Speciale Tenco 2002

Il Convegno: giovedì 24 ottobre
La Rassegna: giovedì 24 ottobre
Gli incontri di mezzogiorno: venerdì 25 ottobre 2002
Convegno "Tradittori e tradutori" - seconda giornata: venerdì 25 ottobre '02
La Rassegna: venerdì 25 ottobre 2002
Gli incontri di mezzogiorno: sabato 26 ottobre
Convegno "Tradittori e tradutori" - terza giornata - sabato 26 ottobre '02
La Rassegna: sabato 26 ottobre, terza serata

San Remo, XXVII Tenco - Convegno "Tradittori e tradutori"
Giovedì 24 ottobre, 15:30. Apre i lavori la strana coppia Bertoncelli-Vecchioni, con una relazione introduttiva che verte sul senso della traduzione e sul lavoro dei traduttori. Vecchioni racconta di aver lavorato per una decina d'anni come traduttore poi si arma di chitarra e si esibisce in quella che definisce una vergognosa versione di "My Way"
Continuano Meri Lao e Vinicio Capossela, soffermandosi sul tema tutto latino-americano del ritorno del tango in Italia.
Terminano la sessione due canta-traduttori storici: Bruno Lauzi e Gino Paoli. Parlano della traduzione come tradimento. Problema insito nel titolo del convegno stesso. "Fare il traduttore di testi letterari è un'esperienza drammatica", ha dichiarato Lauzi. "Molte volte, sei costretto ad accettare testi che non avresti mai scritto. Così succede che allontanandoti dalla sostanza di un libro, prima o poi, vieni colto dalla tentazione di tradirlo. In musica la situazione forse è più semplice: ho tradotto testi di molte canzoni, che a volte sono risultati, parola degli stessi autori, più belli dell'originale. In altri casi, sono stato accusato di essere uscito fuori tema". Secondo Paoli la parola stessa, nella sua veste di interpretazione-rappresentazione verbale di un'idea, è già di per sé un tradimento. Quindi tradurre alla lettera è importante, ma ciò che conta, più del testo, è l'intenzione della canzone. Si sofferma poi sul problema della differenza tra le lingue, della difficoltà di tradurre in italiano, lingua ricca di parole sdrucciole, testi francesi o inglesi, lingue al contrario ricchissime di parole tronche. Aggiunge ancora che per tradurre un brano è necessario amarlo a tal punto da identificarsi nello stesso, da indossarlo.
Si conclude con la constatazione che la canzone è, a differenza di tutte le altre, arte che diventa di chi la canta, entrando nell'anima dell'esecutore, sia esso cantante, traduttore o ascoltatore finale che fischietta sotto la doccia.

 

