LE BiELLE INTERVISTE

Stefano BOLLANI
CAMMARIERE
Paolo CONTE
Luigi MAIERON
Gang
Luca Morino
MAU MAU
Roberto VECCHIONI

Con SERGIO CAMMARIERE
(di andso... grazie Sergio per la pazienza)

Quale e' stato il tuo approccio alla musica?
Da bambino uno dei miei giochi preferiti era riconoscere dopo pochissime battute il titolo della canzone che girava sul giradischi. Era una specie d'intuito particolare, ancora oggi me lo ricordano i miei parenti. Rimanevano incredibilmente sorpresi quando riuscivo ad indovinare tra centinaia di 45 giri, titolo, cantante e melodia. Il "trenino musicale" e' stato il mio primo gioco ed il vero approccio con qualcosa che esprimesse note. Un pomeriggio, all'inizio degli anni '60, mio cugino Francesco porto' a casa questo magnifico "trenino" che aveva di speciale un omino sulla locomotiva con un martello che, al suo passaggio, picchiando su uno xilofono colorato posto tra le rotaie, suonava delle vere e proprie melodie.

- La musica come un gioco... ma il passo verso la composizione non sembrerebbe cosi' breve...
Il gioco consisteva nel seguire una partitura molto ma molto particolare: ogni nota aveva un suo colore ed ogni melodia era una serie di colori... Il trenino passando suonava un refrain di una canzone americana, una specia di loop circolare. E' cosi' che ho cominciato a comporre da giovanissimo le prime cose: giocando col trenino!

- E successivamente?
Questa mia attitudine convinse tra l'altro mio zio Michele durante uno dei suoi viaggi a Roma a compiere l'atto iniziatico: regalarmi il primo strumento: una Melodica Soprano Honner. Non so precisamente cosa sia successo, ma da quel momento in poi tutte le
melodie che piu' mi piacevano le suonavo su quelle due ottave! Ero veramente piccolo, ma credimi: credo di avere avuto un grande dono! Quello di capire in fretta il mistero geometrico dell'armonia!

- E l'incontro con l'insperabile, nonostante le dimensioni, pianoforte?
Le cose andarono cosi': all'eta' di 7 anni durante un compleanno mi ritrovai a tu per tu con il primo pianoforte della mia vita. Quel giorno suonai l'Ave Maria di Schubert destando stupore e meraviglia tra tutti! Anch'io non so spiegarmi come sia successo ma e' stato tutto molto naturale come se il pianoforte lo suonassi da sempre. Saper suonare il
pianoforte senza averlo mai studiato l'ho sempre considerato un dono divino.

- Su quale musica hai costruito la tua formazione artistica?
Ho passato pomeriggi interi durante la mia adolescenza ad ascoltare Beethoven e Bach provando poi a risuonarli. E' cosi' che ho studiato il pianoforte. Credo che l'ascolto dei grandi interpreti come Arthur Rubinstein (Beethoven), Glenn Gould (Bach) e Benedetto Michelangeli (Debussy) mi abbiano completamente plasmato.
Ovviamente mi piaceva anche il Rock. All'inizio degli anni '70 ascoltavo gruppi come i Deep Purple o i Black Sabbath; poi Pink Floyd e i Genesis: un brano di quest'ultimi ("Firth of Fifth" sull'album Selling England By The Pound che aveva una lunga overture
di pianoforte) divento' uno dei miei cavalli di battaglia! Ovunque suonassi a un certo punto partiva l'intro di Firth of Fifth o Honky Tonky Train Blues o Let it be (erano successi garantiti!). A 18 anni ho lasciato Crotone per Firenze per frequentare l'Universita'. Era il 1979 e tra le suonate in Piazza della Signoria e la mensa universitaria la voglia di studiare era veramente poca. Per sbarcare il lunario ho cominciato a suonare in una pizzeria, lo Yellow Bar in Via del Proconsolo. Suonavo un paio d'ore un piano a muro mentre la gente mangiava. Mi pagavano quindicimila lire a sera con la possibilita' di scegliere se mangiare pizza o una paglia e fieno.
La mia vita era molto intensa, prendevo tutte le mattine il treno per Livorno, facevo le prove con un'orchestra, tornavo a Firenze e suonavo allo Yellow. In quegli anni ho incontrato tanti chansonnier come Enzo Scianna e Giancarlo Chiari che mi hanno insegnato gli standards, la bossanova e il mestiere. E cosi' ho cominciato a cantare e a scrivere le mie prime canzoni.

- E cosa ascoltavi?
Ascoltavo Frank Sinatra, Ella e Louis per contemplare gli standards, ma anche Tony Bennett e Mel Torme'. L'opera di Gershwin, Rodgers - Hart, Carmichael ma anche Jobim, Vinicius e Joao Gilberto mi hanno veramente influenzato!!
Gli anni '80 li ho passati suonando tutte le sere nei locali e ascoltando appena potevo I Grandi della Musica senza riuscire quasi a fare nient'altro. Ho comprato veramente pochi dischi in quegli anni... Erano gli anni in cui alternavo la Suite Bergamasque o i Preludi di Debussy al Bill Evans Trio (La Faro, Motian),le Gimnopedye di Satie al Koln Concert e Facing you di Jarrett, la Pavane, il Concerto in Sol di Ravel ai Wheather di Zawinul,
l'Uccello di Fuoco di Stravinsky e l'Enigma di Elgar ai Return to Forever di Corea... Essendo poi un'anima rock prediligevo l'ascolto costante delle Sonate o dei Quartetti di Beethoven (per non parlare della Quinta e della Nona).

