BiELLE RECENSIONI

 


Medieval Zone
Jenny Sorrenti

Materiali sonori 2001
nei negozi di dischi

A volte ritornano. Non ho idea di cosa abbia combinato Jenny Sorrenti negli ultimi anni. Più nota come la sorella di Alan Sorrenti (sì, quello di "Figli delle stelle", ma prima anche di "Aria" e "Come un vecchio incensiere …") Jenny Sorrenti negli anni '80 era una vocalist di vaglia in un gruppo, i Saint Just, forse un po’ estetizzante, ma interessante. Poi ha inciso due album in proprio e quindi è scomparsa. Ora ritorna dopo 20 anni di silenzio, vent'anni in cui ha aperto una scuola di canto e un motore di ricerca (www.celticanapoletana.it) che si occupa di studiare le interazioni tra le culture orientali, celtiche e napoletane o mediterranee in genere. Il risultato è "Medieval zone", un album dominato dalle sonorità cristalline di Jenny, che canta su registri molto alti, ma molto puliti, ricreando atmosfere che stanno a metà tra Enya e Loreena McKennit, facendosi anche da coro e seconda voce, mentre sotto si srotola un tappeto musicale di grande pulizia e maestria, dove la mandole si intrecciano con le cornamuse e gli arpeggi della chitarra si fondono con quelli dell'arpa. Il culmine del disco è poco prima della metà con "La belle se sit", una canzone di puro impianto medievolare, ma riarrangiata da Jenny Sorrenti (che è autrice o arrangiatrice sia dei testi che delle musiche di tutto il disco). "La belle se sit" coinvolge e attira, irretisce e rapisce.Siamo dall'alto del torrione a osservare la situazione storica intorno, trovandola confusa (come suggerisce Queneau nei "Fiori blu") e contemporaneamente siamo a cavallo per i prati degli "Ivanhoe" della nostra infanzia, mentre la voce di una fata ci racconta la storia che avremmo sempre voluto sentirci cantare. "L'amore è più forte della morte". La lingua d'oil ci accarezza le orecchie di suoni e i significati penetrano da reminiscenze antiche, troppo antiche per trovarne eco nella memoria. Quasi come la canzone in latino che segue: "Verbum patris humanatur". Ma anche i testi originali di Jenny sono tutt'altro che banali: "Sorrisi grandi / oggi come la luna / grande che / ci vuole benedire / Perché è rotonda e bella / E viene voglia di prenderne fette / Fette da conservare / a ciascuno la sua / Perché tutto questo non finisca mai". Insomma un disco molto curato, non per tutti i palati: se non uscite dritti da una costola di John Renbourn, se non avete stravisto per i Pentangle o per Alan Stivell, statene lontani: il rischio è la noia. Ma se volte immergervi in questa dolce cascata di note, l'effetto è rigenerante.
Leon