Giovedì 24/10/02 ­ Prima serata

Apertura all'insegna dei mostri sacri ieri sera al Tenco.
La 27° rassegna della canzone d'autore ha infatti visto l'esibizione di una squadra di vecchie glorie, con l'eccezione dei giovani Tosca e Moreno Veloso.
Inizio affidato come di consueto alle note di Lontano lontano, uscite dalla chitarra magica di Gilberto Gil, che le ha vestite per l'occasione di un merletto di bossa-nova, trasparente sul resto del tessuto musicale, del tipo ti vedo don ti vedo, fatto di note soavi e dissonanti, e della dolcezza del cantato, in parte in portoghese, in parte in italiano.
La traduzione è il tema attorno a cui ruota quest'anno la manifestazione sanremese d'autore, e agli artisti è stato espressamente chiesto di presentare una canzone "di altri", inedita o appartenente al loro repertorio.
Così parte Vinicio Capossela, con l'aria invero un tantino autocelebrativa, e si srotola dal pianoforte alla chitarra, sotto le splendide luci di Pepi Morgia (5 grandi lampioni cilindrici di stile giapponese che si illuminano via via dei colori più incredibili e sono attraversati da ventagli di raggi di luce), in una serie di tanghi argentini preparati ad hoc. Se ne va ringraziando tutti gli autori di canzoni tristi, e lascia il posto ad un Bruno Lauzi in forma smagliante e pieno di grinta che ci regala dopo una serie di suoi successi, una splendida interpretazione di les bigottes di Brel. Grande voce e grande spirito. Uno dei momenti più alti della serata.
Lauzi cede il palco a Tosca, unica presente alla rassegna, già Targa Tenco nel '97, che presenta assieme a due pezzi "suoi", un Chico Buarque de Hollanda.
La scena ora è aperta per Roberto Vecchioni. Il cantautore milanese, che nel pomeriggio durante il convegno si era già esibito in una a sua detta "atroce" versione di My way, inizia con la lettura di alcune traduzioni storiche, da Platone e da Demostene. I brani letti sono, per così dire,di inquietante attualità. Si parla di collusioni, di truffe, di tentativi di accentrare tutti i poteri su di sé da parte di un solo uomo politico, di ruffianerie, di implicazioni in reati vari sempre in qualche modo insabbiate… Appena terminata la lettura del primo brano, salta completamente l'impianto audio. La lettura continua dall'estremità del palco senza amplificazione alcuna.
Dopo un breve intervallo imposto dalle sopraccitate cause tecniche, Vecchioni torna in veste di cantante. Parte un po' sottotono con la sua versione elettrificata di Vincent di Don McLean, che già ai tempi non mi aveva convinto più di tanto e chiude con le nostalgie musicali di Viola d'inverno e di La bellezza.
Il testimone passa ora a Gino Paoli. Anch'egli leggermente sottotono, presenta tra le altre la sua "vecchia" versione di Ne me quitte pas, e quella che a dir suo è la canzone anarchica per eccellenza: Imagine di John Lennon.
Breve il set di Moreno Veloso che conclude duettando con Gilberto Gil in un accostamento tra vecchio e nuovo Brasile. Gilberto Gil, Premio Tenco di quest'anno, secondo la tradizione chiude la serata con i fuochi d'artificio più spettacolari. Un vero e proprio mini-concerto in cui ci regala i suoi ritmi e le sue melodie poi si scatena in una "No woman, no cry" da brivido, nei suoi samba e nelle sue bossa-nova pop-funk-baihane che ci trasportano magicamente nel suo mondo. Gil, senza accompagnamento, con la sua chitarra e i suoi gorgheggi tropicali, riempie la scena. Le luci, spettacolari fanno il resto.

In conclusione una serata ricca di valore. La sola cosa che ci ha lasciato un po' perplessi è stata la scelta di concentrare in questo modo tutte le "vecchie glorie": una specie di serata "alla carriera". Appuntamento a stasera in cui la fetta più grossa tocca ai giovani: Silvestri, Cammariere, Radiodervish e Têtes de bois, con Jannacci e Lidsay come eccellente "contorno". Vedremo che sapranno fare.