- Nonostante ti definisca "anima rock", sembra chiaro che la musica classica abbia avuto una notevole importanza nella tua vita.
Ci tengo molto a precisare che sono ferventemente un beethoveniano appassionato! La musica di Mozart non mi ha mai esaltato e mi sono spesso imbattuto in dibattiti accesissimi con convinti Mozartiani sul fatto che la genialita' di Ludwig fosse unica, irripetibile e progressiva mentre quella di Mozart mielosa, ripetitiva e senza estro, quindi regressiva!! Un altro aspetto fondamentale e' stata l'evoluzione che da Beethoven mi ha portato direttamente ad ascoltare le sinfonie di Brahms per poi arrivare alla Quinta e all'Adagio della Decima di Mahler e finire nel Tannhauser di Wagner... E' tutto legato ... si segue l'evoluzione dell'armonia perfettamente... Non ci sono operette di mezzo... Posso affermare che una delle rovine della musica cosiddetta colta sia la Musica Operistica. Non ci ho mai trovato niente di significativo (musicalmente parlando) e poi non sopporto il suono straziante di una soprano (e' piu' forte di me!!). Ho apprezzato molto il canto nella musica sacra, nei corali e nelle cantate di Bach o nell'Inno alla Gioia della Nona, ma oltre (tranne forse qualche Lieder) no. Trovo sia deleterio... Io la chiamo l'Amusica, cioe' il suo contrario.

- Musica istintuale, che ti e' nata dentro come una profezia...
Ho sempre pensato al suono come l'espressione della cosa in se'. Il parlare musicale... il parlare immediato! Per questo nel mio ultimo disco ho pensato piu' al "suono" delle parole e allo sviluppo della cosiddetta sintesi metrica/armonica...

- Sembra essere assente qualsiasi contatto con la realta' musicale italiana, pero'...
E poi l'incontro con i cantautori. Quello che pensavo lo dissi in occasione della mia presenza al Premio Tenco nel '97. La sera prima sul palco dove avrei dovuto suonare, aveva cantato Fabrizio De Andre'. Ero emozionatissimo ma riuscii a dire due cose fondamentali: che il mio grande ispiratore e' Luigi Tenco e che la mia presenza all'Ariston fosse per me una sorta di passaggio mistico, dove lo scopo del vero artista e' quello di lasciare un'impronta del proprio spirito. Dissi che la Musica pura non ha bisogno della rappresentazione, che non e' mediata dalla volonta', che in pratica l'unico modo per rappresentare oggi canzoni d'autore avvicinandosi piu' possibile alla Musica pura, fosse quello di creare l'evento musicale: cioe' quella cosa che nasce tra l'artista che racconta le cose e il pubblico, dove musica e' elemento unificatore nel linguaggio spirituale. Parlai del significato della musica considerato un punto di vista occulto. Parlai della Musica delle Sfere Pitagoriche. Parlai del Tempo nel Tempo che la melodia non e' altro che un susseguirsi di note in un Tempo.
Quella sera cantai Tempo Perduto, Per ricordarmi di te, Cantautore Piccolino, Io so e Dalla pace del mare lontano. A un certo punto nel mezzo di "Io so", fermai tutto e col pianoforte iniziai a eseguire una serie di progressioni e di invenzioni sul tema che sono nate li', solo in quel momento, per quel pubblico li', in quel presente.
- Classica, Beethoven, Rock, e anche Cantautori Italiani... Quali sono i tuoi ricordi legati agli artisti della nostra penisola?
Il primo cantautore che ho visto dal vivo e' stato Angelo Branduardi in una palestra a Crotone. Il concerto era organizzato dalla scuola, era il 1973 e avevo tredicianni. Angelo aveva scritto o meglio tradotto da poco una canzone dal titolo "Le confessioni di un malandrino" completamente ispirata da una poesia di Esenin. Il risultato era bellissimo. La stessa cosa e' accaduta nel giugno del '92 con Roberto Kunstler. Lui leggeva in quel periodo "La persuasione e la rettorica" di Carlo Michaelstadter e una poesia dal titolo "I figli del mare" dello scrittore scomparso ispiro' la nostra "Dalla pace del mare lontano". In questa canzone si sente fortemente un'aria epico-evocativa ma soprattutto quella ricerca del Mito, l'ansia di svelare il trucco che regge la realta' e la necessita' di creare nuovi universi. In altri brani questa componente letteraria, greco-mitologica, si sente molto: Canzone di Priamo, Cambiamenti del mondo, la stessa Tempo Perduto e ultimamente l'Assetto dell'Airone. I cantautori genovesi, Brel, Ferre', Guccini, De Gregori sono la mia scuola cantautoriale. La risposta e' chiusa nell'inizio di una nuova canzone dal titolo Oggi: "Oggi e' un sentire diverso, di voci e di suoni, di stupide rime in dialetti lontani, richiami del sentito di gia'...orrei chiudere questa intervista citando T. W. Adorno: < Il concetto della musica leggera e' situato nella zona torbida dell'ovvieta'. Ognuno sa che cosa deve aspettarsi quando accende meccanicamente la radio, e cio' sembra liberarlo dal por mente alla natura di quel fenomeno: che diventa un dato da accettare, quasi immutabile....

 

 

Con PAOLO CONTE
(di Enzo)

- Come vive il suo successo all'estero?
Devo dire bene, perché se di successo si tratta automaticamente non posso che viverlo bene. Lo vivo bene da anni, ormai, perché ho cominciato con la Francia che mi ha aperto le sue porte e mi ha trattato molto bene. Poi il successo francese è stata una credenziale importante per tutta l'Europa e in seguito anche per gli Stati Uniti.

- Qual è il suo rapporto con i paesi esteri dove suona?
E' il rapporto di uno che arriva all'aeroporto, viene prelevato, portato a fare una doccia in albergo quando va bene, fare le prove. cerchi di vedere, in quei dieci minuti qualcosa della città, cerchi di annusare l'aria, di capire qualche cosa di quella città in un modo molto istintivo, niente di più.

