| Alla
Grande Guerra con dobro e pedal steel. Ottimo disco, ma ...
di Giorgio Maimone
E'
un buon disco? Sì, ma ... E' una buona idea, anzi ottima.
Sì, ma ... E' quasi perfetto, uno dei dischi migliori dell'anno.
Sì, ma ... E' un album "sì, ma...", credo
che sia la miglior definizione possibile. Tante buone intenzioni,
tante buone realizzazioni, ma anche qualche ciambella non riuscita
col buco esattamente al centro. Chiarimoci subito: prima di passare
all'ascolto critico, c'è qualcosa che già non gira
al primo ascolto normale, da pur fan di Bubola. Poi, ascolto per
ascolto, in effetti il disco cresce e affascina. Bubola è
autore di grande classe e ha comunque dato alla canzone d'autore
italiana più di quanto gli venga universalmente riconosciuto
(e su questo non sa darsi pace).
Cosa sono i "ma", allora? Cosa c'è che
gira, ma solo fino a un certo punto? Partiamo da cosa gira e cosa
funziona: le musiche. Bellissime e suonate con grande competenza
e calore. Solo strumenti acustici (almeno quelli in rilevanza) e
nemmeno una grande orchestra dietro: un piccolo combo affiatato
(le 5 persone della Eccher Band, ossia Bubola e il fedele pard Michele
Gazich, folletto del violino, più Simone
Chivilò, chitarre e dobro, Edu Hebling,
basso e Moreno Marchesin, batteria) che si conosce
a memoria e conosce a memoria gli stilemi su cui queste canzoni
si sviluppano. Che sono quelli del country-rock. Con qualche influsso
celtico e una spruzzata, ma non più di tanto, di folk italiano.
Disco che avrebbe potuto essere registrato a Nashville, senza tuttavia
acquistare questa brillantezza di suono. Ascoltato in cuffia il
disco disvela ancora meglio tutto il suo potenziale musicale. Note
cristalline, intarsi di strumenti di assoluta bellezza, ogni suono
al suo posto, per un ascolto che è piacere distillato.
La
seconda cosa che funziona è l'idea, anzi, le idee che qui
dentro stanno. Dedicare una sorta di concept album alla Prima Guerra
mondiale e farlo utilizzando anche le canzoni del repertorio popolare,
i famosi "canti degli alpini" a cui restituire dignità,
togliendoli dai brutti cori delle gite in montagna, per reclamare
la loro importanza come patrimonio culturale della musica popolare
italiana. In fin dei conti in America è prassi consueta riprendere
brani che risalgono ai tempi della guerra di Secessione e riattualizzarli
in vario modo. Vogliamo ricordare che anche Bob Dylan ha inciso
due dischi di canzoni antiche? Idee vincenti quindi, tanto più
che Bubola ha sempre amato quel periodo ed ha scritto alcune delle
più belle canzoni di guerra che abbia mai sentito.
Nell'ultimo capitolo del "Cavaliere Elettrico/Personaggi"
c'era "La frontiera”, una delle ormai
classiche “war songs” di Bubola: “Anni di guerra
e fame, mesi di fango e neve / oltre quel monte vedremo le onde
del grano da tagliare / dalle colline vedremo la fine del nostro
tribolare”. Ma classiche “war songs”, erano anche
“Andrea”, “Eurialo e Niso”, “Annie
Hannah”, “Rosso su verde”, più
l’interpretazione di “Nikolaevka”
assieme a Massimo Priviero, tutte dedicate al tema
della Grande Guerra o della successiva. “La frontiera
- scrivemmo nella recensione di "Personaggi"
- è dolcissima e intensamente poetica, ennesima conferma
della capacità di Bubola di risalire il tempo e raccontare
immagini in bianco e nero di un passato che non ha vissuto, ma che
si è travasato in lui dagli attenti ascolti dei racconti
del padre, dei prozii, caduti in guerra o di altri testimoni diretti".
E
a questo punto ci tocca arrivare a cosa va meno. Sostanzialmente
due cose: l'eccessivo ricorso a formule standard della musica d'oltreoceano
nel trattare i canti popolari (il country & western di "Era
una notte che pioveva" mi sembra fuori luogo, gradevole,
ma fuori luogo e anche il trattamento da "desert ballad"
per "Ponte di Priula", mentre la irish
ballad "Jack O' Leary", per quanto bella,
mi sembra fuori tema. E' sempre guerra, ma su tutt'altro fronte:
Ypres, in Belgio, dove vennero sperimentati per la prima volta i
gas ) e, in secondo luogo, una certa "stanchezza"
compositiva di Bubola che, a livello di testi, fa fatica ad uscire
dal bubolismo, una formula da lui coniata e, in un certo senso inventata
ai tempi dei primi lavori con De André: frasi in poetichese
che richiamano costantemente gli elementi della natura (luna, boschi,
stelle cadenti, i tramonti, le foreste) oppure le personalizzazioni
(se ieri era "signora Libertà, signorina Fantasia",
oggi è "Nostra Signora Fortuna").