Gli incontri di mezzogiorno - venerdì 25 ottobre 2002
Inizia Gianni Mura, che presenta il nuovo prodotto della collana dei dischi del Club Tenco: "Duilio del Prete canta Brel" e ci racconta un parallelo tra i due artisti.
Segue a ruota Arto Lindsay, Premio Tenco "per le sue musiche sottili e lunatiche, tormentate e romantiche". Lindsay sottolinea l'importanza della traduzione in quanto essa che permette di accostarsi a mondi che sarebbero altrimenti preclusi. Dice di fare samba in inglese e Rhythm & Blues in portoghese e parla di Bill Frisell, delle loro collaborazioni, aggiungendo con una punta di rammarico che di Frisell preferisce la vecchia produzione. Ricorda la sua collaborazione con gli Avion Travel, sostenendo che quello che ha fatto con loro lo rifarebbe tale e quale, ma che se dovessero nuovamente collaborare ovviamente il prodotto sarebbe qualcosa di totalmente diverso.
Attualmente Lindsay si sente underground-commercial-sperimentale, e questi sono i territori che vuole esplorare con la sua musica. Dice che è difficile trovare un pubblico aperto ad un discorso di questo tipo, ma che lui continua a sognare e ha sempre voglia di appiccare fuochi.
La parola passa ai Radiodervish, duo italo-palestinese composto da Michele e Nabil. Loro non fanno traduzioni in senso stretto, ma il passare attraverso lingue e culture diverse sta assolutamente nelle loro corde, in untentativo di mettere in comune il mondo italiano e quello palestinese. I testi delle loro canzoni sono multilingue. Raccontano di aver tradotto in arabo, dietro sua richiesta, Stella Cometa di Jovanotti, e poi di averla cantata. Lavorano insieme da dieci anni, ed in Italia hanno trova toforti resistenze al tentativo di mescolare le lingue, specialmente l'arabo. La loro musica non è né orientale né occidentale; a loro piace definirla come un caleidoscopio di di colori e culture. Parlano poi del loro rapporto con Noah. Nabil racconta che quando gli proposero di incontrarsi, per lui Noah era un'Israeliana, quindi il nemico. Lui non conosceva israeliani, e quella di Noah fu la prima mano israeliana che strinse: Non senza qualche paura e qualche perplessità. Poi, parlando, entrambi capirono che chi avevano di fronte non era soltanto qualcuno che stava dall'altra parte della barricata, ma una persona, fatta di carne ed ossa, che aveva gli stessi sentimenti e gli stessi sogni, sogni, le stesse paure e le stesse speranze, gli stessi desideri e gli stessi valori. Al di là dei concetti precostituiti.
Cambio di palco per i Têtes de Bois, con il loro grande amore per Ferrè vissuto fino all'ultimo. Nel loro lavoro hanno coinvolto tanti amici, come la moglie di Ferrè che ha loro affidato tutto il materiale che aveva a disposizione, o Daniele Silvestri, che ha tradottocon grande freschezza la poesia di Arthur Rimbaud che è diventata il testo di non si può essere seri a diciassette anni. Sostengono che chi traduce non rivive, né fa rivivere. Semplicemente vive. Si parla ora del perché Ferrè sia il meno conosciuto degli chansonnier. Del perché la catena delle Alpi lo abbia fermato. Interviene Franco Lucà, il patron del FolkClub di Torino, che si rammarica di non essere riuscito a portare Ferrè nel suo locale: morì due mesi prima della data già fissata. Aggiunge poi che Ferrè dava troppo fastidio, era troppo controcorrente, era difficile per i tempi.
Nanni Svampa dice poi che ci furono tentativi di mettere Ferrè sul mercato, ma che il suo linguaggio era troppo duro. Gli chiedono perché non lo abbia mai tradotto: risponde che personalmente lui si sentiva più affine a Brassens. I Têtes de Bois aggiungono di essere stati recentemente censurati da una radio che, prima di mandarli in trasmissione ha loro chiesto di non fare Les anarchistes. Loro han preso su e se ne sono andati. Questo dimostra come non sia stata la catena di montagne fisica a fermare Ferrè, ma una catena metaforica di Idee.
Tonfo verso il basso per l'ultimo intervento. Sergio Cammariere, approdato l'anno scorso al Tenco da sconosciuto ritorna quest'anno da divo. Parla (poco) del nuovo disco che ha in programma, esce un paio di volte con la sua frase-mantra del momento: "Situation!" e conclude dicendo di essere cugino per parte di madre di Rino Gaetano. Bah!