- Si sente portatore di una certa italianità quando è sul palco?
Sì, ma per un fatto puramente anagrafico. Psicologicamente non tanto, perché non ho mai desiderato piazzare dei confini, l'arte deve sempre essere a disposizione di tutto il mondo, senza confini di lingua e di altre connotazioni.

- Il pubblico che lei trova all'estero è composto in maggior misura da emigranti italiani o da nativi del luogo?
Sono tutti del posto, immigrati quasi niente. Ho incontrato soltanto un numero nteressante ma di studenti in Inghilterra, ma immigrati zero, anche perché il genere che faccio io non è quello che l'emigrante ama.

- E riguardo al successo di "Genova per noi" negli USA?
Questa è una storia venuta fuori forse da un mio colloquio con un giornalista. In generale posso dire che siamo rimasti piacevolmente colpiti dalla grande attenzione che gli americani hanno riservato alla nostra musica ma soprattutto all'aspetto letterario del testo. Erano particolarmente sensibili ai testi, a ciò che volevo dire e a quello che significavano le canzoni. E' una bella soddisfazione, perché è un segno di maturità che
scavalca le barriere della lingua, mentre in Italia il pubblico non ha ancora raggiuto questa maturità. Il primo impatto con in pubblico statunitense è stato certo contraddistinto dall'aspetto musicale, ma in seguito ho notato, soprattutto in base alle domande che i giornalisti mi facevano, un'attenzione particolare per i testi.

- In primavera sarà tempo di un nuovo tour negli USA.
Sì, ho una richiesta di tanti spettacoli su tutto il territorio. Sarà un' esperienza piuttosto pesante ma speriamo vada tutto per il meglio.

- C'è molta curiosità attorno al suo prossimo album.
Tra quelli curiosi ci sono anch'io.Perché dal momento che non l'ho ancora finito, non l'ho ancora messo a punto, ci sto lavorando e devo capire anch'io cosa ne uscirà fuori.

- Ma si tratterà di Razzmatazz?
Può darsi, ci sono tante così nell'aria.

- C'è un concerto a cui lei è legato particolarmente?
Ricordo con grande affetto i primissimi concerti, quando andavo in giro da solo. Per esempio ricordo Verona, ma sono ricordi particolari, così come il primo concerto a Parigi.

- Come vede l'attuale scena musicale italiana? Sulle sue orme si sta ponendo
Gianmaria Testa.
Io non accetto assolutamente di avere degli allievi o dei discepoli, e non perché non li voglia io, ma perché sono convinto che ognuno abbia la propria personalità.

- Ma per quanto riguarda il successo all'estero.
Gianmaria Testa, da quanto mi risulta, ha fatto una sera all'Olympia. Io quando vado ci sto tre settimane. Con tutta la simpatia che posso avere per lui si tratta di altri pesi e altre misure, anche se spero che Testa, che mi sembra molto bravo, possa avere tutto il successo che merita.

- Tornando al resto della scena musicale italiana?
Non sono informato a sufficienza, sento qualcosa per caso, anche perché quando ascolto i miei dischi ascolto vecchio jazz e musica classica. Mi sembrano molto interessanti questi gruppi, tipo Mau Mau, Almamegretta, La Crus, che con il collettivo sembrano ottenere risultati migliori del singolo cantautore.

Con Luca Morino - MAU MAU
(di Enzo per News ITALIA PRESS)

- Innanzi tutto partiamo con una breve storia del gruppo per chi non vi conosce ancora
Il gruppo è nato nel '91 come trio, abbiamo fatto tantissimi concerti acustici, quindi senza impianto, molti di questi al Balon, dove, tra l'altro, io vendevo anche carabattole nel week-end, ma anche nelle strade di Torino, dove abbiamo sempre avuto problemi a causa della severità dei vigili e delle multe salate. Il fatto di poter girare ci ha permesso di farci conoscere un po' dai torinesi, poi da cosa nasce cosa e adesso siamo qui.

- Il vostro interesse per l'emigrazione è chiaro fin dalla scelta del nome.
Certo, Mau Mau è il nome con cui i piemontesi chiamavano, in modo piuttosto spregiativo, i meridionali che emigravano qui per andare a lavorare alla Fiat, e di conseguenza fin dalla nostra nascita abbiamo avuto un preciso collegamento con l'emigrazione e soprattutto con quello che l'emigrazione rappresenta.

- Tra le vostre canzoni sono due quelle che in particolare parlano d'emigrazione, di italiani all'estero, e sono Ellis Island e Union Pacific.
Vuoi spiegarci la genesi di queste canzoni?
Sia Ellis Island che Union Pacific sono state scritte in seguito ad un viaggio a New York. Come tu sai Ellis Island è l'isola che si trova davanti al porto New York ed è stato il punto di passaggio per tutti gli emigranti che venivano da fuori gli USA, e quindi è un posto molto carico, oltre che di umanità e di storia, anche di energia, un'energia presente anche in assenza delle cose, perché in realtà adesso non c'è niente, c'è solo un museo e un enorme muro con stampati sopra i nomi di 400mila tra i 12 milioni di emigranti che sono passati di lì. Siccome uno dei miei prozii è passato anche lui attraverso Ellis Island ho trovato necessario scriverci qualcosa sopra. E lo stesso dicasi per Union Pacific, un pezzo scritto in un inglese maccheronico che non esiste, ma è soltanto la trascrizione della pronuncia. La prima idea di questo pezzo mi era venuta quando al Balon avevo trovato un piccolo diario di un emigrante del sud Italia che era in America e che stava cercando di imparare i numeri in inglese; ad esempio, per scrivere sei, "six", lui scriveva "secchese" e così via. Da lì mi è venuta l'idea di scrivere una piccola poesiola su questo modo di affrontare una nuova cultura e ad una nuova lingua.

