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Speciale Tenco 2002
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Il Convegno:
giovedì 24 ottobre |
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San
Remo, XXVII Tenco - Convegno "Tradittori e tradutori" |
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Giovedì
24/10/02 Prima serata In conclusione una serata ricca di valore. La sola cosa che ci ha lasciato un po' perplessi è stata la scelta di concentrare in questo modo tutte le "vecchie glorie": una specie di serata "alla carriera". Appuntamento a stasera in cui la fetta più grossa tocca ai giovani: Silvestri, Cammariere, Radiodervish e Têtes de bois, con Jannacci e Lidsay come eccellente "contorno". Vedremo che sapranno fare.
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Gli
incontri di mezzogiorno - venerdì 25 ottobre 2002
Inizia Gianni Mura, che presenta il nuovo prodotto della collana dei dischi del Club Tenco: "Duilio del Prete canta Brel" e ci racconta un parallelo tra i due artisti. Segue a ruota Arto Lindsay, Premio Tenco "per le sue musiche sottili e lunatiche, tormentate e romantiche". Lindsay sottolinea l'importanza della traduzione in quanto essa che permette di accostarsi a mondi che sarebbero altrimenti preclusi. Dice di fare samba in inglese e Rhythm & Blues in portoghese e parla di Bill Frisell, delle loro collaborazioni, aggiungendo con una punta di rammarico che di Frisell preferisce la vecchia produzione. Ricorda la sua collaborazione con gli Avion Travel, sostenendo che quello che ha fatto con loro lo rifarebbe tale e quale, ma che se dovessero nuovamente collaborare ovviamente il prodotto sarebbe qualcosa di totalmente diverso. Attualmente Lindsay si sente underground-commercial-sperimentale, e questi sono i territori che vuole esplorare con la sua musica. Dice che è difficile trovare un pubblico aperto ad un discorso di questo tipo, ma che lui continua a sognare e ha sempre voglia di appiccare fuochi. La parola passa ai Radiodervish, duo italo-palestinese composto da Michele e Nabil. Loro non fanno traduzioni in senso stretto, ma il passare attraverso lingue e culture diverse sta assolutamente nelle loro corde, in untentativo di mettere in comune il mondo italiano e quello palestinese. I testi delle loro canzoni sono multilingue. Raccontano di aver tradotto in arabo, dietro sua richiesta, Stella Cometa di Jovanotti, e poi di averla cantata. Lavorano insieme da dieci anni, ed in Italia hanno trova toforti resistenze al tentativo di mescolare le lingue, specialmente l'arabo. La loro musica non è né orientale né occidentale; a loro piace definirla come un caleidoscopio di di colori e culture. Parlano poi del loro rapporto con Noah. Nabil racconta che quando gli proposero di incontrarsi, per lui Noah era un'Israeliana, quindi il nemico. Lui non conosceva israeliani, e quella di Noah fu la prima mano israeliana che strinse: Non senza qualche paura e qualche perplessità. Poi, parlando, entrambi capirono che chi avevano di fronte non era soltanto qualcuno che stava dall'altra parte della barricata, ma una persona, fatta di carne ed ossa, che aveva gli stessi sentimenti e gli stessi sogni, sogni, le stesse paure e le stesse speranze, gli stessi desideri e gli stessi valori. Al di là dei concetti precostituiti. Cambio di palco per i Têtes de Bois, con il loro grande amore per Ferrè vissuto fino all'ultimo. Nel loro lavoro hanno coinvolto tanti amici, come la moglie di Ferrè che ha loro affidato tutto il materiale che aveva a disposizione, o Daniele Silvestri, che ha tradottocon grande freschezza la poesia di Arthur Rimbaud che è diventata il testo di non si può essere seri a diciassette anni. Sostengono che chi traduce non rivive, né fa rivivere. Semplicemente vive. Si parla ora del perché Ferrè sia il meno conosciuto degli chansonnier. Del perché la catena delle Alpi lo abbia fermato. Interviene Franco Lucà, il patron del FolkClub di Torino, che si rammarica di non essere riuscito a portare Ferrè nel suo locale: morì due mesi prima della data