Convegno "Tradittori e tradutori" - Seconda giornata - Venerdì 25 ottobre '02
Il primo tema di oggi è: "Francesi, dai traduttori storici all'attuale ritorno di fiamma". Inizia Nanni Svampa, padre storico delle traduzioni, che al tempo scelse di tradurre dal francese nella "sua" lingua, il milanese. Svampa ha tradotto solo Brassens, e solo per "uso personale". La scelta cadde sul milanese per una questione strettamente linguistica di maggior affinità con l'originale. Il milanese infatti, con gli influssi dati via dai vari popoli che si alternarono al dominio della città, conta parole di derivazione francese, catalana e araba, per non parlare del maggior numero di tronche rispetto all'italiano. Altro motivo che spinse Svampa a questa scelta fu che il milanese era una "bandiera", un modo per dare ai personaggi brassensiani una connotazione autoctona, immergendoli negli usi, costumi e contesto sociale locale. Tanto che molti pensarono che quelle fossero canzoni originali ispirate dal naviglio. Svampa sostiene che la canzone tradotta debba essere riambientata per diventare credibile, specialmente se si trattano temi popolari. Per questo una lingua locale si presta meglio dell'italiano che sarebbe secondo lui più adatto invece a temi astratti o filosofici. Per esemplificare canta La brave Margot, diventata Rita dell'Ortiga e Il fantasma.
Di parere opposto sarà invece Raffaella Benetti, traduttrice-interprete di Barbara. La giovane cantante e attrice, che ama lasciare all'interno delle sue traduzioni parole o anche intere frasi in francese, sostiene un'immedesimazione totale con l'autrice tradotta. Una lettura diversa della traduzione. Lei non vuole infatti limitarsi a portare in scena una canzone dell'artista, ma l'artista stessa. Siccome Barbara cantava se stessa, lei vuole cantare Barbara, vuole trasportarla in italiano per far provare al pubblico le stesse emozioni provate da lei. Ritiene sia fondamentale che l'apporto autobiografico di Barbara emerga anche dalla traduzione e che tutti gli scenari originali vadano lasciati inalterati, perché una Barbara ambientata per esempio a Verona non sarebbe la stessa e per un fiorentino, ad esempio, rimarrebbe comunque "straniera".
Ancora diverso l'approccio di Andrea Satta e dei Têtes de Bois. Il loro è stato un lavoro collettivo, basato oltre che sulle loro traduzioni su traduzioni "storiche" di Leo Ferrè o su traduzioni richieste ad altri per l'occasione. Ognuno traduce le cose che sente più vicine, e la traduzione deve necessariamente essere un atto in movimento. Non si tratta di un mero tradurre, si tratta di tradurre in musica e, inevitabilmente come si manipolano le parole si manipola anche la musica. La traduzione è un viaggio lungo, e non è solo il problema delle tronche. Si deve riuscire a scrivere qualcosa di convincente al 100%, altrimenti è meglio buttar via tutto, o farlo fare ad altri o, eventualmente proporre la canzone nella lingua originale, come un tributo, una dichiarazione di "non so renderla altrettanto bene nella mia lingua". La traduzione poi, non deve essere solo un fatto di trasposizione, la sua forza sta nel riuscire a dare al brano la propria interpretazione. Loro hanno fatto scelte di libertà rispetto ad una traduzione strettamente letterale inserendo, quando era il caso, parole e concetti estranei all'originale, ma che loro avevano interpretato in tal modo o ritenevano utili alla creazione del loro quadro. La traduzione Non deve essere una copia, piuttosto un'interpretazione.
La posizione è duramente contestata da Enrico Medail, del quale tra l'altro sono presenti un paio di traduzioni nel CD dei Têtes de Bois. Egli, in particolare pensa tutto il male possibile della versione di On n'est pas sérieux quand on a dix-sept ans tradotta da Daniele Silvestri. Inizia con un "ora vi dimostrerò come non si deve fare una traduzione" e procede ad una vera e propria vivisezione-processo in contumacia del testo incriminato. La canzone, una poesia minore di Arthur Rimbaud, messa in musica da Ferrè tratta di un quadretto provinciale imperniato su suoni, odori, stelle che fanno capolino, una ragazza graziosa e sdegnosa ed un appuntamento finale rifiutato perché nel momento in cui ha l'oggetto del suo desiderio a portata di mano preferisce semplicemente tornare alla vita di prima fatta di serate al bar con gli amici. Medail procede ad una lettura teatral-sardonico-sprezzante del testo di Silvestri infiorettandolo di tutti i suoi commenti. Al termine Enrico de Angelis fa notare che qualunque brano presentato in quel modo sarebbe in qualche modo demolito. La nostra considerazione finale è che il signor Medail, oltre ad averci dato una lezione di maleducazione, giacché non si procede ad un intervento simile in assenza del diretto interessato, non abbia capito alcuni concetti espressi invece in modo assolutamente convincente nel testo di Silvestri.
"Italiane emigranti, la canzone italiana tradotta" è l'argomento dell'ultima sessione di lavoro del convegno. Inizia Joan Isaac raccontando di aver sempre tradotto canzoni che gli piacciono, di non aver mai tradotto per altri e di aver rinunciato in partenza a tradurre alcuni brani che hanno secondo lui una parte emozionale troppo forte per essere resi bene in una traduzione. Ha tradotto Genova per noi, perché la sentiva sua, e perché vi ha annusato gli odori del porto di Barcellona.
Terminano il discorso Roberto Ferri, traduttore di DeAndré e Battiato in francese e Luca Faggella, che ha tradotto, sempre in francese, Piero Ciampi.