- I Mau Mau hanno sempre alternato l'italiano al dialetto.
A cosa è stata dovuta questa scelta?
Il dialetto ci è sembrata una scelta necessaria fin dall'inizio, innanzitutto perché è stata una cosa che abbiamo scoperto noi per primi, anche perché noi proveniamo da Torino ma parlavamo poco il dialetto, e a me piaceva far emergere la nostra cultura attraverso qualcosa che non appartenesse a tutti, cioè attraverso la diversità.

- E' quindi più una sorta di recupero delle proprie radici, che la possibilità di cantare in una lingua che già si parlava tra voi.
Sì, ricordiamo che il dialetto ha i suoi pro e i suoi contro: da una parte se canti in dialetto sai che uscendo dalla tua zona nessuno ti capirà, d'altra parte il fatto di essere incomprensibile ai più era anche uno stimolo per far sì che il messaggio musicale fosse comprensibile per altri motivi; ci siamo trovati a suonare in situazioni lontanissime da noi essendo compresi lo stesso da chi non capiva le nostre parole.

- Torniamo al tema dell'emigrazione e all'immigrazione. Recentemente su un giornale è stato pubblicato una sorta di dibattito tra due posizioni ben differenti: secondo te i fenomeni migratori sono un problema sociale o un segno della maturità dei popoli?
Io credo che si tratti di un problema sociale. A mio parere, per quanto riguarda l'immigrazione, il gioco dell'economia mondiale ha fatto sì che la grande scatola magica che è la televisione arrivi in qualsiasi angolo del mondo, riuscendo a commercializzare prodotti ovunque. Peccato che arrivino anche in quei posti dove c'è soltanto la televisione che presenta un certo tipo di mondo, e null'altro. Ad esempio, attraversando il sud del Marocco, ho visto capanne fatte di fango ma tutte con l'antenna parabolica che spunta dal tetto; in queste condizioni può succedere che chi sta lì in mezzo al deserto che guarda la sua bella televisione ad un certo punto pensi "magari voglio farmi anch'io una storia come quelle che vedo nella pubblicità" e si sposta per cercarla. Per quanto riguarda invece l'emigrazione il discorso è all'incirca lo stesso, visto che dove non c'era ancora la tv c'erano la radio o i cinegiornali che funzionavano allo stesso modo. Io penso che gli immigrati nel nostro paese in questo momento stiano affrontando la stessa situazione che gli italiani hanno vissuto e vivono tuttora fuori dell'Italia, perciò è normale che ci sia da una parte un sentimento di chiusura, e dall'altra parte è fondamentale la volontà di integrarsi per gli uni, di essere tolleranti per gli altri, cercando di creare un rapporto di scambio tra culture differenti.

Con Roberto VECCHIONI
(di Leongiorgio: si parla di cantautori professori)

Non e' raro il caso di artisti che, pur intraprendendo con successo la strada dello spettacolo, non abbandonino, almeno per lungo tempo, la loro attivita' precedente. Molti cantautori arrivano dall'insegnamento. Alcuni all'insegnamento sono tornati, altri hanno invece incontrato il successo e scelta questa seconda opportunita' che la vita offriva loro. E' il caso ad esempio di Francesco Guccini, che in una sua canzone ("Il pensionato") viene apostrofato dal vecchietto che abita vicino a lui con la frase: "Buongiorno professore, come sta la sua signora?". Due soli, a quando mi risulta, hanno continuato a giocare sui due tavoli per tutta la vita. Roberto Vecchioni e Claudio Lolli. Da trent'anni circa, entrambi, si dividono tra l'insegnamento e l'attivita' cantautorale. Quella che segue e' la cronaca di una chiacchierata con loro proprio sul tema dell'insegnamento e della formazione dei giovani, piu' che sulla loro vita artistica. Una sorta di obiettivo eclettico per guardare dentro la vita di questi due poeti contemporanei. Roberto Vecchioni.

- Innanzitutto la curiosita' piu' grande riguarda i motivi che possono averti spinto a fare una scelta di questo tipo. Perche' portare avanti due lavori, in fin dei conti divergenti. Uno ritenuto di grossa soddisfazione pubblica, gratificante in grado massimo, e l'altro molto piu' oscuro. O no?
Il motivo fondamentale e' stata la passione, direi. Io ho sempre creduto nei rapporti tra le persone. E insegnare e' stata la mia vera passione. Il contatto umano, avere un sapere da passare, il comunicare. Sono tutte cose impagabili. Devo dire che non ho avuto grandi problemi a vivere questa situazione di doppio lavoro. Si' dei piccoli pasticci ogni tanto ci sono stati: ho dovuto chiedere qualche piccolo permesso, ma fondamentalmente non ho fatto fatica. Certo e' merito anche di presidi illuminati, di provveditori illuminati che non hanno mai cercato di mettermi i bastoni tra le ruote. Ma io, dal canto mio, ho sempre cercato di far convivere i due momenti. In genere facevo il cantante d'estate e il professore nel resto dell'anno e anche se andavo a fare una serata durante l'anno, la mattina dopo ero regolarmente a scuola. Diciamo cosi': non ci siamo creati problemi a vicenda.

- Ma i due mondi sono cosi' divergenti come appaiono o esistono dei possibili travasi tra i due ambiti?
I travasi? Mmm … mai di fonte economica. Diciamo che io ho potuto usufruire, in questi anni, di una forma di osservatorio privilegiato. Dal mio ruolo potevo guardare dentro la vita dei miei studenti, in una specie di rapporto professore -alunno, ma fuori dal tempo, dove quello che importava era l'uomo, i suoi valori.

- Un'esperienza felice dunque, perche' i due lavori hanno proseguito insieme per un lungo periodo.
Io ho iniziato a fare il professore nel 72 e il mio primo disco e' uscito nel '71. Diciamo quindi che, praticamente, ho sempre fatto "il doppio lavoro".