Amorematico
Subsonica
autoprodotto 2001

Sulla copertina di "Amorematico" si staglia la figura di un'astronauta, sullo sfondo un bosco autunnale, come è facile incontrarne appena esci da Torino. Il viso dell'astronauta è velato da uno scarabocchio e in lontananza altri quattro astronauti sono di spalle, forse rapiti dalla novità di un paesaggio mai visto, forse con l'intento di abbandonare alla sua solitudine l'astronauta in primo piano. Nella foto di copertina, insomma, c'è tutto il filo conduttore dell'album: il futuro, l'alienazione, la solitudine e le assenze dei rapporti umani.Terzo album per i torinesi Subsonica, album che spiazza e che al primo ascolto si dimostra subito ostico, buon segno. La band cambia ancora una volta le carte in tavola: se l'album di esordio si presentava con una forza spon tanea spaventosa e per i molti riferimenti al reggae e al dub e se Microchip emozionale" introduceva elementi quasi dance, "Amorematico" è un disco più cupo, che, come afferma Max Casacci, "mostra i dati anagrafici di un lavoro nato passando attraverso ”i giorni di Genova”, quelli della tragedia di New York e della conseguente guerra". Si parte con "Nuvole rapide", già sentita nel film "Santa Maradona" nonchè primo singolo dell'album, ma sensibilmente modificata dalla produzione di Roger Rama: tutto passa, nulla rimane, nemmeno il dolore, come le nuvole in una giornata di vento. Si passa attraverso il drum'n'bass di "Albascura" per arrivare al primo episodio davvero atipico, "Dentro i miei vuoti", nella quale la voce di Samuel viene distorta da un vocoder, mentre la musica si fa dilatata, trascinata ed evanescente, con un impasto di chitarre elettriche e tastiere che lascia il segno con un arpeggio delicato che si attorciglia su se stesso mentre Samuel dipinge situazioni di solitudine, di alienazione e (anche) di amore. "Eva-Eva" apre un trittico di tracce ballabili, seppur con tre approcci stilistici diversi: la quarta traccia riprende una batteria elettronica molto anni '80 per descrivere una delicata storia d'amore tutta al femminile; "Nuova ossessione" ha una ritmica ancora più serrata, mentre "Mammifero" ha una tipica struttura dance-floor. La settima traccia, "Sole silenzioso", è uno dei passaggi più emozionanti del disco: l'affresco musicale è cupo e claustrofobico e diventa l'ideale sfondo per un testo nato subito in seguito ai giorni di Genova. Si continua con "Ieri", pezzo piuttosto atipico per il gruppo torinese: 'introduzione elettronica, che ritorna in diversi punti della canzone, non può che richiamare alcuni passaggi di "The dark side of the moon", ma nel resto della canzone 'è tanto Morricone, tanto per fare un nome. Da Morricone si passa all'elettronica spinta di Alphex Twin e Prodigy, presente in "Gente tranquilla", che analizza un fatto tipico di casa nostra, ovvero le stragi familiari che si consumano ormai ad un ritmo vertiginoso in ambienti, appunto, di gente tranquilla. Si chiude con "Questo domani", finale degnamente cupo e potente di un album piuttosto originale nel panorama italiano.Un disco di elettronica ballabile, dunque? Tutt'altro. Se i ritmi sono spesso adatti, le atmosfere non lo sono affatto, se non in un paio di pezzi, "Nuvole rapide" e "Mammifero", l'unica traccia solare dell'album. La verità è che i Subsonica hanno realizzato un grande disco, intelligente, con bei testi, e con scelte musicali che potrebbero convertire all'elettronica anche ascoltatori che di solito scappano al solo ascolto della definizione di musica elettronica. Dedicategli almeno un ascolto, potrebbe diventare il primo grande disco del 2002.
Enzo