San Remo - Tenco 2002 La Rassegna - Venerdì 25 ottobre, seconda serata
Tutta dedicata alle Targhe Tenco la seconda serata della rassegna: quattro su cinque sono presenti stasera, da Cammariere a Silvestri passando per Jannacci e i Têtes de bois, con inserti dei Radiodervish con la loro poetica multirazziale e del grandissimo Arto Lindsay.
Apre Cammariere (miglior opera prima) accompagnato da Luca Bulgarelli al contrabbasso e Amedeo Ariano alla batteria. Segue a ruota la premiata ditta Jannacci&Jannacci (miglior canzone) che presentano Lettera da lontano (applausi in sala quando viene nominato Carlo Giuliani), e, in un inedito trio con Mauro Pagani, una struggente versione de I mulini dei ricordi, allacciandosi così al tema della traduzione. Il brano è infatti una traduzione di Paolo Jannacci dell'autore francese Michel Legrand.
Salgono ora sul palco i Radiodervish, portando con sé, oltre ad una ricca formazione orchestrale, la loro poetica di contaminazione culturale, la loro musica che guarda al futuro cercando le sue radici nel passato e la loro saggia visione del mondo.
Dopo l'intervallo ampio set dedicato ad Arto Lindasay, premio Tenco per l'operatore culturale, "per aver sempre coltivato le sue radici brasiliane nell'aspro panorama newyorkese; per la sua musica sottile e lunatica, tormentata e romantica". Atmosfere da sogno ed eclettiche sperimentazioni.
E poi via con i Têtes de bois (migliori interpreti) e la loro rilettura di Leo Ferrè, che termina con la bella versione di On n'est pas sérieux quand on a dix-sept ans eseguita in duetto con Daniele Silvestri (miglior album), al quale cedono il palco. Daniele ci regala una travolgente session con tanto di discesa tra il pubblico dell'imponente trombettista cubano e chiusura in vero e proprio stile da concerto con l'esecuzione di Cohiba, con un "assolo corale" di percussioni. Fuochi d'artificio che sciolgono l'atmosfera a volte un po' ingessata del teatro e battiman-applausi.