- Restare a contatto con i giovani cosi' a lungo ha probabilmente voluto dire anche non perdere mai il contatto con il loro modo di esprimersi, i loro linguaggi …
Sotto il profilo dei linguaggi si' che ho incontrato vantaggi. Ho potuto comprendere i loro linguaggi e riprodurli, ma mai a fine di lucro. Non ho mai fatto un uso commerciale della mia professione di professore. Travasi al contrario invece si' che ce ne sono stati. Indubbiamente, per il fatto di fare il cantautore ho potuto incontrare una maggiore apertura da parte degli studenti. E' come se avessi usufruito di una maggior credibilita', se mi considerassero un loro "contemporaneo". E, in un certo senso, ho anche avuto la via facilitata per accedere alla loro vita privata, per poter parlare con loro dei loro problemi, della loro vita. Il mondo dell'arte poi e' entrato in modo massiccio nella mia attivita' di professore. Abbiamo indagato, con i miei studenti, il mondo contemporaneo: la musica, i fumetti, altre forme di espressione.

- Un'esperienza di insegnamento non solo milanese la tua, svolta per gran parte al liceo Beccarla, fino ad arrivare alla recente esperienza universitaria. Hai trovato differenze profondo tra i tuoi allievi?
Io ho insegnato sia in scuole di Milano che in provincia: a Rho, a Desenzano, a Brescia. Si', differenze ne ho riscontrate. Una certa maggior semplicita' … sono piu' naif in provincia, ma anche piu' studiosi. Perche' Milano e' una citta' grande, ma per questo anche dispersiva. Diciamo che gli studenti milanesi possono contare su una sorta di "intelligenza precedente", figli della borghesia illuminata , hanno una forma di cultura acquisita, quasi ereditaria.

- Ci sono canzoni tue nelle quali hai cercato di raccontare l'altra tua faccia della luna?
Due sono le mie canzoni in cui piu' ho travasato la mia esperienza di professore. E stanno praticamente ai due estremi del mio canzoniere. Da un lato Alighieri, una canzone del 1975
(contenuta in Ipertensione) e dall'altro Sogna ragazzo sogna, che e' presente invece nel mio ultimo lavoro.

- Domanda da un milione di dollari. Ma, detto in sintesi, cosa manca attualmente al mondo della scuola per funzionare meglio?
Cosa manca nel mondo della scuola attuale? Soprattutto la fiducia, la fiducia degli studenti nell'istituzione scolastica e la fiducia anche da parte dei professori nella stessa istituzione. Si', dovessi racchiudere in una ricetta sola, direi che e' soprattutto questione di una grossa crisi di fiducia.

Con Stefano BOLLANI
(di Carlotta: si parla di cantautori poliedrici)

Stefano Bollani è uno dei giovani talenti del jazz contemporaneo. Ma non solo. E’ anche un compositore ricco di fantasia, giocoso e misurato nello stesso tempo, romantico e concettuale, lieve e intenso.
L’abbiamo incontrato durante la tappa milanese del tour che porta in giro “Guarda che luna”, spettacolo ispirato da e a Fred Buscaglione, ma non solo.

- Chi è Stefano Bollani?
- E’ uno che sin dalla tenera età di sei anni si è trovato a voler fare il musicista in un modo o nell’altro. Così i suoi genitori gli hanno detto di studiare il pianoforte, e lui l’ha fatto, esordendo professionalmente a 15 anni e diplomandosi poi in pianoforte presso il conservatorio Cherubini di Firenze. E comunque è uno che ha sempre pensato di fare musica nella sua vita. Non gli è mai venuto in mente nient’altro.
- Quindi i tuoi primi ricordi musicali risalgono all’infanzia…
- Sì da bambino imitavo Celentano allo specchio, poi Buscaglione e Carosone, che era il mio mito – sono sempre stato un po’ anacronistico – fino a quando, verso gli undici anni ho scoperto il jazz. Alla canzone e al rock sono arrivato più tardi.
- Nel tuo curriculum ci sono collaborazioni a 360°, sia come generi che come persone…
- Beh, nel primo periodo ho fatto il “turnista”, e lì in realtà facevo quello che mi si chiedeva di fare, mi adattavo, insomma. Poi pian piano, soprattutto per frequentazioni di amicizia mi sono trovato a collaborare in modo vero e proprio, ad incontrarsi, a volte su un terreno poco noto per tutti, con altri musicisti con cui ci si “sceglie”
- E il mondo del teatro?
- A me piace il teatro, la contaminazione con la poesia, con la letteratura – vedi il mio lavoro ispirato a “I fiori blu” di Queneau, oppure altre cose di genere più difficilmente catalogabile, come “Guarda che luna” che comprendono la parola, i movimenti, lo slapstick, la fisicità. Mi piacciono le cose che stiamo facendo, mi fanno divertire. La cosa che mi stupisce è che facciano divertire anche persone che magari arrivano in teatro senza saper bene cosa aspettarsi. Ed è splendido vedere la magia di questo fil rouge che coinvolge e avvolge. Non saprei spiegare bene il perché. C’è sempre qualcosa di giocoso. Non raccontiamoci le storie del mandare un messaggio, quello si fa anche nei comizi. La cosa che distingue l’attore da “uno che parla” è sicuramente il divertimento.
- La tua musica va oltre alle mode. Il che può essere un’arma a doppio taglio: se da una parte ti permette di rimanere nella storia, dall’altra ti preclude forse un certo tipo di successo…
- Beh, è quello che mi auguro. Di essere ad un livello alto di qualità e di continuare a suonare per cento anni. Il successo “televisivo” non mi riguarda.
- Progetti futuri?
- “Costruire delle autostrade, rispondeva Elio”… Stiamo tentando di scrivere un concerto per trio jazz e orchestra sinfonica, la Regionale Toscana, che diventerà un tour estivo e poi un disco per la Bell Blue. Poi nel cassetto ci sono altre cose, tra cui il desiderio di cantare di più. Mi piacerebbe un disco in cui il canto prenda una parte importane, magari ripescando piccole perle del passato che meritano di essere rispolverate. Tremate!

www.stefanobollani.com

PS l'intervista continua...