già fissata. Aggiunge poi che Ferrè dava troppo fastidio, era troppo controcorrente, era difficile per i tempi. Nanni Svampa dice poi che ci furono tentativi di mettere Ferrè sul mercato, ma che il suo linguaggio era troppo duro. Gli chiedono perché non lo abbia mai tradotto: risponde che personalmente lui si sentiva più affine a Brassens. I Têtes de Bois aggiungono di essere stati recentemente censurati da una radio che, prima di mandarli in trasmissione ha loro chiesto di non fare Les anarchistes. Loro han preso su e se ne sono andati. Questo dimostra come non sia stata la catena di montagne fisica a fermare Ferrè, ma una catena metaforica di Idee. Tonfo verso il basso per l'ultimo intervento. Sergio Cammariere, approdato l'anno scorso al Tenco da sconosciuto ritorna quest'anno da divo. Parla (poco) del nuovo disco che ha in programma, esce un paio di volte con la sua frase-mantra del momento: "Situation!" e conclude dicendo di essere cugino per parte di madre di Rino Gaetano. Bah! |
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Convegno "Tradittori e tradutori" - Seconda giornata - Venerdì
25 ottobre '02
Il primo tema di oggi è: "Francesi, dai traduttori storici all'attuale ritorno di fiamma". Inizia Nanni Svampa, padre storico delle traduzioni, che al tempo scelse di tradurre dal francese nella "sua" lingua, il milanese. Svampa ha tradotto solo Brassens, e solo per "uso personale". La scelta cadde sul milanese per una questione strettamente linguistica di maggior affinità con l'originale. Il milanese infatti, con gli influssi dati via dai vari popoli che si alternarono al dominio della città, conta parole di derivazione francese, catalana e araba, per non parlare del maggior numero di tronche rispetto all'italiano. Altro motivo che spinse Svampa a questa scelta fu che il milanese era una "bandiera", un modo per dare ai personaggi brassensiani una connotazione autoctona, immergendoli negli usi, costumi e contesto sociale locale. Tanto che molti pensarono che quelle fossero canzoni originali ispirate dal naviglio. Svampa sostiene che la canzone tradotta debba essere riambientata per diventare credibile, specialmente se si trattano temi popolari. Per questo una lingua locale si presta meglio dell'italiano che sarebbe secondo lui più adatto invece a temi astratti o filosofici. Per esemplificare canta La brave Margot, diventata Rita dell'Ortiga e Il fantasma. Di parere opposto sarà invece Raffaella Benetti, traduttrice-interprete di Barbara. La giovane cantante e attrice, che ama lasciare all'interno delle sue traduzioni parole o anche intere frasi in francese, sostiene un'immedesimazione totale con l'autrice tradotta. Una lettura diversa della traduzione. Lei non vuole infatti limitarsi a portare in scena una canzone dell'artista, ma l'artista stessa. Siccome Barbara cantava se stessa, lei vuole cantare Barbara, vuole trasportarla in italiano per far provare al pubblico le stesse emozioni provate da lei. Ritiene sia fondamentale che l'apporto autobiografico di Barbara emerga anche dalla traduzione e che tutti gli scenari originali vadano lasciati inalterati, perché una Barbara ambientata per esempio a Verona non sarebbe la stessa e per un fiorentino, ad esempio, rimarrebbe comunque "straniera". Ancora diverso l'approccio di Andrea Satta e dei Têtes de Bois. Il loro è stato un lavoro collettivo, basato oltre che sulle loro traduzioni su traduzioni "storiche" di Leo Ferrè o su traduzioni richieste ad altri per l'occasione. Ognuno traduce le cose che sente più vicine, e la traduzione deve necessariamente essere un atto in movimento. Non si tratta di un mero tradurre, si tratta di tradurre in musica e, inevitabilmente come si manipolano le parole si manipola anche la musica. La traduzione è un viaggio lungo, e non è solo il problema delle tronche. Si deve riuscire a scrivere qualcosa di convincente al 100%, altrimenti è meglio buttar via tutto, o farlo fare ad altri o, eventualmente proporre la canzone nella lingua originale, come un tributo, una dichiarazione di "non so renderla