| Ovvero,
dello smarrimento e dei rifugi
di Luca Bartolini
Il
disco di Vittorio Merlo è una boccata d’aria fresca
è uno di quei dischi che quando li ascolti ti senti un po’
meno solo è un po’ più compreso. La copertina
è una spassosa caricatura di Stefano Disegni (con un Bruno
Vespa dal corpo di cane che mangia da una ciotola con su scritto
RAI ed è tenuto al guinzaglio…crediamo di aver intuito
da chi…) che richiama la prima canzone che è anche
quella che da il titolo al disco “Ho sognato Bruno Vespa”.
Questa canzone è il racconto di un incubo notturno che comincia
con il “Tara’s Theme” di M. Steiner che altro
non è che la sigla di apertura di Porta a Porta, dopo il
suono del campanello che introduce gli ospiti inizia la canzone.
O meglio inizia l’incubo di Merlo che descrive lo smarrimento
di molti italiani in questi ultimi tempi; smarrimento magari accentuato
nel suo caso dal fatto di vivere all’estero e quindi vedere
le storture del nostro paese dall’esterno con maggiore chiarezza
rispetto a chi ci vive dentro.
Traspaiono forti e chiare la satira e il rifiuto verso una televisione
diventata ormai strumento privilegiato per la diffusione della propria
propaganda politica. Di questo costume Porta a porta è la
trasmissione simbolo e Bruno Vespa il gran cerimoniere. Da lui si
firmano contratti con gli italiani (naturalmente disattesi), da
lui ci si occupa di cronaca e si fa pornografia del dolore (
“…Mi intervistava mentre morivo e mi chiedeva “Lei
cosa prova?”…), da lui si assiste allo spettacolo
dell’approssimazione e dei tuttologhi esperti di tutto e di
niente, delle aspiranti veline che parlano indifferentemente della
morte del papa, di cassaintegrati, di gossip o di canasta(“…Mi
intervistava vicino a un bosco/ che non conosco/ e mi chiedeva “Lei
cosa prova?”)! Bruno Vespa quindi simbolo di una televisione
che è diventato sintomo e perfetta esemplificazione di questi
anni di società italiana dove subiamo impotenti tutti i giorni
gli effetti di quella che Enzo Biagi definisce “l’ora
del dilettante”. Il fatto che questa canzone sia un reggae
(che in alcuni passaggi ricorda “Vado al massimo”
di Vasco Rossi) quasi scanzonato conferisce alla
canzone l’atmosfera dell’orchestra che suona sul ponte
della nave che affonda. Il tono è allegro perché appunto
come in un brutto sogno è tutto troppo grottesco per essere
vero e alla fine viene spontaneo riderci sopra.
Le canzoni
che seguono hanno un tono molto più intimista e con queste
canzoni Merlo sembra proporci delle vie di fuga, degli antidoti
a questo stato di cose, dei rifugi a questa realtà che non
ci piace. Ed ecco “Ferrari”, dove il
rifugio è nella passione sportiva che mai come nel caso della
passione per la rossa di Maranello è sinonimo passione più
“ingenua” cioè di passione che fa tornare bambini
per il tempo di un gran premio.
E proprio il
rifugio nella fantasia che c’è nell’infanzia
è il tema di “Thomas guarda la città”
. Quando Merlo ci racconta che “Thomas guarda
la città/ in ginocchio sul balcone/ quanto è grande
non lo sa/ e nemmeno lo saprà…” viene spontaneo
rintracciare una parentela con “Il ragazzo”
di De Gregori (“…che sale sopra un albero
che sa/ e cerca il punto esatto dove muore la città…”)
dall’ album “Alice non lo sa”. Il Thomas di Merlo
è una canzone che sarebbe stata benissimo nell’album
“Sette
veli intorno al re” di Ferdigotti, Sinigaglia
e Tavolazzi.
"Il
sabato del villaggio" ci catapulta all’improvviso
nelle atmosfere della città vecchia di Fabrizio De
André e dei suoi “..quattro pensionati
mezzo avvelenati a un tavolino, li troverai la col tempo che fa
estate inverno a stratracannare a stramaledire le donne, il tempo
ed il governo..” o nelle atmosfere di Davide
Van De Sfroos Bernasconi e del suo “Esercito
delle 12 sedie” dove si parla di anziani di paese
che cercano l’universo nel bicchiere del Cynar pronti a cambiare
il mondo ma “appena finiamo / la Sambuca”.