Con THE GANG
(di Leon: si parla di gruppi che lasciano il segno, di mercati musicali, di radici e di ali)

Incontrare i Gang a Milano non è poi così difficile. Per una band che suona in concerto più di 100 volte all'anno, rientra nella normalità passare più volte dalla Lombardia, dove peraltro i Gang nutrono vaste schiere di appassionati. "Soprattutto in provincia di Milano, più che a Milano città" specifica Sandro Severini, uno dei due fratelli chitarristi marchigiani, cuore e centro propulsore della band.

Concerti e concerti, date su date, spettacoli teatrali, collaborazioni ma i dischi nuovi continuano a farsi attendere. "Controverso" è uscito nel 2000 e poi niente. Che è successo?"È successo - spiega Marino Severini, autore dei testi, cantante e band leader - che abbiamo rotto con tutti. Anzi, ci siamo rotti noi. E allora abbiamo detto basta! È successo che con la chiusura dei rapporti con la Wea tutta la zavorra ce la siamo tolta piano piano di dosso e poi si tratta di ricominciare scegliendo con chi e come".

Ma la rottura del rapporto con la Wea ha bloccato i dischi nuovi?
"No, no. Con la Wea si è chiuso con "Controverso" e tutto si è fermato lì. C'erano i progetti per due dischi, di cui uno dal vivo, ma non se n'è fatto niente. Questo non vuol dire che non ci siano stati altri progetti. È uscito "Corpo di guerra" con il manifesto con due canzoni nostre e poi partecipazioni ad altre compilation e dischi con A rivista anarchica. Poi, soprattutto, ci sono stati più concerti, perché potendoci organizzare da soli abbiamo fatto molte più date, nonostante non ci sia materiale nuovo".

Però ho visto che e c'è in preparazione un disco di cover, giusto?
Sì, ma prima, per una questione di precedenza c'è da fare uscire il disco con la Macina: sono un paio d'anni che con la Macina, che è un canzoniere marchigiano, stiamo lavorando a un progetto di un disco, ormai da fare uscire al più presto e magari con il manifesto.

Ma il disco con La Macina che disco è? Perché loro fanno musica popolare ...
"Con loro si è fatto uno spettacolo dove metà repertorio è nostro e metà è loro; la formazione è a nove elementi, cioè tutti e due i gruppi insieme. I pezzi della tradizione li abbiamo riarrangiati noi, sui pezzi nostri hanno fatto un lavoro di arrangiamento loro. Ne viene fuori un bel lavoro compatto anche perché, di fatto, abbiamo suonato come se fosse un gruppo solo".
"Questo a noi ha fatto molto piacere, perché loro hanno scelto temi molto vicini o attinenti al nostro canzoniere. Ci sono ad esempio le canzoni popolari sul lavoro e a fianco la nostra "Sesto San Giovanni", "Cecilia" e accanto "Iside", le ninna nanna e le filastrocche e "Buonanotte ai viaggiatori" e "Il Palazzo di Babele". Un bell'affresco di canzoni marchigiane via!"

E il disco di cover? Ho visto che sono tutti cantautori celebri, del periodo d'oro della nostra musica d'autore.
"Sì. Gli Stormy Six, gli Area, poi c'è Claudio Lolli, Francesco De Gregori, Fabrizio De André, Gianfranco Manfredi ("Non è una malattia") , Paolo Pietrangeli, Ivan Della Mea.

Bennato?
"No, Bennato no - risponde Sandro - perché tutte le canzoni sono abbondantemente riviste, a parte i testi e non abbiamo trovato nulla di suo che ci andasse bene. Un sacco di persone sempre ci ha chiesto: "perché non fate Bennato?"

Guccini?
"Neanche".

Mentre di De André dovrebbe essercene una?
"Canzone del maggio" di De André. L'abbiamo già fatta a Genova dal vivo.

Viene bene? Funziona?
"Sai - spiega Marino - sono tutte canzoni che fanno parte delle radici nostre. C'è un po' di nostalgia tra virgolette, ma anche la voglia di massacrarle abbastanza. Quindi le canzoni che si prestano al massacro bene, le altre le lasciamo lì come stanno. "La canzone del maggio" è un bell'inno e poi è tornata tragicamente d'attualità perché sembra scritta ieri. Se non è maggio è luglio, se non è Parigi è Genova, ma siamo sempre lì."

Il pubblico dei Gang è paziente e fedele, ma adesso l'assenza dei loro dischi dalla vendita inizia a farsi pesante. Dopo l'ultimo disco per la Wea nel 2000, un silenzio di tre anni che sembra destinato a continuare fino a dopo l'estate. Il primo disco, quello con la Macina, è infatti in programma per settembre. La speranza è che poi, a ritmi più ravvicinati seguano le altre pubblicazioni.

Il problema - ne discutiamo coi fratelli Severini - è la carenza da canzoni nuove. E' come quando prendi l'assuefazione. Ci avete abituato troppo bene. E adesso ci mancano quegli inni collettivi, quelle canzoni che ci davano l'idea di essere tutti parte di una grande tribù.
"La tribù stia pure tranquilla - sorride Marino Severini, cantante e front-man del gruppo - di canzoni nuove c'è ne stanno pure troppe. Il problema è quando farle uscire Se il disco magari esce tra due-tre mesi allora le canzoni sono ancora attuali per noi, Se magari esce alla fine dell'anno, metà disco non lo senti più tuo".
"Vuoi qualche titolo? "Sangue e cenere, "Ottavo chilometro" che è una storia di partigiani, poi abbiamo in ballo un'altra collaborazione con Erri de luca. Se tutto questo andrà a finire nel disco non te lo so dire, dipende poi dall'uscita".

