| Progetto
IG, "il perché delle emozioni, perché nascono
e muoiono
..."
di Cosimo Pacciani
Cinque
ore di macchina da Milano a Longiano, altre cinque da Longiano a
Firenze, complice un colpo di sonno che mi fa dormire due ore in
un parcheggio sopra Barberino di Mugello. Forse sei punti della
patente persi da qualche parte nel reggiano. Tutto questo per IG.
Mio padre direbbe che esser bischeri è una malattia endemizzante.
IG,
Ivana Gatti e Gianni Maroccolo. Una sigla per un progetto che sta
assumendo il contorno vago ed insieme deciso di un collettivo, di
un'espressione di un coacervo di anime e di animali. Giusto per
citare i PGR. E giusto per giusto, anche io mi sento parte del progetto,
di questo essere mutante nato come spazio per la melodia che nasce
dalla fantasia di Ivana, resa musica da Gianni ed un coacervo di
musicisti. Coacervo o composto ensemble di musica moderna. Brandelli
di PGR, Marlene Kuntz, Caravane de Ville, Litfiba. Il ritorno di
Antonio Aiazzi, due quinti dei Litfiba storici. Un gentiluomo in
disguise.
il gruppo
si chiama IG. Come il codice aeronautico della Meridiana, la linea
aerea che collega Firenze con Parigi, Londra, Barcellona. La Firenze
degli anni '80, la Londra dei '90, la Parigi dei '50 e la Barcellona
di oggi. IG si nutre di varie anime, l'elettronica leggera che si
potrebbe definire volgarmente trip-hop, un miscuglio di suoni sintetici,
analogici e veri.
Legni suonati,
batterie con effetti, tastiere onnipresenti, ritmi jungle e fisarmoniche
che ricordano certi arrangiamenti del suono IRA Records. Senza contare
frasi spagnoleggianti, giochi di parole e rilassamenti quasi à
la Gainsbourg (l'inedita "Capra sotto
la Panca" alla fine).
O il primo
sperimentare di Battiato (quello di "iloponitnatsoc"
o come si chiamava).
Tutto questo
per dar un'idea confusa dei suoni. Che poi si adagiano, entrano
e danno eco alle canzoni di Ivana Gatti. Melodie a volte semplici,
a volte intricate e complesse. Modelli? Nessuno, racconta Ivana
dopo il concerto, con il suo sorriso scoraggiante e rincuorante
insieme. Nessuno, penso io. Le canzoni di Ivana sono canovacci aperti
di esperienze/esperimenti sulla sua vita, sulle sue storie, filtrate
attraverso immagini. A chi ascolta il compito non troppo arduo di
leggerle. Una donna attraverso gli anni difficili della maturità.
Della crescita che diventa evidenza piuttosto che necessità.
La voce di Ivana un altro motivo per ascoltarla. Spazia da un sussurro
ad un grido, falsetto ed acuto. Una descrizione precisa di emozioni.
Ancora una volta. Dove le canzoni partono da a, si spostano da h,
per poi ritornare a b. Canzoni che esplodono, quando meno te lo
aspetti.
Penso a
"Troppo", "Resta", "Giallo", "Padri".
Penso all'emozione di "Josephine", dedicata
a Giuni Russo, che diventa una specie di giga irlandese
alla fine, cum suoni elettronici. Difficile non vedere in IG una
specie di lancio in stile sommesso e placido (ma avventuroso - chi
conosce Gianni sa di cosa parlo) di un progetto italiano che ricalca,
suo malgrado od in modo ignaro, il modello di "supergruppi"
come i Broken Social
Scene, i Notwist, 13th and God, Go-Team etc.
Supergruppi per modo di dire, giacchè non ci sono musicisti
famosi dentro, ma musicisti veri. Gente che sceglie l'Aurelia Vecchia
piuttosto che l'A12 per spostarsi lungo i tracciati dei sapori musicali.
Ma che lo fa su un furgone da venti posti, dove tutti cantano in
coro, ognuno con una storia stupenda e minima da raccontare. La
cena dopo il concerto è la cosa meno rock che si possa immaginare,
come una famiglia attorno al tavolo di Natale. E questo si vede
sul palco.
Gente che sa,
comunque, dove si nasconde il segreto della forma canzone, ma che
sa far dilatare i polmoni delle canzoni, dandogli code strumentali
ed armonizzate dalla voce di Ivana. Gli arrangiamenti sono eccelsi,
fra le cose migliori che ho sentito uscire dai tempi di Kodemondo
dei CSI in poi.
Il concerto
a Longiano, borgo malatestiano con più chiese
che bestemmie, è questo. Un'introduzione compartecipata,
esauriente e tenera di questo nuovo viaggio. Compartecipazione eclettica,
che ogni canzone nuova che arriva esplora non solo nuovi angoli
dell'anima di Ivana, ma porta con sè un cachet di nuovi suoni
ed idee in fieri.
Sul palco,
Ivana è al centro, quasi isolata, circondata da barriere
di tastiere, batterie, percussioni, davanti il pubblico. L'archetto
minaccioso del violoncello e il basso di Gianni come a fendere il
desiderio di Ivana di abbracciare i suoi colleghi di palco. Ivana
al centro. Ma tutti gli altri ad assecondare il rito sacrificale
che lei compie, sacrificio di se stessa. Una bella presenza di scena,
urbana e gitana allo stesso tempo, sicuramente ancora da sviluppare
al 100 per cento, ma già una personalità. E di questo
siamo tutti grati agli dei, che IG e la sua musica ci dica già
tanto ora che è appena nato alle scene. Una speranza ottima
per il futur, dove quello che ci vediamo di fronte è dannatamente
già buono, inedito e malcapitato in Italia, che in Inghilterra
un gruppo così lo porterebbero in televisione da Jolls Holland
subito e lo farebbero remixare ai Bloc Party ed
a William Orbit. IG, una cosa rara come un bimbo
che nasce e che dice subito mamma e babbo, mela, arancia e forza
fiorentina. Forza Firenze. Il roseto del Piazzale Michelangelo,
dove Ivana, bresciana di nascita, è un innesto pregiato ed
unico.
Penso tanto
più che a Giuni Russo a Margo Timmings,
la cantante dei Cowboy Junkies, alla sua voce che
può essere, nella sua dolcezza, uno strumento di ferocia
incredibile. Come Ivana, vestite di abiti che svolazzano, lo sguardo
innocente e sereno. Ma che quando ti danno un bacio, ti aspetti
sempre che abbiano un coltello in mano per infilzarti al cuore.
Progetto IG,
"il perché delle emozioni, perché nascono
e muoiono non lo sappiamo e non lo sapremo mai"
( Diaframma "il profumo delle rose"
)
"And people keep saying you are miles from your
home" (Cowboys Junkies - Miles from home)
Ivana
Gatti e Gianni Maroccolo
"Ig"
River Nile/ Ala Bianca - 2005
Solo on line sul sito Ala
Bianca
Ascolti
collegati
Ultimo
aggiornamento: 28-11-2005 |