I pensionati di Merlo (si suppone che siano pensionati) rappresentano
la sicurezza delle consuetudini e nel nostro cercare un rifugio
scopriamo subito che ci fa stare bene guardare la loro aponia di
fronte al mondo che cambia intorno a noi, come ad esempio l’Europa
che nasce. La loro indifferenza verso tutto quello che succede appena
fuori dal loro campo visivo che mira da “Cent’anni
lo stesso pallino”, siamo sicuri di sapere che sia saggezza.
“Avrei
bisogno di parlarti” è il pezzo migliore del
disco. In questa canzone non c’è il rifugio in una
passione, non c’è la fuga alla Peter Pan in un mondo
di fantasie di bambini che non appartengono più a chi non
ha più l’occhio ingenuo di chi ha tutto il mondo ancora
da scoprire; in “Avrei bisogno di parlarti” non c’è
neppure quella serenità che ci trasmette l’osservazione
dell’altrui saggia indifferenza. Merlo in questa traccia decide
di guardare in faccia il proprio smarrimento e ci fa guardare in
faccia il nostro. E di fronte a questo smarrimento è forte
il bisogno di parlare con chi adesso non si sa più dov’è.
Ma chi cerca Merlo? Un amico o una vecchia fidanzata con i quali
abbiamo diviso sogni e speranze o un modello di vita da cui li abbiamo
respirati per la prima volta? O magari cerca i suoi ideali che come
quelli di molti, questa Italia che sembra rimasta senza valori,
ci fa sembrare fuori tempo? Magari l’oggetto della ricerca
è solo una parte di noi stessi che abbiamo nascosto o della
quale forse siamo stati costretti a negare l’esistenza e vergognarcene
addirittura un po’, ma di cui adesso sentiamo forte il bisogno
che torni a far sentire la sua voce. E qui si trova la speranza
perché quella persona, cosa, stato d’animo di cui abbiamo
necessità salta fuori all’improvviso, la incontriamo
finalmente, dove non avremmo mai immaginato di trovarla e dove non
era mai stato prima (“Oggi ti ho incontrato/ in un posto
strampalato/ dove tu non sei mai stato") e la consolazione
sta nel ritrovare “lo stesso sguardo intelligente/ la
stessa voglia di parlare/ e il dono di ascoltare” e quando
questo si ritrova scoprire che gli illuminati in giro per il mondo
sono ancora tanti “per niente affranti/ pronti a mettere
i valori/ i sentimenti/ davanti ai vostri anni/ anche se pesano
e sono tanti”. Quindi c’è il gusto e la
speranza che sta nello scoprirsi non così soli, sentire che
le cose che scandalizzano ed indignano noi indignano anche altri;
che non tutti sono rassegnati a una repubblica delle banane dove
la camera più importante della nostra disastrata Repubblica
parlamentare è in uno studio televisivo.
Vittorio Merlo
oltre alla voce suona la chitarra acustica e il pianoforte. Al disco
collaborano due tra i musicisti storici di Francesco Guccini; Vince
Tempera si occupa della produzione esecutiva (insieme a
Merlo stesso) e della produzione artistica e firma gli arrangiamenti
insieme a Vittorio Merlo e Roberto Manuzzi (coautore
delle musiche di tutte le canzoni insieme a Merlo tranne che in
“Avrei bisogno di parlarti”) . Manuzzi suona anche il
sax le tastiere l’armonica e la fisarmonica. Completano il
gruppo Massimo Calanca (Chitarra elettrica e acustica),
Pier Luigi Mingotti (basso, anche lui ormai stabilmente
impiegato da Guccini in sostituzione di Ares Tavolazzi) e Gian
Luca Gadda (tastiere e programmazione).
Vittorio Merlo
bussa alla porta della riserva indiana dei cantautori per i quali
le parole e le idee contano ancora qualcosa. Sono sicuro che quella
porta si sta aprendo. E
che l’Inter la smetta di farci soffrire!
Vittorio
Merlo
"Ho sognato Bruno Vespa"
Setteottavi- 2005
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aggiornamento: 25-05-2005 |