Ma nei concerti non le canzoni nuove non trovano spazio. Perché non le proponete?
"No, perché senno sarebbero già vecchie nel momento in cui esce il disco. Uno non dovrebbe ... Poi ogni tanto anche nei concerti abbiamo fatto "liberi liberi" che era per Sofri, ma in realtà dipende dall'attualità della cosa. Possono anche esistere canzoni che restano lì, che uno non mette in nessun disco, canzoni-lucciole che campano qualche mese dal vivo e basta".

Però restiamo pericolosamente in deficit di canzoni. Credimi, può essere letale non sentire nulla di nuovo dei Gang per anni.
"Il pericolo era proprio quello per me e Sandro che si creasse dopo Genova e le torri gemelle un clima dell'immediatezza. Le canzoni subito per cantare quello che ci stava accadendo intorno. Io ho cercato di aspettare il più possibile perché queste storie fossero più lontane e magari cantarle ma attraverso altre vicende. Ci stanno ancora tante altre storie, ma le voglio vedere un po' alla lontana, anche perché l'attualità sa di retorica".
"Anche Sesto San Giovanni - ricorda Sandro - era un po' di tempo che non la suonavamo più adesso l'abbiamo ripresa per quello che sta succedendo in giro con la Fiat e le altre storie operaie".

Poi non è del tutto vero che non vi si senta più: su "Corpo di guerra" ci sono due bellissime canzoni vostre: "Il tempo in cui ci si innamora" e "Aprile".
"Aggregarsi fa la forza. E noi ci crediamo - specifica Marino - Anche con Andrea Parodi, adesso che siamo sulla strada insieme ci si conosce meglio. Più c'è la possibilità di incontri e questi incontro sono legati anche al clima, alla collaborazione, alla serata più si cresce".
"E così ci sono i lavori con i Malavita che sono quasi nostri parenti - interviene Sandro - siamo della stessa zona, nelle Marche, il batterista suonava con noi. Sono come i Clash dei primi tempi, tutto filtrato da Mano Negra. Ma anche con tanti altri come i Tupamaros, i Marmaja, Andrea Liberatori, tutte situazioni dove si libera una gran bella energia".
"Questo è il bello di non avere un contratto con case discografiche - riprende il filo Marino - quindi non dobbiamo porci problemi di zavorra tipo "questo non lo fare che ti rovina l'immagine. E non c'è nemmeno la fretta di produrre: il tour un anno, allora ci vuole un altro disco. Poi ci vuole materiale nuovo e fare un altro disco. No, grazie a dio non è più così. Questa fretta non c'è. Quando arriva arriva. Che sia tour che sia disco".

Beh, per quanto riguarda il tour siete in pratica come il Bob Dylan del "Never ending tour", sempre in giro, sempre su piazza.

"C'è una ragione molto semplice per questo: se uno fa canzoni e fa musica deve stare dove questo aggrega, dà emozioni, perché è parte integrante di quella cultura, di quelle relazioni.

Oltre tutto, questo ci dà la possibilità di vivere di canzoni, di musica. Che non è poco. Non c'è più però un'agenzia che organizza che filtra che vaglia ... C'è un rapporto diretto con chi organizza".

"Il mondo dello showbiz è un sistema che è lontanissimo dal mostro modo di concepire le relazioni all'interno della musica che non è solo merce, non è solo mercato"

Voi avete storicamente due anime. Una più cantautorale, con un occhio la folk rivisitato e l'altra decisamente rock. Gli ultimi dischi "suonavano" rock e ora? Come suoneranno i prossimi?
"Io penso - dice Marino - che la musica popolare almeno come l'abbiamo sempre vista noi sia il più grande linguaggio del '900. Il rock & roll è musica popolare. Quello americano poi ha una radice fortissima. Woody Guthrie torna e ritorna su questi temi, ma li senti vivi anche in Springsteen. Io penso che non ci sia grande differenza. E' più un fatto d'estetica, formale: qui c'è una fisarmonica e una chitarra acustica, là ce n'è una elettrica. E' sostanzialmente un fatto estetico".

Ma, per scrivere rock, non devi cambiare anche forma di scrittura?
"No, no. La scrittura non subisce grandi traumi a seconda dell'arrangiamento. La forma canzone non subisce chissà che grandi traumi e cambiamenti. Ci sono canzoni nate folk che poi diventano elettriche, poi tornano folk. Gli stili sono finiti. I Clash forse con "Sandinista" hanno messo la pietra tombale sopra gli stili, con le aggregazioni delle culture delle strada attraverso le subculture. Come dice anche Kusturica oggi l'importante è che questa grande energia si concentri. I fiumi sono in piena, sono grandi e lì in mezzo c'è tutto. Quello che fa la differenza è magari un approccio energico, passionale, a un certo tipo di musica."

E' innegabile però che "Storie d'Italia" suona diverso da "Controverso"
"Storie d'Italia era il progetto del recupero di alcuni frammenti del repertorio popolare italiano. Un trittico di dischi che cercava di recuperare questa dimensione importante. Finita quella stagione, quei tre dischi lì c'era la nostalgia e la voglia di tornare al garage di casa. A quel punto sono arrivati i Pearl Jam e hanno fatto da collante. Adesso siamo tra l'altro un gruppo con forti differenze di età: noi fratelli viaggiamo negli "anta" e il batterista potrebbe essere nostro figlio".

A questo punto è naturale la domanda, visto che hai citato i Pearl Jam e prima i Clash. Chi sono adesso i gruppi che vi piacciono di più?
I Pearl Jam - risponde Sandro - dopo i Clash, sono quelli che ci interessano più. E i Rem. Gli altri durano due o tre mesi e poi scompaiono. In Italia siamo legati da rapporti di amicizia: c'è una grande carovana di amicizia musicale che percorre l'Italia: i Mau Mau, i Modena City Ramblers, Tupamaros, Marmaja, la grande carovana di cui facciamo parte anche noi.