San Remo - Tenco 2002 - Gli incontri di mezzogiorno: Sabato 26 ottobre
Parte Davide van de Sfroos, felice del tributo. Il suo album "E semm partii", praticamente autoprodotto, ha venduto 50.000 copie, cosa questa che l'ha reso appetibile agli occhi dei discografici che vorrebbero lanciarlo e grande stile facendogli abbandonare il dialetto per l'italiano. Ma lui assicura che no, che la sua musica è un bonsai e che il dialetto ha un suono che lo possiede e lo emoziona. E che il riconoscimento avuto dal Tenco per il miglior album dialettale lo spinge a continuare per la sua strada, gli fosse anche mai venuto il dubbio. (se il riconoscimento fosse stato per il miglior album tout-court forse l'avrebbe spinto ancor di più. Ndr) Il discorso prende poi piede sull'annosa questione Lega sì - Lega no. Bernasconi ribadisce la sua estraneità a qualsiasi discorso politico. Afferma di suonare indifferentemente in teatri e centri sociali come in feste di piazza e di partito. Qualunque esso sia. Aggiunge poi un aneddoto amaro: "io mi sentivo di sinistra, e stavo per suonare ad una festa di rifondazione quando uno degli organizzatori mi sostenne che io di sinistra non potevo essere, avendo le basette tagliate troppo alte. Così ho capito che è tutta una questione di look… D'altra parte se i miei accusatori ascoltassero le mie canzoni si renderebbero conto che le mie storie lanciano messaggi che stanno all'opposto di quelli della parte politica a cui vengo così spesso collegato. E' triste essere dipinti di un colore senza che si conosca quello che fai. Solo perché ti hanno visto passare per strada…"
Sale sul palco Donovan, il cantore di testi pacifisti con spifferi psichedelici. Si parla delle differenze tra la scena musicale inglese e statunitense e poi dei suoi classici, delle canzoni che ricorda con amore e di quelle che vorrebbe dimenticare. Breve intermezzo per Luca Carboni, chiamato sul palco giacché stasera presenterà una traduzione inedita di Colours. Racconta della sua nuova veste acustica e del suo rammarico di essere musicalmente nato in un periodo di poca considerazione per il cantautorato; periodo in cui i Mostri Sacri in qualche modo continuavano a stare a galla, ma non c'era interesse per la nuova generazione. Problema questo che lo portò a trovarsi in una specie di limbo: né il mondo del cantautorato, né quello della musica più "commerciale" lo consideravano "uno dei loro". Chiede Silva: Ma allora l'invito al Tenco di quest'anno ti è giunto come un "finalmente questi vecchi rincoglioniti si sono accorti di me"? "Sì" (risate&sorrisi)
Si torna a Donovan. Parla delle sue ballate rilassate che vanno con il ritmo del cuore, come la respirazione yoga. E qui ricorda "Isle of Islay". Riccardo Bertoncelli gli chiede un ricordo degli anni '60 della ricerca psichedelica. Gli domanda come ora, a distanza di trentacinque anni veda il periodo e come lo giudichi. Donovan parla del secondo dopoguerra delle città industriali inglesi. Di come si cercasse di fuggire dallo squallore generalizzato. Di come ogni città avesse una scuola d'arte, e di come inevitabilmente l'arte si intrecciasse a mo' di doppia elica con la musica. Parla poi della psichedelic investigation alla ricerca di qualcosa di più alto supportata anche dal fatto che fino al '69 in Inghilterra l'LSD fosse legale. Non era solo sesso, droga e R&R: era sesso, droga, R&R e spiritualità. Prende ora la parola Tito Schipa a proposito del lato pittorico di Donovan. L'artista scozzese spiega allora come si facesse musica guardando i quadri, e di come si dipingesse influenzati dalla musica. E aggiunge che sì, lui visualizzava dei quadri nelle sue canzoni, o meglio, in qualche modo, cercava di dipingere parole.
E' ora il momento di Enrico de Angelis, che presenta il secondo dei nuovi CD del Club Tenco. Il lavoro raccoglie la testimonianza degli omaggi a Sergio Endrigo eseguiti da una ventina di artisti durante la scorsa edizione del Tenco.
La parola passa poi a Malaspina. Il cantautore pavese si presenta con il solo cognome, a suo parere più efficace ed evocativo e con un look dark leggermente inquietante per parlarci del suo nuovo lavoro "Benvenuti mostri", opera che propone un quadro di una società devastata, senza esprimere un giudizio morale su di essa, ma piuttosto ricercando la doppia anima e le motivazioni. Ci racconta di aver voluto dividere idealmente l'album in due tempi, quasi un riferimento al vecchio vinile, per creare una pausa d'ascolto ed una distinzione tra i due atti: uno più invettivo, l'altro più poetico.
Cambio di tono per l'inconsueto connubio Rondelli-Bollani. Coppia nata a dir loro "By Night".
Rondelli: Ma che mi volete far parlare? Io non so parlare, per questo canto!
Bollani: Non abbiamo tradotto nulla perché sappiamo a malapena l'italiano
Rondelli: Le mie canzoni sono come una cartolina sbiadita spedita da mio nonno dalla trincea durante la guerra. C'era scritto "La posizione a me presente è posizione ridente" Ecco, come potesse essere ridente una posizione in trincea non mi è mai stato chiaro. Poi l'ho capito: si rideva per reazione alla disperazione.
Bollani racconta poi il suo incontro con Rondelli in un locale di Pisa. "Bobo passava da un brano all'altro lasciando il precedente a metà al grido di "Ragazzi, 'un me garba più! Facciamone un'altra!" Una folgorazione!"
Ultimo partecipante all'incontro è Luca Faggella, premio SIAE/Tenco per l'autore emergente. Anch'egli livornese racconta del suo amore per Ciampi, di cosa egli abbia significato e di come, ritenendo il suo messaggio universale, abbia provato a tradurlo in francese. Stasera presenterà tra l'altro una sua versione de La mauvaise reputation di Brassens e Il primo valzer, traduzione di De eerste waltz, canto d'amore yiddish del secolo scorso che fa parte del suo tentativo di riallacciarsi alla tradizione popolare di ricercare la misticità, l'infinito, il ri-inizio, il ciclo della vita aiutandosi con la danza.

