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Le BiELLE RECENSIONI
Paolo Conte: "Live Arena di Verona"

Novità, scrittura e ri-scrittura
di Alessio Lega

…è che ha un modo di dire le cose che ti fa ingoiare tutto!
Persino l’apertura del concerto, testimoniato da questo CD/DVD, con la sua canzone più dolcemente misogina: ”Sì, sì d’inverno è meglio/la donna è tutta più segreta e sola/ tutta più morbida e pelosa /…/sto trafficando beato me/ sotto un fruscio di taffetà/ e mi domando in fondo se/ mentre lei splende sul sofà/ d’inverno, d’inverno/ non sia anche più intelligente” è giù incisi musicali incantevoli e sempre nuovi....


Dunque è uscito il nuovo Conte, il che è sempre un evento; in questo caso un evento leggermente oscurato dal fatto che solo l’anno scorso si pubblicava l’attesissimo lavoro inedito in studio, ma io attendo e mi stupisco non meno per ogni novità contiana, come era stato per l’appena precedente "Reveries", raccolta di materiale studio, ma in larghissima parte ri-scritto (spiegherò poi perché preferisco questa dizione a ri-arrangiato) e registrato per l’occasione.

Ora, appunto, con un album di canzoni inedite a fare da intervallo, ricomincia la paziente, folgorante opera di continua revisione a cui da vent’anni Conte sottopone le proprie canzoni, un lavoro le cui tappe possono essere rintracciate in Concerti (1985), Paolo Conte live (1989), Live in RTSI (uscito nel 2001, ma registrato nell’88), Tournée (1993), Tournée 2 (1998), Reveries (2003), e appunto questo Paolo Conte in Arena che, unico nel suo genere, mi prende, m’innamora e mi fa attendere i live di Paolo Conte come una mappa negli spostamenti continui di punti di vista con cui l’autore scava nei propri pezzi di modo che appaiano quasi sempre in una luce nuova, e sempre – sembrerebbe impossibile – più belli.

In realtà nei primi tempi (e per i primi dischi dal vivo) il mio gusto era soprattutto quello di sentire i classici Bartali, Genova per noi, ecc… cantati con la sua “nuova voce” [la voce di Conte conosce due epoche, la prima quella urlata e raffreddata, sicuramente interessante e incisiva, ma per cui molti lo ricordano come stonato, e la seconda, che consiste in un parlato roco, un po’ afono (ma intonato) e in una gestione delle entrate e una fraseggio quasi bebop (bella capriola sul suo accompagnamento che rimane piuttosto swing), che ne fanno uno dei cantanti più imitati (e sotto questo aspetto dannosi) degli ultimi lustri]. Poi in un concerto (credo) del ’93, riscoprii Madeleine, un pezzo a cui non avevo prestato, nella versione discografica, molta attenzione, e che invece lì mi apparve nella sua immensità, con quell’arpeggio per cui non riesco a trattenere il mio entusiasmo fisico.

È da allora che aspetto ogni nuovo disco dal vivo con trepidazione, per riscoprire i brani che forse già avevo amato, ma che sempre più a fondo precipitando, esecuzione per esecuzione, nell’anima dell’autore rinascono più grandi: cos’è diventata Eden a quindici anni dalla sua prima pubblicazione? La secchezza delle pennate di chitarra che la scandisce, quanto potrà scavarne la ferita?
E (piccolo piacere sadico) quanti chitarristi può uccidere quel monumento inarrivabile che è Diavolo rosso?
Oggi non si può più semplicemente dire che i pezzi di Conte siano cantati o suonati in maniera sempre più interessante dal vivo, ma bisogna proprio comprendere come queste pubblicazioni svelino cose nuove, come si svelano cose sempre diverse in quella stessa cattedrale che Monet ha dipinto a tutte le ore del giorno in una celeberrima serie di quadri.
Così, esecuzione per esecuzione, ho l’impressione che Conte assottigli la maschera costante della sua ironia, per far prendere aria al cuore; la cosa a me risulta straziante come un sapore d’infanzia (appunto, di madeleine), straziante come un primo amore.

Le canzoni in cui questo è già evidente come dato di scrittura sono spesso quelle con pochissime parole e molta musica: la musica permette di svelare molto di sé senza tradirsi, permette di esprimere un’emotività malata senza doversene troppo vergognare, pensate a Max (o a Hemingway, purtroppo non presente in questo live), ma a volte, forse per disattenzione, gli sfuggono anche canzoni come Gioco d’azzardo o Elegia, fortunatamente qui riproposte.

A proposito di “tutta questa musica”, vige la leggenda – accreditata dall’autore stesso, ma noi ce ne freghiamo! - che Paolo Conte sia più un musicista che un “cantautore propriamente detto” (le virgolette stanno ad esprimere tutta la distanza che m’è possibile esprimere da questa fessissima definizione), e questo in seguito alla riflessione che l’”avvocato” esprime un ottimo dominio della scrittura musicale. Se il fatto che Conte sia un gran musicista mi pare inappellabile, la sua grandezza consiste proprio nel far entrare a pieno titolo la scrittura e la ri-scrittura musicale nel tessuto letterario di citazioni che compone il suo mondo.

Credo appaia patente che Paolo Conte sia un artista mitteleuropeo, ne ha tutte le caratteristiche: l’ironia, la nostalgia, l’esotismo, il rimpianto di un futuro già vecchio, la passione per l’oscura anima ancestrale del jazz, la disillusione per le soluzioni collettive, che davanti al tradimento modernista delle capitali, ha eletto la provincia (la sua: Asti) a eden, a cantina di memorie culturali, a deposito di 78 giri fruscianti un brio antiquato.
Ecco a me pare che l’originalità di quest’artista sia di riuscire a trasformare la musica, e, a ben sentire, i suoni e i timbri stessi, in “fatto letterario”, attraverso un complesso sistema di richiami (non dimentichiamo che è un esperto collezionista e che ha partecipato anche a un quiz internazionale in Norvegia).

Al contrario, per insistere su questa mia tesi, mi pare che le parole siano per lui il vero fatto musicale, per la capacità quasi unica a essere, già in origine, un narratore per frammenti, poi un lirico che per troppa timidezza fa l’ironia, oggi decisamente l’eccelso paesaggista della lingua italiana.
In questo rovesciamento consiste una delle più belle rivoluzioni che la canzone del nostro paese abbia subito per suo merito.
Grandi musicisti jazz o innamorati del jazz, l’Italia – non moltissimi – ma ne ha avuti: Kramer, Luttazzi, Buscaglione o Carosone.
Di Paolo Conte c’è solo questo e il mondo ce lo invidia.

Paolo Conte
Live Arena di Verona

Atlantic/Warner - 18 novembre 2005
2 CD 19,99 - 22,50 euro
1 DVD 22,90 - 25,90 euro
Nei negozi di dischi e su internet

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Ultimo aggiornamento: 07-12-2005

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