altrettanto bene nella mia lingua". La traduzione poi, non deve essere solo un fatto di trasposizione, la sua forza sta nel riuscire a dare al brano la propria interpretazione. Loro hanno fatto scelte di libertà rispetto ad una traduzione strettamente letterale inserendo, quando era il caso, parole e concetti estranei all'originale, ma che loro avevano interpretato in tal modo o ritenevano utili alla creazione del loro quadro. La traduzione Non deve essere una copia, piuttosto un'interpretazione. La posizione è duramente contestata da Enrico Medail, del quale tra l'altro sono presenti un paio di traduzioni nel CD dei Têtes de Bois. Egli, in particolare pensa tutto il male possibile della versione di On n'est pas sérieux quand on a dix-sept ans tradotta da Daniele Silvestri. Inizia con un "ora vi dimostrerò come non si deve fare una traduzione" e procede ad una vera e propria vivisezione-processo in contumacia del testo incriminato. La canzone, una poesia minore di Arthur Rimbaud, messa in musica da Ferrè tratta di un quadretto provinciale imperniato su suoni, odori, stelle che fanno capolino, una ragazza graziosa e sdegnosa ed un appuntamento finale rifiutato perché nel momento in cui ha l'oggetto del suo desiderio a portata di mano preferisce semplicemente tornare alla vita di prima fatta di serate al bar con gli amici. Medail procede ad una lettura teatral-sardonico-sprezzante del testo di Silvestri infiorettandolo di tutti i suoi commenti. Al termine Enrico de Angelis fa notare che qualunque brano presentato in quel modo sarebbe in qualche modo demolito. La nostra considerazione finale è che il signor Medail, oltre ad averci dato una lezione di maleducazione, giacché non si procede ad un intervento simile in assenza del diretto interessato, non abbia capito alcuni concetti espressi invece in modo assolutamente convincente nel testo di Silvestri. "Italiane emigranti, la canzone italiana tradotta" è l'argomento dell'ultima sessione di lavoro del convegno. Inizia Joan Isaac raccontando di aver sempre tradotto canzoni che gli piacciono, di non aver mai tradotto per altri e di aver rinunciato in partenza a tradurre alcuni brani che hanno secondo lui una parte emozionale troppo forte per essere resi bene in una traduzione. Ha tradotto Genova per noi, perché la sentiva sua, e perché vi ha annusato gli odori del porto di Barcellona. Terminano il discorso Roberto Ferri, traduttore di DeAndré e Battiato in francese e Luca Faggella, che ha tradotto, sempre in francese, Piero Ciampi. |
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San
Remo - Tenco 2002 La Rassegna - Venerdì 25 ottobre, seconda serata |
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Remo - Tenco 2002 - Gli incontri di mezzogiorno: Sabato 26 ottobre
Parte Davide van de Sfroos, felice del tributo. Il suo album "E semm partii", praticamente autoprodotto, ha venduto 50.000 copie, cosa questa che l'ha reso appetibile agli occhi dei discografici che vorrebbero lanciarlo e grande stile facendogli abbandonare il dialetto per l'italiano. Ma lui assicura che no, che la sua musica è un bonsai e che il dialetto ha un suono che lo possiede e lo emoziona. E che il riconoscimento avuto dal Tenco per il miglior album dialettale lo spinge a continuare per la sua strada, gli fosse anche mai venuto il dubbio. (se il riconoscimento fosse stato per il miglior album tout-court forse l'avrebbe spinto ancor di più. Ndr) Il discorso prende poi piede sull'annosa questione Lega sì - Lega no. Bernasconi ribadisce la sua estraneità a qualsiasi discorso politico. Afferma di suonare indifferentemente in teatri e centri sociali come in feste di piazza e di partito. Qualunque esso sia. Aggiunge poi un aneddoto amaro: "io mi sentivo di sinistra, e stavo per suonare ad una festa di rifondazione quando uno degli organizzatori mi sostenne che io di sinistra non potevo essere, avendo le basette tagliate troppo alte. Così ho capito che è tutta una questione di look D'altra parte se i miei accusatori ascoltassero le mie canzoni si renderebbero conto