San Remo, XXVII Tenco - Convegno "Tradittori e tradutori" - Terza giornata - sabato 26 ottobre '02
Sono due i temi della giornata odierna: "Professionisti massimi a confronto" e "Com'è difficile tradurre gli anglo-americani"
La prima parte dei lavori vede Giorgio Calabrese e Sergio Bardotti in un confronto di ricordi e aneddoti sulla loro quasi sterminata esperienza pluridecennale nel mondo della traduzione: dalla canzone francese a quella sudamericana a quella anglosassone. Punto di perno, secondo loro, il momento in cui si passò, dal semplice abbinare delle qualsivoglia parole italiane, che dovevano avere dei semplici requisiti di metrica e ritmo ad una musica che aveva successo all'estero, al tentativo di trasporre in italiano un testo che rispecchiasse quello originale.
Nella seconda parte Ricky Gianco, Tito Schipa e Mimmo Locasciulli raccontano le loro esperienze di traduttori del mondo anglosassone.
Inizia Gianco raccontando che le prime canzoni le tradusse come parodie. Così I'm easy diventò Ho la tisi (la canta). Parla poi delle ormai arcinote difficoltà tecniche date dal cercare di mantenere il ritmo e contemporaneamente dire qualcosa di sensato, e parla anche lui del periodo tra il 60 e il 70 in cui tradurre era assolutamente tradire, ossia era limitarsi a mettere delle parole qualsiasi su una melodia. Cos' per esempio Celeste, versione italiana di Atlantis, ha un testo che nulla ha a che fare con l'originale.
La parola passa a Tito Schipa, che si definisce traduttore nato. Racconta che ad avvicinarlo a Dylan fu un suo compagno di scuola, tale Mario Fales, figlio di una scrittrice italiana e di un professore universitario ebreo americano. Mario era totalmente bilingue, e non solo, cambiando lingua cambiava anche cultura, passando da un "romano de Roma" ad un newyorkese yiddish e viceversa. Era anche un ottimo chitarrista ed era in grado di spiegare perfettamente le atmosfere Dylaniane, diventando una vera e propria versione italiana di Dylan. Schipa racconta che verso i 18 anni sentì fortissima l'esigenza di tradurre le sue canzoni in italiano, senza minimamente chiedersi che cosa ne avrebbe poi fatto. E ricorda come gli tornò improvvisamente alla mente l'inglese, prima lingua che aveva imparato e che aveva in seguito dimenticato trasferendosi in Italia. Più che dell'album Dylaniato parla delle sue traduzioni per l'editoria. Spiega di aver mantenuto rime e metrica, perché Dylan stesso riteneva che rime e al ritmo fossero un elemento essenziale del suo modo di raccontare storie e sentimenti in musica prendendosi invece delle libertà maggiori in campo lessicale. Cosa questa per cui venne accusato dallla critica di gergalità e "bassezza" di linguaggio. Schipa si esibisce in un reading delle sue traduzioni (è un ottimo lettore) insistendo ed enfatizzando il ritmo. Rivendica poi ancora una volta il diritto del traduttore di scostarsi dal testo originale quando lo ritenga necessario per rendere meglio l'idea di base.
L'ultimo intervento è per Locasciulli, che si riallaccia al discorso di Schipa. Anche per lui tradurre è inevitabilmente tradire. Sostiene ridacchiando che sarebbe preoccupato qualora qualcuno dovesse tradurre lui. Dice chè è stato fatto una volta, da un non meglio identificato cantautore olandese che tradusse Cara Lucia. Lui ovviamente non capì nulla di cosa costui avesse scritto, ma non volle indagare più a fondo. E' d'accordo con Schipa anche sulla questione "ritmo e rime". Aggiunge come contibuto personale le sue disavventure con gli editori e gli avvocati dei diversi autori da lui tradotti e conclude dicendo che tradurre è un viaggio. Un viaggio in casa d'altri.

