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Le BiELLE RECENSIONI
Radicanto: "La corsa"

Il difficile equilibro tra canzone d'autore e tradizione
di Giorgio Maimone

Tornano i Radicanto a tre anni di distanza dal bellissimo e struggente "Lettere migranti". Tornano con un lavoro diverso, che, seppure mantiene ovviamente legami col precedente, in realtà se ne discosta non poco. Tornano dopo una serie di altre attività che hanno contemplato la nascita del gruppo satellite dei Tabulé, di cui fanno parte Piepoli e De Trizio (assieme a Claudio Prima), le tourneé con Teresa De Sio e con lo spettacolo Craj che hanno interessato ancora De Trizio e qualche cambiamento nell'impostazione del gruppo, anche se la formazione è rimasta la stessa.

Troviamo infatti ancora Enzo Granella alla voce e chitarre; Fabrizio Piepoli alla voce, cori, riqq e duff; Giuseppe De Trizio che al mandolino, e alla chitarra classica ha aggiunto la stratocaster; Vittorio Gallo resta ai sassofoni, Pierpaolo Martino al basso e Daniele Abbinante alla batteria. Infine Adolfo La Volpe suona ora bouzouki e chitarra elettrica. Sul piano compositivo però De Trizio firma otto canzoni su dodici (due sono rielaborazioni di tradizionali), due le firma Abbinante e quattro Granella (di cui tre rielaborazione di brani tradizionali).

Se la cifra resta sempre quella di costituire un ponte tra passato e presente, la presenza delle chitarre elettriche e sufficiente indice di uno svolta cantautorale in chiave rock che, fondamentalmente convince, anche se ha meno appeal di quanto ne aveva il disco precedente. Per scendere nel dettaglio, ne "La corsa" ci sono più canzoni che mi piacciono e che si staccano dalle altre: come ad esempio "Miezz'a mare" con quell'inizio così alla Modugno ("vope spare lutrine scorfene cèrnie cazze de rè / tracine traule naccaridde capitoni e cefali / Mare Ionio Golfo di Taranto / Mar Piccolo e Mar Grande") o "Libero", non a caso scelto come singolo e come sigla del sito (www.radicanto.it) o ancora come "La corsa", come in fondo è dovuto a una title track! Ma l'atmosfera globale dell'altro disco era più coinvolgente.

Forse accentua questa sensazione di frammentarietà, anche la dicotomia del disco che parte con cinque brani in italiano e si chiude con sette brani dialettali, tra cui cinque rielaborazioni da canzoni tradizionali. E' come sentire due dischi al prezzo di uno! Ma in genere uno preferisce scegliersi da solo i dischi da miscelare, piuttosto che accettare come normale la discrasia all'interno di un album solo.

Peraltro non è che i due lavori, anzi le due parti dello stesso lavoro, vadano clamorosamente in contrasto tra loro e non basta una chitarra elettrica in più per "segnare" incontestabilmente (né nel bene né nel male) un album. Diciamo però che la seconda parte offre più chance di giocare con la musica, mentre la prima tende a rinchiudersi dentro schemi precostituiti che, da un lato occhieggiano agli episodi migliori del progressive (o della fusion derivata) e dall'altra si richiamano direttamente al lavoro dei cantautori. E il nome che viene in mente è quello di Fossati.

"Nello specchio di una moderna radice musicale - dicono i Radicanto - come quella italiana in bilico tra novecento e duemila, aspetti rimossi come le passioni, la leggerezza, la poesia ma anche le guerre, i deliri e le ossessioni occupano il centro della scena, diventando chiavi di lettura essenziali per comprendere un'epoca storica complessa e contraddittoria, che continua a produrre effetti sul presente".

Potrebbe far parte di una certa ansia di cambiare per evitare di restare congelati nell'immagine di gruppo di musica popolare (rischio peraltro non concreto, la cifra stilistica dei Radicanto è netta) e in questo caso ogni desiderio di evoluzione è benvenuto. D'altra parte non si può restare a cantare di migranti per tutta la vita! Peraltro i testi sono ben scritti, anche ora che virano più sul vissuto personale, ma bisogna evitare di cadere nelle trappole del pop che occhieggia dietro "Il tempo che mi basta", canzone bloccata in un tempo immobile, ma non di oggi. A volte guardare indietro può anche essere un modo per fare salti più lunghi in avanti.

D'altra parte, come ci ha detto Giuseppe De Trizio, il gruppo era ben cosciente di quanto stava facendo: "il nuovo cd dei Radicanto che tanto ha drenato le orecchie dei nostri amici provando (soprattutto i critici) attraverso un racconto musicale "schizofrenico" come giustamente annota l'amico attento Guido Festinese, attraverso due facce,
due passaggi: l'italiano ed il vernacolo, quel che rimane (in noi) del folk, (la cui dimensione che mi appartiene è quella di essere un pretesto per dire, tradizione e tradimento), e, finalmente, a pieni polmoni la mia faccia e bocca di autore, quello che meglio mi riesce di fare, la mia dimensione"
. Insomma, i Radicanto sono da ascoltare e da tenere d'occhio: in questo disco li troviamo forse a metà di un guado, ma è un guado d'autore. Diamo fede.

Radicanto
"La corsa"

Cni - 2005
Nei negozi di dischi o sul sito CNI

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Ultimo aggiornamento: 14-11-2005

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