| Folco
"ci fa", ma forse un poco "ci è"
di Leon Ravasi
Protagonista
di una delle stroncature più colorite e virulente in Bielle,
Folco Orselli ci riprova. A farsi stroncare. Ma questa volta non
gli riesce bene. Non solo, ma in alcuni punti mi toccherà
addirittura parlare bene di lui. Mi sto rammollendo? Non so. Soprattutto
credo che il vantaggio sia che sto recensendo il disco senza essere
in possesso della copertina. E visto che ne "La stirpe di Caino"
Folco approfittava della copertina per mandare tutti a fare in culo,
questa volta me la sono risparmiata. Non è stata una scelta,
il disco mi è proprio arrivato in una busta di plastica,
quindi ... non vi parlerò della copertina. Nè delle
amene cose che su essa possono esserci scritte. Mi toccherà,
accidenti, parlare di musica!
Bisogna dire che Folco non cambia da un disco all'altro
in modo sostanziale: il retroscena è sempre da "gioventù
bruciata", ricca di donne, vini, alcoli di varia provenienza,
vita dissipata, notte tirate tardi, mattine che arrivano troppo
presto e che, come insegna Lolli, costringono il dentrifricio a
fare invariabilmente "a pugni con il vino". D'altro canto
giova aggiungere che Folco ha molta meno disperazione di chiunque
altro e che spesso le sue canzoni girano verso un sorriso sornione
sottinteso. Quasi una strizzata d'occhio a pubblico e maliarde:
"faccio il disperato, ma sono solo un bon vivant. So dove fermarmi,
ma recito il mio ruolo". In questi casi e queste volte il legame
immediato che ci torna alla mente è quello con Fred Buscaglione.
Ossia un passo più in là dei soliti Capossela e Tom
Waits (piiù il secondo che il primo).
Anche
la miscela musicale scelta, un blues che sfocia spesso in ritmi
ballabili anni '50, che variano da accenni di rumba a tanghi, ad
aperture da big band jazzistica, contribuisce a riportare alla mente
l'epoca Buscaglione ("Io posso fare finta di essere sbronzo
/ lamentare la mia tragicità / rintanarmi in un cappello
/ aggrapparmi a uno sgabello / ma immorale sarò sempre per
me" - "Blues per lei"). Purtroppo
ogni tanto l'immagine del grande Fred sfuma e si resta con un pugno
di mosche e si torna ancora a "Pallottole d'amore"
che continua a non sembrarmi uno dei punti più alti
della sua discografia e che viene riproposta anche qui. "Pallottole"
è un numero di cabaret, è un divertissment, ma canzoncina
era e resta.
Diverso, molto diverso è lo spessore toccato nei 7'14"
finali de "La spina", probabilmente il
brano più bello dell'album e che non a caso dà il
titolo al tutto. Se questa dovesse essere un'indicazione sulle evoluzioni
future del Folco (il volo del Folco? Chissà se l'hanno già
usato?) farebbe presagire bene: ma anche nella "Stirpe
di Caino" il finale era superiore alla media del prodotto.
Peraltro, in questo album, anche "Get out"
e "Vorrei dirti altre parole" hanno dentro
una carica da non trascurare, pur essendo brani lenti e in parte
riflessivi. Ed "Elvis" (la storia di
un Presley di periferia) e "Paladino"
non sono di molto inferiori.
Anche in questo caso è un disco forse da prendere poco per
volta, ma ascoltandolo bene. dedicandogli tempo. Forse, tra le spine,
si potranno identificare delle rose (ci sono, ci sono, ma Folco
è orso e cerca di negarcele fino in fondo). E' un disco dentro
il quale bisogna farsi largo, ogni tanto col machete, ogni tanto
scostando delicatamente una tenda ed entrando in un separé,
ogni tanto ancora dissipando il fumo con la mano per poter scorgere
i contorni.
Una lancia a favore del gruppo di strumentisti che lo accompagnano
va comunque spezzata. Sono bravi e di provenienza jazz con buone
esperienze artistiche alle spalle e sono: allle tastiere Sergio
Cocchi, alla chitarra e fisarmonica il polistrumentista
Damiano Della Torre, al basso Paolo Legramandi
e alla batteria Pablo Leoni. Ossia la
Compagnia dei Cani Scossi.
Sto ascoltando "La spina" ormai dall'intera
mattinata (lo so, lo so che avrei dovuto ascoltarlo di sera, sorseggiando
un whisky, ma questa è una recensione mattutina); mi sembra
sempre esageratamente forzato nella voce e derivativo dai vari Capossela
e Tom Waits (che, per carita, meglio ispirarsi a loro che a Reitano!).
E' un peccato perché evidentemente Folco di qualità
ne ha. Quello che credo io è che facendo così si può
creare un piccolo pubblico di fedelissimi, ma forzatamente piccolo
(finché non si stancheranno anche loro). Se invece decidesse
di smetterla di razzolare solo nel sottobosco avrebbe delle doti
di prim'ordine. Ma il problema è quello che uno sente e che
vuole fare. Quello che non riesco a capire (non conoscendo Folco)
è se lui ci crede in questo personaggio o lo giudica utile
per farsi conoscere (insomma, il vecchio dilemma "ci è
o ci fa"). Credo che "ci sia", perciò togliersi
questa pelle sarà difficile, ma se ci provasse ...
Folco
Orselli
"La spina"
LifeGate Music (Distribuzione Venus) - 2004
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aggiornamento: 03-12-2004 |