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Sulla "Rosenstrasse" ad attendere un segnale di umanità

Operazione di recupero della memoria per la Von Trotta, che mostra le vergogne del '43 nel pieno centro di Berlino
di Alfredo Ranavolo

L'uscita di "Rosenstrasse" in Italia è stata programmata per il 27 gennaio, di martedì. Data assai inconsueta (di solito le nuove uscite nelle sale arrivano il venerdì), ma con un motivo ben preciso: associare il nuovo film di Margarethe Von Trotta alla giornata della memoria dell'olocausto.

"Rosenstrasse" è, infatti, l'ennesima variazione sulla memoria dei terribili eventi che macchiano la storia recente di Germania e Italia. Ennesima, si diceva, ma non per questo superflua, soprattutto in tempi di revisionismo facilone.

Peccato che, proprio per questo suo essere l'ultima di una serie di testimonianze, debba necessariamente fare i conti con tanti illustri predecessori: "Il pianista", "La vita è bella", "La tregua", "Schindler's list", solo per citare i più recenti.

Dal confronto, soprattutto con gli ultimi due, il film della Von Trotta esce a pezzi. Ma anche a volersi astenere dal confronto, del film, meriti documentaristici a parte, resta poco.

Il racconto parte dall'America ai giorni nostri, dove Hannah (Maria Schrader), alla morte del padre si trova ad affrontare una madre inquieta come mai l'aveva vista prima. Tanto inquieta da vedere all'improvviso nel fidanzato "gentile" (loro sono ebree) di lei un pericolo.

Le indagini sul suo passato la portano a scoprire come sua madre fosse scampata ai campi di concentramento. Che portarono via la madre di lei e, alle prime avvisaglie delle leggi razziali, fecero fuggire a gambe levate il padre (non ebreo).

Gli occhi di Hannah vedono quegli eventi attraverso la memoria dell'ormai novantenne Lena Fischer (Doris Schade). Fu lei, moglie ariana di un ebreo in arresto, a salvare la madre di Hannah dalle grinfie delle SS.

Il film comincia ad alternare le immagini del presente a quelle del 1943 dove Lena (da giovane Katja Riemann) staziona stabilmente a Rosenstrasse, via nei pressi di Alexanderplatz dove, in quello che fu l'Ufficio assistenza della comunità israelita, erano imprigionati centinaia di ebrei in attesa di deportazione.

Il montaggio, talvolta, rende poco scorrevoli i passaggi d'epoca (si inserisce anche un terzo piano temporale: quello in cui Lena e il marito erano due felici musicisti freschi sposini). Inoltre, tutto il racconto ha un sapore fortemente didascalico. I sentimenti delle mogli in attesa, come quelli dei mariti imprigionati, non fanno breccia. Tanto da far pensare che la coppa Volpi alla Riemann (la cui interpretazione è comunque la più convincente) sia stata un tantino generosa.

 

 

       
   
Ultimo aggiornamento: 28-01-2004
 
   
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