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BiELLE RECENSIONI
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A
volte ritornano. Non ho idea di cosa abbia combinato Jenny Sorrenti negli
ultimi anni. Più nota come la sorella di Alan Sorrenti (sì,
quello di "Figli delle stelle", ma prima anche di "Aria"
e "Come un vecchio incensiere
") Jenny Sorrenti negli
anni '80 era una vocalist di vaglia in un gruppo, i Saint Just, forse
un po estetizzante, ma interessante. Poi ha inciso due album in
proprio e quindi è scomparsa. Ora ritorna dopo 20 anni di silenzio,
vent'anni in cui ha aperto una scuola di canto e un motore di ricerca
(www.celticanapoletana.it) che si occupa di studiare le interazioni tra
le culture orientali, celtiche e napoletane o mediterranee in genere.
Il risultato è "Medieval zone", un album dominato dalle
sonorità cristalline di Jenny, che canta su registri molto alti,
ma molto puliti, ricreando atmosfere che stanno a metà tra Enya
e Loreena McKennit, facendosi anche da coro e seconda voce, mentre sotto
si srotola un tappeto musicale di grande pulizia e maestria, dove la mandole
si intrecciano con le cornamuse e gli arpeggi della chitarra si fondono
con quelli dell'arpa. Il culmine del disco è poco prima della metà
con "La belle se sit", una canzone di puro impianto medievolare,
ma riarrangiata da Jenny Sorrenti (che è autrice o arrangiatrice
sia dei testi che delle musiche di tutto il disco). "La belle se
sit" coinvolge e attira, irretisce e rapisce.Siamo dall'alto del
torrione a osservare la situazione storica intorno, trovandola confusa
(come suggerisce Queneau nei "Fiori blu") e contemporaneamente
siamo a cavallo per i prati degli "Ivanhoe" della nostra infanzia,
mentre la voce di una fata ci racconta la storia che avremmo sempre voluto
sentirci cantare. "L'amore è più forte della morte".
La lingua d'oil ci accarezza le orecchie di suoni e i significati penetrano
da reminiscenze antiche, troppo antiche per trovarne eco nella memoria.
Quasi come la canzone in latino che segue: "Verbum patris humanatur".
Ma anche i testi originali di Jenny sono tutt'altro che banali: "Sorrisi
grandi / oggi come la luna / grande che / ci vuole benedire / Perché
è rotonda e bella / E viene voglia di prenderne fette / Fette da
conservare / a ciascuno la sua / Perché tutto questo non finisca
mai". Insomma un disco molto curato, non per tutti i palati: se non
uscite dritti da una costola di John Renbourn, se non avete stravisto
per i Pentangle o per Alan Stivell, statene lontani: il rischio è
la noia. Ma se volte immergervi in questa dolce cascata di note, l'effetto
è rigenerante. |
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Sulla
copertina di "Amorematico" si staglia la figura di un'astronauta,
sullo sfondo un bosco autunnale, come è facile incontrarne appena
esci da Torino. Il viso dell'astronauta è velato da uno scarabocchio
e in lontananza altri quattro astronauti sono di spalle, forse rapiti
dalla novità di un paesaggio mai visto, forse con l'intento di
abbandonare alla sua solitudine l'astronauta in primo piano. Nella foto
di copertina, insomma, c'è tutto il filo conduttore dell'album:
il futuro, l'alienazione, la solitudine e le assenze dei rapporti umani.Terzo
album per i torinesi Subsonica, album che spiazza e che al primo ascolto
si dimostra subito ostico, buon segno. La band cambia ancora una volta
le carte in tavola: se l'album di esordio si presentava con una forza
spon tanea spaventosa e per i molti riferimenti al reggae e al dub e se
Microchip emozionale" introduceva elementi quasi dance, "Amorematico"
è un disco più cupo, che, come afferma Max Casacci, "mostra
i dati anagrafici di un lavoro nato passando attraverso i giorni
di Genova, quelli della tragedia di New York e della conseguente
guerra". Si
parte con "Nuvole rapide", già sentita nel film "Santa
Maradona" nonchè primo singolo dell'album, ma sensibilmente
modificata dalla produzione di Roger Rama: tutto passa, nulla rimane,
nemmeno il dolore, come le nuvole in una giornata di vento. Si passa attraverso
il drum'n'bass di "Albascura" per arrivare al primo episodio
davvero atipico, "Dentro i miei vuoti", nella quale la voce
di Samuel viene distorta da un vocoder, mentre la musica si fa dilatata,
trascinata ed evanescente, con un impasto di chitarre elettriche e tastiere
che lascia il segno con un arpeggio delicato che si attorciglia su se
stesso mentre Samuel dipinge situazioni di solitudine, di alienazione
e (anche) di amore. "Eva-Eva" apre un trittico di tracce ballabili,
seppur con tre approcci stilistici diversi: la quarta traccia riprende
una batteria elettronica molto anni '80 per descrivere una delicata storia
d'amore tutta al femminile; "Nuova ossessione" ha una ritmica
ancora più serrata, mentre "Mammifero" ha una tipica
struttura dance-floor. La settima traccia, "Sole silenzioso",
è uno dei passaggi più emozionanti del disco: l'affresco
musicale è cupo e claustrofobico e diventa l'ideale sfondo per
un testo nato subito in seguito ai giorni di Genova. Si continua con "Ieri",
pezzo piuttosto atipico per il gruppo torinese: 'introduzione elettronica,
che ritorna in diversi punti della canzone, non può che richiamare
alcuni passaggi di "The dark side of the moon", ma nel resto
della canzone 'è tanto Morricone, tanto per fare un nome. Da Morricone
si passa all'elettronica spinta di Alphex Twin e Prodigy, presente in
"Gente tranquilla", che analizza un fatto tipico di casa nostra,
ovvero le stragi familiari che si consumano ormai ad un ritmo vertiginoso
in ambienti, appunto, di gente tranquilla. Si chiude con "Questo
domani", finale degnamente cupo e potente di un album piuttosto originale
nel panorama italiano.Un disco di elettronica ballabile, dunque? Tutt'altro.
