: infatti, questo cd è partorito anche con Marzuk Mejiri, percussionista tunisino da lui scoperto già con “Nia Maro”, che è coautore e cantante di quattro brani. Quattro brani che potremmo azzardare a collegare ad un “arabian jazz”, perché sono scritti in arabo: poche parole, accenni, atmosfere amplificate dall’intensità della voce di Mejiri e poi tutta musica. Musica ricca e superbamente arrangiata, dove brillano le soluzioni ritmiche di basso e batteria, e si intrecciano i sax di Sepe e fiati in genere, supportati da piani rhodes ed effetti di tastiera sapientemente modulati. C’è una dolce malinconia nel lamento notturno di un amante per l’amata, come in “Maweel” (“Oh Layla, abbi pietà di me! Oh bella mia, amarti è la mia arte”); c’è “Ial ghali”, dove ecco che il piedino di chi ascolta prende vita propria e inizia a muoversi da solo, la testa è autonoma nell’accompagnare cinque note scandite ciclicamente e la chitarra di Franco Giacoia, in un amore, stavolta, di un’amante per l’amato (“ho amato chi non mi ricambiava, ma non ti dimenticherò. Ho amato chi non mi ricambiava come il ferro che non diventerà mai bronzo”); c’è “Alif je sultani”, una canzone sull’abbandono (“l’abbandono mi uccide, lo sguardo mi cattura. Ho perso la regina dei fiori”); c’è “Bush è bugiardo”, un reggae jazzato che ricorda un po’ “Mercy, Sonny” del precedente album, allegro, incazzoso e derisorio (“non ascoltate le sue menzogne, voi che navigate in un mare di ingiustizia, fermatevi, lasciatelo solo con i suoi peccati”).

L’altro personaggio importante di questo lavoro è la già familiare Auli Kokko, splendida voce svedese che da tempo lavora con Sepe. L’affetto viscerale e lodevole per la musica popolare è portato ai soliti alti livelli: rielaborano i tradizionali “Passa l’aucieddi e pizzica la rosa” (calabrese), “Canto di zolfara” (siciliano) e “Canto alla montanara”. Come sempre è una boccata d’aria moderna per questi brani, chiusi senza ossigeno in cassetti della memoria scarsa di poche persone. E “Canto di zolfara” sembra uscito ieri. Ma con la dignità, la grinta e il fascino che poche delle cose uscite ieri hanno.

Daniele Sepe
"La banda dei pezzenti (tenta di suonare una musica che si chiama jazz, ma nessuno sa bene di cosa si tratta)"

Rai Trade Helikonia - 2005
Allegato alla rivista "La musica indipendente"

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Ultimo aggiornamento: 27-11-2005

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