Come stile di scrittura c'è stata una certa evoluzione negli anni?
"Scrivere canzoni - dice Marino - è come suonare la chitarra c'è un approccio molto istintivo. C'è solo il confronto con cose che ti piacciono e che ti danno emozione. Se ci sia evoluzione o meno questo dipende dall'energia che intorno si crea, anche dalle storie che intorno ci succedono quando andiamo a suonare, ma anche dai dischi, i film, i libri che leggiamo. Quello che importa è la vita che c'è intorno. Essere organici a quello che si muove. Se non c'è quello, se non c'è l'ambiente, se non c'è il tessuto sociale si fanno delle brutte canzoni".

C'è stato anche un momento di riflusso? La sensazione, a un certo punto è stata un po' quella che "gli eroi sono stanchi?
"Non si capiva come venire fuori da una situazione che mano mano ci aveva incastrato. La stanchezza è legata al dubbio, alle canne, all'alcool, ai chilometri. L'inizio del Governo Berlusconi non è stato un bel periodo".
"Peraltro - interviene Sandro - c'è il paradosso che quando la sinistra è più forte noi suoniamo di meno. Nel momento che è arrivato Berlusconi c'è stato il ritorno di fiamma. Ci vengono a cercare".
"Berlusconi - conclude Marino - è un gran dramma per questo Paese; sarà una stagione che ricorderemo tra qualche anno, ma il dramma vero è a sinistra. Ed è questo che poi di fatto permette anche l'accesso alla barbarie di Berlusconi. La sinistra era in rotta fino a poco tempo fa. Ora sono entrati questi al potere e buttali un po' via! Sono questi dei panni sporchi che non si dovrebbero lavare solo in famiglia, ma nella società civile. Cofferati ora è quello che si vive in giro, ma credo che possa esserci una riscossa all'orizzonte. Darà la possibilità di ottenere, anche fosse solo per l'emergenza, che la sinistra si ricompatti su territori comuni".

Con Luigi MAIERON
(di Leon: si parla di cantautori montanari)

Luigi Maieron è un nome nuovo nella musica d'autore italiana. A inizio 2002, complice Massimo Bubola, è uscito "Si Vif", un disco di ballate in lingua friulana che gli ha aperto un credito molto ampio presso la critica specializzata. Buscadero, Mucchio Selvaggio e L'Isola non trovata lo hanno inserito tra i personaggi dell'anno e Gianni Mura è un suo appassionato cultore.

Anche il Club Tenco si è ricordato di Maieron, inserendolo tra gli artisti più votati. Maieron vive tra le montagne in Carnia, non è un debuttante assoluto; ha quasi 50 anni e fa musica da venti.

Ma quest'anno è stato un po' diverso, il 2002 ha cambiato qualcosa nella tua vita?

"Nella mia vita no. Continuo con la mia attività: lavoro la mattina e musica il pomeriggio/sera".

La tua fama però si è sparsa. Anche al premio Tenco sei stato ben votato dalle giurie.

"Sì, è vero, sono finito terzo in una categoria e quarto nell'altra (disco in dialetto ed esordienti – NdR). Mi ha fatto piacere. Ma non sono ancora stato invitato a Sanremo (ride - ndr). Chissà se il 2003 sarà l'anno buono".

Comunque dal Friuli stanno uscendo un sacco di autori buoni. Dopo te e Lino Straulino ho sentito di recente Loris Vescovo, poi mi hanno parlato bene dei Flk...

"I nomi che citi sono di primo piano nel panorma friulano. Con Straulino in particolare c'è una lunga amicizia e una collaborazione che è durata molti anni. Loris ha appena pubblicato un nuovo disco. Molto buono. Forse l'avrei asciugato un poco, meno musica. Ma questa è una considerazione personale: la sostanza c'è.

Perplessità che covi anche sul versante musicale?

"In parte, perchè qui, è vero che la musica è di casa. Ma fatta con pochi strumenti, da orchestrina paesana: una chitarra, una fisarmonica, a volte un violino ...". Sull'uso della lingua poi, lo sai quanto io ami il friulano. Credo che questa lingua, nata tra le montagne e per descrivere cose che stanno tra le montagne, non possa essere utilizzata per tutto. Vi sono concetti, idee, situazioni che non appartengono alla mia lingua ed espressi in friulano non mi suonano, non mi convincono".

Eppure la scena locale sembra molto ricca: una fioritura di talenti che comprende anche gli Arbe Garbe, i già citati Flk, i Trastolons, Stefano Montello ...

"Ricca, sì, ma in buona parte sottovalutata. Soprattutto a livello discografico. Gli Flk, ad esempio, dopo un paio di dischi molto belli per la Cni – Compagnie Nuove Indie, adesso sono in difficoltà e sull'orlo della scissione. Perché il pubblico che abbiamo qui, sai, è un pubblico molto difficile. C'è un po' di disamoramento per la musica friulana in genere e questo deve farci riflettere tutti".

Ma tu stai già preparando materiale per un nuovo disco?

"Con i miei tempi. Che sono lunghi. Io posso passare anche giorni attorno a nuova frase, per rifinirla, per completarla, perché mi soddisfi. E le canzoni nuove non le faccio sentire prima che siano in grado "di camminare". Ora giro con il materiale di "Si Vif" e con il materiale precedente, rielaborato e riadattato sulla base della lezione dell'ultimo disco. Con un uso della voce più profondo e suoni rilassati".

In "Si Vif", infatti, la parte che colpisce di più è la particolare timbrica usata da Gigi Maieron: bassa, profonda, intensa. Una voce che ricorda Leonard Cohen, ma anche la corteccia di una quercia. Una voce magica al servizio di temi come la memoria, l'amicizia, "il vissuto, la solidità che l'esistenza pretende", per dirla con le sue parole. E, con ogni probabilità, nell'ambito della canzone d'autore, è stata la vetta più alta del 2002.

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