Se i ritmi sono spesso adatti, le atmosfere non lo sono affatto, se non
in un paio di pezzi, "Nuvole rapide" e "Mammifero",
l'unica traccia solare dell'album. La verità è che i Subsonica
hanno realizzato un grande disco, intelligente, con bei testi, e con scelte
musicali che potrebbero convertire all'elettronica anche ascoltatori che
di solito scappano al solo ascolto della definizione di musica elettronica.
Dedicategli almeno un ascolto, potrebbe diventare il primo grande disco
del 2002. |
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Ecco
un disco che, pur con tutte le migliori intenzioni, rimane qualche lineetta
al di sotto della sufficienza. Un "sei meno meno", per intenderci.
Dove il sei è politico e premia soprattutto l'impegno. Della
serie: "Il ragazzo si applica ma
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E
invece, a sorpresa, questo disco mi è piaciuto. Mauro Pagani
può essere considerato una garanzia, soprattutto visto il favoloso
lavoro messo assieme con Massimo Ranieri. E, per quanto non sappia quanto
le sue mani abbiano lavorato tra i solchi e quanto le sue scelte siano
state pregnanti, posso dire che si avverte un'impronta più profonda
e attenta sul piano musicale. Purtroppo per ora sono ancora debitore
di ascolti saltuari e raffazzonati, quindi il piano complessivo dell'opera
(e le note di copertina) ancora mi sfuggono, ma il disco suona proprio
bene. Un disco misto, frastagliato, tra sensazioni di "dolce rinuncia"
e imprevisti scatti di vitalità. Tra il sentirsi stanchi e il
volere ancora provare a lanciare sassi nello stagno perché si
pensa che possa servire. Siamo sulla lunghezza d'onda del solito Vecchioni:
per quanto in "Figlio, figlio, figlio" ci sia un richiamo
voluto a "Ottocento" di De Andrè, non siamo di fronte
a un nuovo "Creuza de ma". La carta preponderante è
quella della nostalgia, una nostalgia musicale, una pioggerellina leggera,c
he schizza, ci bagna, ma non ci lascia fradici. C'è ancora speranza,
c'è tempo per asciugarsi e avvolgersi l'anima in tanti pannicelli
caldi. Struggente e bellissima è la "Viola d'inverno":
" Arriverà che fumo/ o che do l'acqua ai fiori,/ o che ti
ho appena detto:/ "scendo, porto il cane fuori",/ che avrò
una mezza fetta/ di torta in bocca,/ o la saliva di un bacio/ appena
dato,/ arriverà, lo farà così in fretta/ che non
sarò neanche emozionato
/ / Arriverà che dormo o
sogno, o piscio/ o mentre sto guidando,/ la sentirò benissimo
/ suonare mentre sbando,/ e non potrò confonderla con niente,/
perché ha un suono maledettamente eterno:/ e poi si sente quella
volta sola/ la viola d'inverno./ "Qualche dubbio in più
lo lascia il testo del "Mago di Oz", trasparente caricatura
dell'Italia dei Berluscones. Il testo, letto a sé è imbarazzante,
ma bisogna sentire che una volta sentita la canzone l'effetto, fortunatamente
decade. E poi, che volete che vi dica, il fatto che qualcuno, in qualche
modo cerchi di ridicolizzare il "presidente del consiglio delle
corna" non può che farmi piacere. Peccato che lui, il nano
di Arcore, sia più bravo anche in questo: nel ridicolizzarsi
da solo.Per concludere: un disco di atmosfere pacate e di temi densi.
Un disco pensoso che potrà fare piacere ai vecchi fans del professore.
Difficile che ne acchiappi di nuovi, manca il pezzo pregnante o di richiamo,
ma il lavoro è pregevole.Ultima nota: scarsina la copertina.
Il tema offriva ben di piu' all'immaginario collettivo. |
| Andrea
Sanfilippo & Zarathustra Capita anche questo. Di sentire un cd arrivato da parti remote che la tua memoria non riesce ad abbracciare. Te lo trovi lì. Lo metti sul lettore. E ascolti. Magari facendo altro. Poi, all'imrpovviso ti fermi. Fermi il lettore. E vai a leggere cosa stai ascoltando. Andrea Sanfilippo? Boh? Rimetti il cd e riprendi l'ascolto. Il cd scorre fluido. I suoni sono di buona qualità, la voce, eh la voce! La voce è un valore aggiunto! Forte, potente. La voce adatta "per i vaffanculo" come diceva De Andrè, ma la lingua non sembra essere adatta a leccare il culo. Ascolti ancora a spezzoni, si parla di lotta che continua e di Lotta Continua, si parla di Brigate Rosse (e non di Brigata Lolli), si parla di Adriano Sofri, di Giorgiana Masi, di Saverio Saltarelli, tutti nomi che conosci bene, che hai scolpito sulla pelle e in qualche angolo del cuore. Eh sì, perché anche i cronisti hanno i capelli bianchi e tanti ricordi. Alcuni dolci, altri acri come l'aceto. E Sanfilippo gioca con l'aceto e il miele. Ma la mistura funziona. Dopo
di chè ti viene voglia di sapere chi sia Andrea Sanfilippo. Cerchi
su Internet e trovi poca roba. Segnalazione a un premio Lennon in Sicilia,
nato a Siracusa, ragazzo, di vent'anni. Stop! Rewind.
. amore
e lotta continua io
non credo tra vino,arte
e ustica |