Intendiamoci, sono difetti minori e il disco è e resta una
bella operazione dall'alto contenuto artistico. Diciamo che è
piuttosto il rammarico nei confronti di chi (Bubola) avrebbe le
carte in mano per fare ancora di più, come ha fatto due anni
fa, regalandoci il capolavoro che corrisponde al titolo di "Segreti
trasparenti", il primo dei nostri "Imperdibili"
del 2004. In questo caso invece, pur regalandoci ancora ottime canzoni,
il cantante veronese gioca in difesa e anche come soluzioni armoniche
ogni tanto ricorre a degli schemi standard (ogni tanto, a essere
maligni, si potrebbe dire che sembrano quasi campionamenti di altre
canzoni, sempre di Bubola, una sorta di "autoplagio")
che, se da un lato entrano subito nelle orecchie, dall'altro, dopo
poco, danno una sensazione di "deja ecouté" (il
deja vu delle orecchie).
Ciò detto questo è comunque uno dei lavori più
interessanti in circolazione e veicolo almeno un paio di grandi
canzoni: "Nostra Signora Fortuna", sorta
di preghiera tra il laico e il cristiano (l'immagine della Fortuna
e quella della Madonna sono sovrapponibili) e soprattutto "Noi
veniam dalle pianure", che è farina del sacco
di Bubola (e di Michele Gazich, che per la prima
volta co-firma la musica), ma sembra in tutto e per tutto una vera
e propria ballata popolare della Grande Guerra. Gazich l'ha definita
"un plagio d'autore" ed ha del tutto ragione. Giochetto
che riesce anche con "Bum Bum", a sua
volta canzone originale che sembra una murder ballad d'annata (o
dannata? Visto il tema ...), ma che complessivamente ha meno fascino
di "Noi veniam dalle pianure".
Tra i canti tradizionali, presi tra i più conosciuti, come
"Monte Canino" e "Era una
notte che pioveva", ma anche tra quelli meno noti,
come "Il Disertore" (niente a che vedere
con Vian) o "Ponte de Priula" e "Adio
Ronco" è proprio quest'ultima la sorpresa positiva
con il suo fresco arrangiamento che salvaguarda le linee guida originali,
innestando tin whistle, viola e violino e dobro sul solido tronco
della fisarmonica del contrabbasso e della chitarre della tradizione.
Ma bellissime suonano anche "Ponte de Priula" e "Monte
Canino".
Da questa lunga disamina restano fuori solo due brani. "Se
questo amore è un treno" dalla ritmica travolgente,
per quanto richiami "Bandolero" di Vecchioni, e dalla
cantabilità assoluta, ma servita dal testo più debole
dell'intero lotto: "Se questo amore è un treno /
vorrei saltarci su/ filare via ai duecento / e non tornare più"
... "Se questo amore è un treno / vorrei guidassi tu
/ ho gli occhi così stanchi / e il cuore così giù"
... "Se questo amore è un treno / tu portami laggiù
/ dove l'inverno è breve / e il cielo è sempre blu".
Ma forse vuole essere un divertissement, una pausa lieve, in una
serie di canzoni più impegnate.
"Puoi uccidermi" ha invece ambizioni
più alte, ma non le raggiunge. Anche qui il testo è
la parte carente: ripetere 19 volte "puoi uccidermi" (costituisce
il 50% delle frasi della canzone!) è un'operazione che può
mettere a dura prova chiunque. Il resto sono "stelle cadenti,
spillo infilato dentro una parola, banditi e pistole, rose, candela,
frontiera, angelo della morte" ossia puro repertorio buboliano.
Se si aggiunge un ritornello non particolarmente ficcante, è
facile fissare qui il "ventre molle" dell'intero album.
Piuttosto che un riempitivo però avremmo preferito il ripescaggio
della bellissima "La frontiera", che
forse non tutti hanno sentito.
Tra le collaborazioni al disco ricordiamo Roberto Bressan che suona
Tin Whistle e Gaita galiziana, Roberto Cetoli all'organo hammong
e ALessandro Simonetto alla fisarmonica. Più Enrico Mantovani
alla pedal steel guitar e numerose persone ai cori, tra cui Luciana
Vaona, la grande vocalist di "Segreti Trasparenti", che
concede il suo talento in "Monte Canino". Bellissimo il
libretto, illustrato da foto della Grande Guerra in montagna, un
po' "agnostica" la copertina. Ripeto: un grande disco,
ma ...
Massimo
Bubola
"Quel lungo treno"
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aggiornamento: 11-10-2005 |