| Stornelli
romani rivisitati, sghembi e trasversali
di Leon Ravasi
Non
a tutti piacciono gli stornelli romani. Soprattutto non a tutti
quelli della mia generazione che si sono fatti il pieno di Claudio
Villa, Lando Fiorini e Gabriella Ferri quando andava bene. In particolare
quando sono nati a ovest di Paparino o a nord di Grosseto. Lo stornello
romano è genere melenso, datato e superato. Forse nemmeno
più i vetturini e i barcaioli li cantano più (ma esistono
ancora vetturini e barcaioli?). A sorpresa quindi il lavoro che
hanno messo in piedi gli Ardecore, mettendo peraltro in piedi gli
stessi Ardecore, mi ha colto impreparato. Da qui l'origine del colpo
da knock out che mi ha steso. Da due mesi vado avanti a stornelli
romani e tra un po' avrò anche un accento che Gigi Proietti
me fa 'n baffo!
Partiamo dall'inizio: gli Ardecore (gran nome! Hard-core,
ma anche "arde (il) core", in linea con la deriva sentimentale
degli stornelli) non esistono. O forse non esistevano. Esistevano
gli Zu, collettivo post-punk-jazz-di-tutto-un-po'',
poi c'era il chitarrista cantante italo-americano Geoff
Farina, ex mente dei gloriosi americani Karate e il cantautore
Giampaolo Felici. L'insieme di tutte queste persone
ha dato vita al progetto e al gruppo che consta di sette effettivi,
più un grafico, più un paio di collaborazioni.
Gli Ardecore sono andati a prendere le vecchie canzoni romanesche,
quelle del repertorio più oscuro e poco praticato ("Un
equivalente delle "canzoni della mala" milanesi"
hanno detto), inchiavardate su tre temi fondamentali: il carcere,
l'amore e la morte. Ne è uscito un disco obliquo, sbilenco,
dove ogni cosa sembra apparentemente stare al suo posto, ma che
se lo ascolti bene e con attenzione non ci metti molto a capire
che i quadri sono attaccati tutti storti e che, anzi, in alcuni
casi mancano proprio i chiodi!
Eppure il disco sta in piedi. A meraviglia! E se non è possibile
che proprio tutti tutti i brani proposti riprendano a brillare di
luce propria, è però possibile rintracciare in mezzo
a questi della vere e proprie gemme come l'iniziale "Come
te posso amà" o la pre-finale "Fiore
de gioventù" o la lunga, infinita "Barcarolo
romano". Mentre "L'eco der core"
che parte classica che più classica non si può,
ha una lunga coda strumentale folk-blues che la rivaluta. Visto
che anche "Lupo de fiume" ha delle indubbie
valenze, resta la sola "Madonna dell'angeli" che
ci mette un po' troppo prima di decidersi a svoltare in senso obliquo,
fino ad apparire per un bel pezzo della sua evoluzione (5 minuti
circa sui 7'40" totali) una rilettura fedele. Un po' troppo.
L'anima libertaria e gaudiosamente anarchica della musica avrebbe
dovuto emergere prima.
Ma anche qui possiamo chiosare che trattasi di peccati di secondaria
importanza: il dato vincente e avvincente è che ancora una
volta un gruppo di recente formazione sia riuscito a costruire una
strada personale (che, a dire il vero, non so dire quanto possa
essere ripercorribile in futuro) e a proporre un album che suona
fresco e nuovo, tanto più affonda le radici nelle acque limacciose
del Tevere e nella storia della canzone romana.
La peculiarità del gruppo la si avverte anche solo da uno
sguardo alla strumentazione: accanto al tradizionale mandolino e
chitarra e voce di Giampaolo Felici (tradizionale
rispetto agli stornelli, non all'utilizzo), stanno la chitarra elettrica
di Geoff Farina, le percussioni e la chitarra acustica
di Iacopo Battaglia, il contrabbasso di Massimo
Pupillo, il sax alto e baritono di Luca T. Mai
(questi ultimi tre sono gli Zu originari), la fisarmonica
e il piano fender rhodes di Luca Venitucci e il vibrafono, glockenspiel
e percussioni di Valerio Borgianelli.
L'arrangiamento dei brani è l'arma vincente, quella che fa
sì che il classico "Barcarolo romano" devi verso
il blues balcanico. Ma anche l'equilibrio, o meglio, il disequilibrio
dei brani, tanto vicini agli originali, quanto da essi lontani,
pur senza tradirli. Un esempio brillante di contatto e contaminazione
con la tradizione. Un progetto nuovo che però ci ha messo
quasi due anni per vedere la vita, tra l'idea originale e la messa
in vendita. Le prime registrazioni sono del luglio 2004 e le ultime
del febbraio 2005.
Bellissima la confezione che contiene un libretto in carta spessa
con dei bellissimi disegni ad accompagnare i testi (e la storia)
delle canzoni raccontate nelle sue pagine. E non è un caso
che l'artefice del progetto artistico, Alessandro "Scarful"
Maida, venga riportato tra gli effettivi del gruppo.
Ardecore
"Ardecore"
Cd Manifesto - 2005
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aggiornamento: 11-08-2005 |