| Magie
tra Oriente, Mediterraneo e il prog-rock anni '70
di Leon Ravasi
Gira
e rigira, quando tra i nomi di copertina ti capita di imbatterti
in Mauro Pagani vale sempre la pena di prestare più attenzione.
Non perché necessariamente sia lui a fare cose magistrali,
ma perché, grazie anche al tempo passato, al fiuto più
volte dimostrato, all'esperienza e alla sensibilità artistica,
è quasi impossibile trovare Mauro Pagani coinvolto in un
brutto lavoro. E succede anche questa volta. Il contributo di Mauro
è minimo per quanto efficace (suona il violino in tre canzoni),
ma il progetto Indaco sta in piedi benone e ci offre l'ultimo grande
disco di questa estate discontinua, se vogliamo, ma non improvvida
di belle canzoni.
Il brodo di coltura da cui emergono gli Indaco, peraltro,
ha molto in comune con quello di Mauro: Rodolfo Maltese,
chitarrista ed autore degli Indaco, nasce nel Banco del Mutuo Soccorso,
da dove passa anche Pierluigi Calderoni (batteria).
Se poi aggiungiamo che tra gli ospiti ci sono Francesco
Di Giacomo e Tony Esposito, Enzo Gragnaniello e Antonello Salis,
Andrea Parodi (ex Tazenda) e Lester Bowie,
il quadro si fa più definito. Gli altri titolari della formazione
sono il percussionista (fondamentale il suo apporto!) Arnaldo
Vacca, Luca Barberini al basso, Carlo Mezzanotte
alle tastiere, Gabriella Aiello, voce e Antonio
Magli, tastiere (questi ultimi due però non hanno
partecipato al disco).
Dall'incontro tra Maltese e Mario Pio Mancini,
violinista, bouzoukista e altro autore del gruppo, sono nati gli
Indaco, ormai da una decina d'anno (tutti dischi editi dal Manifesto
Cd a 8 euro, ente sempre più benemerito a favore della buona
musica d'autore). Il primo disco è una autoproduzione che
data addirittura 1991, dal titolo, per l'appunto di "Indaco",
il gruppo non c'è ancora, e i singoli partecipanti si firmano
come Mario Pio Mancini, Rodolfo Maltese and the New Ensamble. Nel
1995 è la volta di "Flying with the Chakras"
e, come si può inuire dal titolo segna una virata verso la
new age. Nel 1997 esce "Vento del deserto".
Nel 1999 escono con "Amorgos", la cui
title track chiude anche Porte d'Oriente. Nel 2000 è la volta
di "Spezie", un live. Seguono cinque
anni di silenzio, interrotti da "Terra maris"
del 2002, unico album non del Manifesto e infine Porte d'Oriente
che è un po' una sorta di "greatest hits" di brani
che vengono comunque dal passato, unito a due inediti (se non vado
errato): "Salentu" e "Father
P.".
La musica degli Indaco è un miscuglio molto interessante
di armonie indiane, suoni mediorientali, contaminazioni mediterranee
e rimembranze di quello che fu il prog-rock degli anni d'oro. Potrebbero
essere elementi di scontro, di possibili collisioni pericolose,
di frizioni vicine al kitsch, che invece viene miracolosamente evitato.
Lo stupore nasce dall'equilibrio che riesce a crearsi da costruzioni
così vicine al barocco, ma, effettivamente, come l'architettura
barocca che semplicemente "non poteva stare in piedi"
e poi dura da secoli, così anche i canti e le musiche di
Indaco, pur sfiorando pericolosi sprofondi, restano sempre validi
e in piedi. Da questa solida fragilità nasce la meraviglia.
Disco
"barocco" quindi. Nel senso etimologico della "perla
impura", della bizzarria stravagante ed eccentrica, del tentativo
di emozionare e coinvolgere lo spettatore. Un disco che è
prodotto dell'immaginazione col fine di esercitare l'immaginazione,
perché dal superamento del limite si possa arrivare a persuaderci
che qualcosa di non reale possa diventare reale. Anche questo melange
sonoro che arriva dall'India alle regioni celtiche. D'altra parte,
proprio nella presentazione del disco gli Indico precisano che "gli
steccati dei generi, in cui si è soliti confinare la musica,
dissezionandone il respiro e la forza" a loro stanno stretti.
Fino all'obiettivo di creare "una sorta di zona franca della
buona musica, con la porta sempre aperta verso altre esperienze".
Non è un disco di facilissimo ascolto, non da ombrellone
o da tormentone estivo. E forse a qualcuno l'eccessivo puntare su
termini new age (qui abbiamo Kundalini e Mantra) potrà dare
fastidio, ma fortunamente non ci sono quasi mai parole ad accompagnare
i suoni e quando ci sono le parole seguono orbite dinamiche che
si rifanno alle tradizioni popolari più che alla new age.
"Salentu", "Il volo del gabbiano", "Father
P." e "Amorgos" i brani più coinvolgenti.
Indaco
"Porte d'Oriente"
Cd Manifesto - 2005
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aggiornamento: 18-08-2005 |