che le mie storie lanciano messaggi che stanno all'opposto di quelli della parte politica a cui vengo così spesso collegato. E' triste essere dipinti di un colore senza che si conosca quello che fai. Solo perché ti hanno visto passare per strada " Sale sul palco Donovan, il cantore di testi pacifisti con spifferi psichedelici. Si parla delle differenze tra la scena musicale inglese e statunitense e poi dei suoi classici, delle canzoni che ricorda con amore e di quelle che vorrebbe dimenticare. Breve intermezzo per Luca Carboni, chiamato sul palco giacché stasera presenterà una traduzione inedita di Colours. Racconta della sua nuova veste acustica e del suo rammarico di essere musicalmente nato in un periodo di poca considerazione per il cantautorato; periodo in cui i Mostri Sacri in qualche modo continuavano a stare a galla, ma non c'era interesse per la nuova generazione. Problema questo che lo portò a trovarsi in una specie di limbo: né il mondo del cantautorato, né quello della musica più "commerciale" lo consideravano "uno dei loro". Chiede Silva: Ma allora l'invito al Tenco di quest'anno ti è giunto come un "finalmente questi vecchi rincoglioniti si sono accorti di me"? "Sì" (risate&sorrisi) Si torna a Donovan. Parla delle sue ballate rilassate che vanno con il ritmo del cuore, come la respirazione yoga. E qui ricorda "Isle of Islay". Riccardo Bertoncelli gli chiede un ricordo degli anni '60 della ricerca psichedelica. Gli domanda come ora, a distanza di trentacinque anni veda il periodo e come lo giudichi. Donovan parla del secondo dopoguerra delle città industriali inglesi. Di come si cercasse di fuggire dallo squallore generalizzato. Di come ogni città avesse una scuola d'arte, e di come inevitabilmente l'arte si intrecciasse a mo' di doppia elica con la musica. Parla poi della psichedelic investigation alla ricerca di qualcosa di più alto supportata anche dal fatto che fino al '69 in Inghilterra l'LSD fosse legale. Non era solo sesso, droga e R&R: era sesso, droga, R&R e spiritualità. Prende ora la parola Tito Schipa a proposito del lato pittorico di Donovan. L'artista scozzese spiega allora come si facesse musica guardando i quadri, e di come si dipingesse influenzati dalla musica. E aggiunge che sì, lui visualizzava dei quadri nelle sue canzoni, o meglio, in qualche modo, cercava di dipingere parole. E' ora il momento di Enrico de Angelis, che presenta il secondo dei nuovi CD del Club Tenco. Il lavoro raccoglie la testimonianza degli omaggi a Sergio Endrigo eseguiti da una ventina di artisti durante la scorsa edizione del Tenco. La parola passa poi a Malaspina. Il cantautore pavese si presenta con il solo cognome, a suo parere più efficace ed evocativo e con un look dark leggermente inquietante per parlarci del suo nuovo lavoro "Benvenuti mostri", opera che propone un quadro di una società devastata, senza esprimere un giudizio morale su di essa, ma piuttosto ricercando la doppia anima e le motivazioni. Ci racconta di aver voluto dividere idealmente l'album in due tempi, quasi un riferimento al vecchio vinile, per creare una pausa d'ascolto ed una distinzione tra i due atti: uno più invettivo, l'altro più poetico. Cambio di tono per l'inconsueto connubio Rondelli-Bollani. Coppia nata a dir loro "By Night". Rondelli: Ma che mi volete far parlare? Io non so parlare, per questo canto! Bollani: Non abbiamo tradotto nulla perché sappiamo a malapena l'italiano Rondelli: Le mie canzoni sono come una cartolina sbiadita spedita da mio nonno dalla trincea durante la guerra. C'era scritto "La posizione a me presente è posizione ridente" Ecco, come potesse essere ridente una posizione in trincea non mi è mai stato chiaro. Poi l'ho capito: si rideva per reazione alla disperazione. Bollani racconta poi il suo incontro con Rondelli in un locale di Pisa. "Bobo passava da un brano all'altro lasciando il precedente a metà al grido di "Ragazzi, 'un me garba più! Facciamone un'altra!" Una folgorazione!" Ultimo partecipante all'incontro è Luca Faggella, premio SIAE/Tenco per l'autore emergente. Anch'egli livornese racconta del suo amore per Ciampi, di cosa egli abbia significato e di come, ritenendo il suo messaggio universale, abbia provato a tradurlo in francese. Stasera presenterà tra l'altro una sua versione de La mauvaise reputation di Brassens e Il primo valzer, traduzione di De eerste waltz, canto d'amore yiddish del secolo scorso che fa parte del suo tentativo di riallacciarsi alla tradizione popolare di ricercare la misticità, l'infinito, il ri-inizio, il ciclo della vita aiutandosi con la danza. |
