| Esordio
folgorante tra citazioni, un pizzico di snobismo e spezzoni di film
di Giorgio Maimone
Non
c'è niente da fare: il pop piace. Alla gente, ai critici,
alle menti pensanti. Perché è tranquillizzante. Non
c'è niente da capire, basta farsi trascinare. Il pop piace
anche a quelli che parlano di rock, che sbavano di rock, che sognano
hard rock: basta un'uscita pop non proprio disprezzabile e l'anima
pop dell'ascoltatore medio fa un salto sulla sedia. Baustelle sono
però qualcosa in più di una semplice "uscita
pop". Nel 2000 con "Sussidiario illustrato della giovinezza"
hanno fatto fare il classico salto sulla sedia a ben più
di un critico. Per due motivi: testi ficcanti e non omologati e
un'ansia citazionista che li ha subito proposti come migliori interpreti
della nostalgia anni '80, allora ancora di là da venire.
Vi ricordate? Quelli erano gli anni del "nuovo che avanza"
...
Il nuovo in questo disco bisogna andare a cercarlo col
lanternino: ancora non potevamo sapere che Baustelle avrebbe costruito
su queste basi il suo stile musicale, il suo marchio di fabbrica,
il suo modo di proporsi, che è cambiato sì, come naturale
evoluzione vuole, ma che si è sempre più precisato
fino a rendere facilmente riconoscibile un loro disco al primo ascolto.
Forse qualcosa di simile propongono i La Crus in
alcuni momenti e, forse, il migliore Morgan, ma
l'intera miscela "testi-sonorità-citazioni-nostalgia-retrò-muro
del suono" è la griffe con cui i Baustelle si sono fatti
riconoscere e si rendono immediatamente manifesti.
Non
si poteva saperlo nel 2000 e l'effetto è stato comunque folgorante:
una volta tanto il fronte della critica unito e compatto. Esordio
di qualità. C'è da dire che a distanza di cinque anni
le canzoni non si sono per niente appannate, anche perché
con un filo di appannatura sono nate. Il suono è brillante
e il disco potrebbe essere stato appena inciso. In fin dei conti
è molto più vicino "Sussidiario" a "La
malavita" che non al secondo disco "La
moda del lento", uscito nel 2003 e che, per quanto
intrigante, resta forse il capitolo meno convincente della ancor
breve storia del gruppo toscano. Da sottolineare anche dei leggerissimi
sfasamenti temporali: se "Sussidiario" richiama molto
gli anni '80 ("Le vacanze dell'83" è
il titolo con cui si apre), "La moda del lento" è
estremamente intinto nei sixty, nelle abbrozzantissime-legate-a-granelli-di-sabbia-con-sapore-di-sale
da cantare sulle spiaggie. "La malavita" infine affonda
più negli anni '70. Ma questa è un'analisi comparata
dei tre dischi: non abbiamo ancora parlato di questo.
La formazione, innanzitutto: Francesco Bianconi
(voce, chitarra e testi), Fabrizio Massara (synth,
tastiere, pianoforte ed effetti), Rachele Bastreghi
(voce, synth e chitarra), Claudio Brasini (chitarra),
Mirko Cappelli (basso) e Michele Angiolini
(batteria). Rispetto a oggi è cambiata la sezione ritmica
ed è uscito (a disco in corso) Fabrizio Massara. Il disco
è (e vuole essere) una sorta di viaggio tematico all'interno
della tarda adolescenza (non si parla di bambini!), con i turbamenti
relativi, di sesso, di droga, di collocazione nel mondo. E per trovare
una collocazione in un mondo che sfugge, in un 'epoca che si nasconde
l'ancora sicura è gettare i semi nel passato: i film di Pietrangeli,
la musica new wave, la "dolce vita", la bossanova, ma
anche De André, Gainsburg, gli amplificatori Vox, "le
ore" (nel senso del giornale porno). Il cinema ha una parte
rilevante nella costruzione di un immaginario di un periodo passato:
ed ecco quindi altre citazioni per "L'uccello dalle piume di
cristallo" miscelato con "Quattro mosche di velluto grigio",
sempre di Dario Argento, per Lamberto Bava, per "La vita agra",
per Morricone.
I Baustelle comunque non copiano. Loro citano e basta. E citando
costruiscono un gioco di specchi al termine del quale hanno ottenuto
un bell'effetto di spiazzamento musico-testuale-temporale. Un viaggio
nel tempo. A termine e con distacco. Francesco Bianconi non è
un viscerale e la sua adesione è sempre temperata da un distacco,
da un sorriso beffardo, dalla sensazione del gioco intellettuale.
Vincente. Perché in questo modo i Baustelle ci mettono in
pace la coscienza (ci sono i giochi intellettuali, i rimandi, un
distacco critico), ma ci riempiono le orecchie di deliziose canzoncine
da cantare a lungo. Fosse studiata a tavolino non avrebbe potuto
essere studiata meglio. E, in fin dei conti, visto anche il persistere
dello stile, non è affatto detto che non ci sia un pensiero
dietro tutte queste scelte, ma l'esistenza del pensiero in un'epoca
di vuoti a perdere è tutt'altro che un difetto.
Restano un pugno di canzoni (dieci) e anche qui c'è la sensazione
di un'impaginazione da 33 giri: cinque sul lato A, che si conclude
con "Gomma" e cinque sul lato B, da "La
canzone del parco" a "Il musichiere 999".
"Gomma", con Rachele Bastreghi a condividere il canto,
e "Sadik" sono l'anima più rock, ma sempre in preda
a suoni digitali e archi di sottofondo. Per converso "La canzone
del parco" (anche questa cantata da Rachele), "Il musichiere
999" e "Noi bambine non abbiamo scelta"
stanno sull'altro versante. A parte sta una delle canzoni meglio
riuscite del lotto: "Cinecittà",
un colloquio, mezzo recitato, mezzo cantato tra una sensuale produttrice
e un giovane aspirante attore. Roba da musical. Ma con un gusto
e una gioia del recitarcantando che proietta direttamente alle migliori
cose del Quartetto Cetra (che peraltro mai avrebbe inciso una canzone
sexy!). Ottima. Quasi una conferma della nota inserita in chiusura
di copertina: "Baustelle è disponibile per colonne
sonore su commissione".
Baustelle
"Sussidiario illustrato della giovinezza"
Baracca Burattini/Edel - 2000
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aggiornamento: 01-11-2005 |