San Remo - Tenco 2002 La Rassegna - sabato 26 ottobre, terza serata
Tre nomi nuovi o quasi per l'inizio della serata numero tre. Si parte con Bobo Rondelli e Stefano Bollani, formidabile duo surreal-jazzato, si prosegue con il più tranquillo Luca Faggella dallo stampo chansonnieristico più tradizionale e con Oliviero Malaspina, ops, Malaspina, in questa sua nuova veste in bilico tra il dark e il j'accuse.
Seguono Donovan il menestrello, affiancato dalla figlia ai cori e da Andrea Sisti, al quale lascia il palco.
Infine, per rispettare la tradizione del Tenco di far scoprire autori poco noti, arriva Enrique Morente. Pressoché sconosciuto in Italia, è il più grande rappresentante del moderno flamenco cantato. Usa testi di poeti spagnoli come Garcia Lorca o traduce quelli di Leonard di Leonard Cohen o di altri autori. "Ha saputo arricchire di nuove esperienze la tradizione del flamenco; vi ha innestato versi di poeti; vi ha introdotto sperimentazioni musicali, affiancando alle sonorità classiche quelle legate al rock, alla musica elettronica e sinfonica, e persino avvicinando alla propria musica quella balcanica e americana" Questa la motivazione al suo premio.
Poi Luca Carboni in versione acustica. Per il suo primo Tenco esegue al pianoforte alcuni brani tra cui "Stellina dei cantautori", canzone che chiude il suo ultimo lavoro "Luca" dedicata a Renzo Cremonini, storico produttore recentemente scomparso. Poi imbraccia la chitarra e attacca con la sua traduzione di Colours, premettendo che aveva sperato che l'artista scozzese non la eseguisse nel suo set, poiché non sapeva se la sua versione avrebbe retto il confronto.
La conclusione è affidata a Davide Van De Sfroos, targa Tenco per il miglior album in dialetto che presenta, oltre ad alcuni pezzi del suo repertorio, una riuscitissima versione di "Frank's wild years" di Tom Waits, trasformandola in "I an selvadech del Francu" (Gli anni selvatici di Franco).
…e qualcuno di voi si dirà: ma che canzone semplice da tradurre in dialetto! Eppure io ho scritto, perché le ho viste, le storie di tanti personaggi che non sono sicuramente Tom Waits, non parlano come Tom Waits, ma che storie analoghe le hanno vissute. Adesso vediamo cosa succede e prendetela come viene: "I an selvadech del Francu". E si lancia, de Sfroos, in questa versione lacustre di Tom Waits dove Francu "s'era piazzà 'n su de la Val d'Intervi e faceva i cadregh muderni ne la sua bela butega su la tangenzial ch'a la 'riva sû fin a la Pasquale Paoli e la sua dona la tegniva sempre la buca serada e l'avevan 'na cûsina salvarani muderna col forno ch'a se neta de par lû. Lui guidava un centvitot con i sedil de pel de criceto e g'era anche la decalcumania de Papa Giuvan in sul vulant, e gh'era l'arbre magic, pic pic…" Beh, sembra di vederlo, il Francu. E l'ultima delle Targhe viene cosegnata a Van de Sfroos da Luis Cabases, giornalista de l'Unità, con le parole:" Sembra che sia lo sport del momento cerccare di sapere da che parte sta: sta di qui, sta di là chi lo sa, non lo sappiamo…è vero che qualcuno sta cercando di mettergli un cappello, ma lui un cappello ce l'ha già e penso che sia ben calcato sulla testa. Poi ricordiamoci sempre che ognuno di noi è sempre il terrore di qualcun altro…"
Cala il sipario sulla XXVII puntata del Premio Tenco. Appuntamento all'anno prossimo!

 

 

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