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Remo, XXVII Tenco - Convegno "Tradittori e tradutori" - Terza
giornata - sabato 26 ottobre '02 |
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Remo - Tenco 2002 La Rassegna - sabato 26 ottobre, terza serata Tre nomi nuovi o quasi per l'inizio della serata numero tre. Si parte con Bobo Rondelli e Stefano Bollani, formidabile duo surreal-jazzato, si prosegue con il più tranquillo Luca Faggella dallo stampo chansonnieristico più tradizionale e con Oliviero Malaspina, ops, Malaspina, in questa sua nuova veste in bilico tra il dark e il j'accuse. Seguono Donovan il menestrello, affiancato dalla figlia ai cori e da Andrea Sisti, al quale lascia il palco. Infine, per rispettare la tradizione del Tenco di far scoprire autori poco noti, arriva Enrique Morente. Pressoché sconosciuto in Italia, è il più grande rappresentante del moderno flamenco cantato. Usa testi di poeti spagnoli come Garcia Lorca o traduce quelli di Leonard di Leonard Cohen o di altri autori. "Ha saputo arricchire di nuove esperienze la tradizione del flamenco; vi ha innestato versi di poeti; vi ha introdotto sperimentazioni musicali, affiancando alle sonorità classiche quelle legate al rock, alla musica elettronica e sinfonica, e persino avvicinando alla propria musica quella balcanica e americana" Questa la motivazione al suo premio. Poi Luca Carboni in versione acustica. Per il suo primo Tenco esegue al pianoforte alcuni brani tra cui "Stellina dei cantautori", canzone che chiude il suo ultimo lavoro "Luca" dedicata a Renzo Cremonini, storico produttore recentemente scomparso. Poi imbraccia la chitarra e attacca con la sua traduzione di Colours, premettendo che aveva sperato che l'artista scozzese non la eseguisse nel suo set, poiché non sapeva se la sua versione avrebbe retto il confronto. La conclusione è affidata a Davide Van De Sfroos, targa Tenco per il miglior album in dialetto che presenta, oltre ad alcuni pezzi del suo repertorio, una riuscitissima versione di "Frank's wild years" di Tom Waits, trasformandola in "I an selvadech del Francu" (Gli anni selvatici di Franco). e qualcuno di voi si dirà: ma che canzone semplice da tradurre in dialetto! Eppure io ho scritto, perché le ho viste, le storie di tanti personaggi che non sono sicuramente Tom Waits, non parlano come Tom Waits, ma che storie analoghe le hanno vissute. Adesso vediamo cosa succede e prendetela come viene: "I an selvadech del Francu". E si lancia, de Sfroos, in questa versione lacustre di Tom Waits dove Francu "s'era piazzà 'n su de la Val d'Intervi e faceva i cadregh muderni ne la sua bela butega su la tangenzial ch'a la 'riva sû fin a la Pasquale Paoli e la sua dona la tegniva sempre la buca serada e l'avevan 'na cûsina salvarani muderna col forno ch'a se neta de par lû. Lui guidava un centvitot con i sedil de pel de criceto e g'era anche la decalcumania de Papa Giuvan in sul vulant, e gh'era l'arbre magic, pic pic " Beh, sembra di vederlo, il Francu. E l'ultima delle Targhe viene cosegnata a Van de Sfroos da Luis Cabases, giornalista de l'Unità, con le parole:" Sembra che sia lo sport del momento cerccare di sapere da che parte sta: sta di qui, sta di là chi lo sa, non lo sappiamo è vero che qualcuno sta cercando di mettergli un cappello, ma lui un cappello ce l'ha già e penso che sia ben calcato sulla testa. Poi ricordiamoci sempre che ognuno di noi è sempre il terrore di qualcun altro " Cala il sipario sulla XXVII puntata del Premio Tenco. Appuntamento all'anno prossimo! |