| Fascino
che viene da altrove
di Leon Ravasi
Che
un cantante che si chiama Oliviero Biella trovasse prima o poi la
strada per essere pubblicato su Bielle sinceramente ci stava. E
ammettiamolo pure il primo interesse che ha suscitato in noi è
stato per il nome. Quell'interesse imperscrutabile che fa sì
che alcuni dischi trovino subito la strada del lettore cd e altri
si smarriscano nei molteplici labirinti della vita o dell'udito
(ma anche vista e tatto fanno la loro parte). Oliviero, in questo
caso le azzecca tutte: l'album, per tradurlo in categorie semplici
e comprensibili, è veramente bello. Fascinoso, ammaliante,
caldo, invasivo. Un album che ti gira intorno e impregna l'atmosfera
e poi, col fascino sottile di una mattina di nebbia, trova gli spiragli
per entrarti dentro. Che musica è? Popolare? Canzone d'autore?
Jazz? Contaminazione?
Di sicuro tra gli strumenti ci sono uno liuto arabo, le tabla, un
bansuri, una ribeca, un clarinetto turco, un kaval, un nay, una
musette. Strumenti solo in parte conosciuti: la ribeca, ad esempio
è uno strumento ad arco medioevale di piccola taglia e dal
suono più acuto che deriva dal rebab arabo. Il bansuri è
un flauto indiano di bambù, mentre la musette è uno
strumento a fiato francese simile alla cornamusa, il kaval è
un flauto etnico di origine balcanica, di frequente utilizzo nel
jazz francese. Il nay, infine, è un flauto libanese. Si intuisce
da questo la musica? No, ma se ne assaporano le spezie: è
un po' come leggere una ricetta. E il cuoco, in questo caso, è
dannatamente bravo!
Oliviero Biella non è né giovane, né di primo
pelo nel mondo musicale, ma tuttavia questo è il primo disco
intestato a suo nome anche se i musicisti coinvolti nel lavoro sono
dodici (!), in pratica una piccola orchestra, che non si è
mai riunita tutta insieme, ma che ha contribuito a creare il suono
di questa "orchestra ideale" come la definisce lo stesso
Oliviero. Su 10 brani, per un totale di 48'13" solo quattro
sono cantati. Gli altri sono strumentali, ma suonati così
intensamente da riuscire a comunicare suoni e atmosfere più
che con le parole. Così "Dialoghi",
uno degli strumentali, sembra davvero discorrere con te e "Tempo
sospeso" è perfettamente in linea con quanto
preannunciato dal titolo. Infine, esempio di come per fare una canzone
di denuncia non serva perdersi in parole, "Mine antiuomo"
è uno strumentale di struggente bellezza, accompagnato
da una continua lallazione della voce che dialoga col bansuri.
Oliviero Biella fa tutto lui: scrive, compone e canta, concedendosi
solo due adattamenti: da Jacques Prevert, la sua
"Paris at night" diventa "Parigi de nocc"
e "Tre canti giudaico-spagnoli", materiale
tradizionale arrangiato da Biella. Il dialetto di "Parigi de
Nocc" dovrebbe essere il bergamasco, visto che la zona di attività
di Biella è a Bergamo e dintorni.
La sua scheda, presso il sito di Ethnosuoni
recita così: "musicista eclettico, polistrumentista,
eccellente compositore, ricercatore, etnomusicologo, diplomato in
chitarra classica e animazione musicale partecipa alla creazione
di molti progetti musicali tra i quali "Magam", uno dei
primi gruppi folk-revival nati in Lombardia. È stato poi
protagonista di varie altre esperienze da quella di Bandalpina a
quella della Compagnia strumentale Tre violini".
Dicono sia world music. Non lo so. E nemmeno mi interessa mettere
il cappello di un'etichetta: è musica senza confine è
musica liquida che viene da un altrove che mi sembra maladettamente
vicino. Sono note ed accordi che mi risuonano dentro e sono voci
(maschile, la sua, e femminile, quella di Gabriella Mazza)
che ti sanno parlare e prendere dal lato giusto. In particolare,
oltre a "Mine antiuomo", anche "Miriam, amata"
è tutta retta sulla voce di Biella che vocalizza soltanto,
ma riempiendo ogni possibile spazio di significati. Questa è
musica che "fa bene": fatta bene, per palati ed orecchie
gentili che vogliono riuscire a distinguere strumento da strumento,
suono da suono, inflessione da inflessione.
Resta da parlare dei testi, soprattutto dei due originali: "Fantasmi"
e "Figlio che verrai". "Fantasmi"
sono coloro che vengono da oltre il mare "ma la sfortuna mi
colpì/ ed un dì fantasma diventai". E' chiaramente
la storia comune a tanti emigranti, espressa con toni semplici e
pacati, quasi riuscendo a rendere pensieri formulati in altra lingua
e tradotti quindi in italiano. "Figlio che verrai" è
una dolce ninna nanna-canzone d'attesa, d'ambientazione jazzy, che
si concede immagini tenere come "sento il tuo profumo / sa
di latte e miele" o "gattonando tra le corde / entri dentro
la chitarra / quella tana suono e culla / ti addormenta dolcemente.
Bello il disco e bella la copertina. Peccato che dischi simili,
più sono belli e meno sono destinati a girare. Invertiamo
la tendenza una volta tanto: comprate e fate comprare Oliviero Biella!
Si sa mai ... pol das!
Oliviero
Biella
"Accade - "Pol das"
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aggiornamento: 19-09-2005 |