| Buon
disco con difetto di sincerità
di Leon Ravasi
Avrebbe
tutto per piacere. E' un disco che suona bene, che si ascolta con
piacere, rilassante e ammaliante il giusto. Ma più lo ascolto
e più mi pongo il problema che ogni disco degli Agricantus,
fin dai primi, mi fa più o meno lo stesso effetto. E, purtroppo,
è questo che spiace, è una sensazione di artefatto,
di lavoro in qualche modo concepito per essere "piacione",
come un bel gattone persiano che fa le fusa, bello da vedere, armonioso
nel suo muoversi, fascinoso e altero, ma non in grado di dare l'unghiata
risolutiva.
Questa è, pari pari, la sensazione che dà
"Habibi", ennesimo lavoro di un gruppo valoroso che dal
1989, attraverso 13 dischi, ha dato lustro alla musica di confine
e alle mescolanze tra culture differenti. E anche "Habibi"
è un disco che si inserisce nel solco di lavori analoghi
come "Stari Most" di Stefano Saletti e della Piccola Banda
Ikona (disco a cui partecipa Mario Rivera, bassista degli stessi
Agricantus) o "Controentu" di Raffaello Simeoni o "Dea"
degli Isola o, ancora, "La via delle sete" dei Nuklearte,
ma contrariamente a quelli (e segnatamente ai primi due) "Habibi"
non ha la stessa carica emozionale.
E' vero che si tratta di un lavoro, in un certo senso anomalo all'interno
della produzione del gruppo siciliano: solo due sono le canzoni
nuove ("Habibi" e "Anima"
(bella!), mentre "Ciavula", "Occhi chi nascinu"
e "Teleja" sono presentati in nuove versioni
che poco tolgono, ma anche poco aggiungono alle versioni originali.
Se vi piacevano continueranno a piacervi, se vi dicevano poco prima
continueranno a dirvi poco ora. In più in questo lavoro viene
data visibilita’ ad alcuni percorsi particolari, che non hanno
coinvolto tutto il gruppo nel suo insieme, ma che sono il frutto
di progetti discografici individuali: Mario Crispi con "Mari
niuru", Mario Rivera con "Su dilluru"
una elaborazione "drum&bass"di canti tradizionali
della Sardegna e Welt Labyrinth, un duo formato
da Tonj Acquaviva e Rosie Wiederkehr.
Quindi, gruppo riunito e percorsi laterali. Ma complessivamente
si sente che è un disco al quale manca l'urgenza. L'urgenza
di esprimersi, la sensazione e la volontà di avere qualcosa
da dire. Senza tirare un invisibile "pilota automatico"
che traghetti il disco verso le soglie dell'ispirazione più
o meno intensa, della meditazione più o meno densa. Scorrere
scorre: "Panta rei", figuriamoci se non scorre "Habibi"!
E se fosse la prima volta che ascoltate gli Agricantus (gruppo,
peraltro, benemerito proprio di questa specifica deriva del folk
revival) potrebbe anche sembrarvi una rivelazione.
In caso contrario sembra un po' come ascoltare il terzo disco consecutivo
di Ravi Shankar! Ma come? Mi era così tanto piaciuto in "Concert
for Bangla Desh"! Com'è che dopo la terza ora di sitar
mi sento, come dire, un po' stanchino? ("Forrest Gump"
- ndr). E gli assoli di liuto di John Dowland? E i dischi rinascimentali
di John Renbourn? Ecco, l'effetto è quello. Tanta patina
e meno sostanza. Senza nemmeno l'appiglio che stiamo ascoltando
qualcosa che ha fatto la storia.
Insomma, serve l'ennesima parafrasi Fantozzesca per dire che Habibi
"è una boiata pazzesca"? No, anche perché
non è vero. Ma non è fresco, non è vitale.
E' mozzarella Santa Lucia, dove una volta stava la mozzarella di
bufala, è cibo precotto per ascoltatori disattenti, è
un torto che gli Agricantus fanno a se stessi e alla loro storia
gloriosa. E' "Penthouse" rispetto ad avere a che fare
davvero con una donna. Magari coi brufoli o le tette cadenti, ma
donna vera. "Habibi" non suona vero. Suona come un prodotto
molto ben confezionato!
Agricantus
"Habibi"
CNI - 2005
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aggiornamento: 19-10-2005 |