ultime recensioni
archivio recensioni


Tetes de Bois
Ferrè, l'amore e la rivolta

Materiali Musicali - Cd del Manifesto - 2002

Ecco un disco che, pur con tutte le migliori intenzioni, rimane qualche lineetta al di sotto della sufficienza. Un "sei meno meno", per intenderci. Dove il sei è politico e premia soprattutto l'impegno. Della serie: "Il ragazzo si applica ma …"
I Tetes de Bois hanno avuto una buona idea: riprendere i testi e le canzoni di Leo Ferrè, poeta anarchico francese, uno dei maggiori interpreti del mondo culturale non solo francese attorno alla meta' del secolo scorso (almeno una sua canzone la conoscono tutti: "Avec le temp") e tradurle in italiano, aggiornando il discorso musicale ai tempi nostri. I Tetes de Bois, tra l'altro, sono bravi e godono di ottima stampa (tutti parlano bene di loro: sembra quasi un dovere civico). Ne hanno fatto un disco, con una manciata di ottimi compagni di strada: da Antonio Marangolo (sax) a Daniele Silvestri e Nada, a Francesco Di Giacomo. I brani sono per la maggior parte cantati in italiano e il disco è prodotto da "La memorie et la mer", etichetta discografica della famiglia Ferrè. Se si valuta poi che il disco è nel circuito delle edicole (cd del manifesto) a prezzo politico, l'operazione sembra non avere punti deboli. I testi di Ferrè, li conosciamo, sono belli (alcuni più, altri meno, ma tutti quanti impregnati di poesia) e le traduzioni di Giuseppe Gennari (presidente centro studio Leo Ferrè), Enrico Medail, Daniele Silvestri e dello stesso Andrea Satta, voce dei Tetes de Bois, non fanno torto all'originale. Anche perché l'autore del testo originale ogni tanto risponde al nome di Rimbaud o Apollinaire! Una sola canzone ("Bateau Ivre") non ha niente a che fare con Ferrè, se non come clima complessivo.
Atto d'amore e di partecipazione. Operazione, come già detto, apparentemente perfetta.
E allora perché la sufficienza tirata? Cosa c'è che non funziona?
Il troppo amore.
Il rispetto eccessivo, quasi filologico, per l'autore. Paradossalmente si compie un'operazione stramba: ci si prendono più libertà testuali che non musicali: difficilmente Ferrè (che è morto nel 1993) avrebbe potuto scrivere: "Prorompente seno in fiore/ Tu sei il viagra del mio cuore, Jolie mome". E infatti aveva scritto: "Tes p'tits seins sount du jour/ a la cocque, a l'amour, Jolie mome ". Peraltro, poco prima, del rimmel ai trasforma magicamente in " Laser blu ". Ecco, altrettanta libertà non viene travasata nel trattamento musicale, con il risultato che, se le singole canzoni riescono anche a piacere (e molto, come "Non si può essere seri a 17 anni") l'ascolto continuato dell'intero cd diventa opera ponderosa e faticosa Detto fuori dai denti: sentito tutto di fila è di una pallosità mostruosa! E credo che sia, in parte, un'occasione perduta per avvicinare nuove generazioni a un autore importante come Leo Ferrè, in grado di scrivere versi come: "Hanno bandiere nere sulla loro speranza/ e la malinconia per compagna di danza/ coltelli per tagliare il pane dell'amicizia/ e del sangue pulito per lavar la sporcizia" ("Les Anarchistes"), anche se l'ultimo verso è più bello in francese: "e delle armi arrugginite per non dimenticare". Oppure come "La cameriera di 18 anni/ io vecchio come l'inverno / per non affogare in un bicchiere /mi spinsi nella primavera / nel taglio obliquo dei suoi occhi..:" ("Come a Ostenda" nella bella traduzione di Alessio Lega). Consiglio? Compratelo comunque. Ne vale la pena.
E poi fatevi un disco nuovo alternando questi suoni, magari a quelli dei Noir Desir.

Leon


Roberto Vecchioni
Il lanciatore di coltelli

EMI 2002

nei negozi di dischi, da 17,50 euro in su

E invece, a sorpresa, questo disco mi è piaciuto. Mauro Pagani può essere considerato una garanzia, soprattutto visto il favoloso lavoro messo assieme con Massimo Ranieri. E, per quanto non sappia quanto le sue mani abbiano lavorato tra i solchi e quanto le sue scelte siano state pregnanti, posso dire che si avverte un'impronta più profonda e attenta sul piano musicale. Purtroppo per ora sono ancora debitore di ascolti saltuari e raffazzonati, quindi il piano complessivo dell'opera (e le note di copertina) ancora mi sfuggono, ma il disco suona proprio bene. Un disco misto, frastagliato, tra sensazioni di "dolce rinuncia" e imprevisti scatti di vitalità. Tra il sentirsi stanchi e il volere ancora provare a lanciare sassi nello stagno perché si pensa che possa servire. Siamo sulla lunghezza d'onda del solito Vecchioni: per quanto in "Figlio, figlio, figlio" ci sia un richiamo voluto a "Ottocento" di De Andrè, non siamo di fronte a un nuovo "Creuza de ma". La carta preponderante è quella della nostalgia, una nostalgia musicale, una pioggerellina leggera,c he schizza, ci bagna, ma non ci lascia fradici. C'è ancora speranza, c'è tempo per asciugarsi e avvolgersi l'anima in tanti pannicelli caldi. Struggente e bellissima è la "Viola d'inverno": " Arriverà che fumo/ o che do l'acqua ai fiori,/ o che ti ho appena detto:/ "scendo, porto il cane fuori",/ che avrò una mezza fetta/ di torta in bocca,/ o la saliva di un bacio/ appena dato,/ arriverà, lo farà così in fretta/ che non sarò neanche emozionato …/ / Arriverà che dormo o sogno, o piscio/ o mentre sto guidando,/ la sentirò benissimo / suonare mentre sbando,/ e non potrò confonderla con niente,/ perché ha un suono maledettamente eterno:/ e poi si sente quella volta sola/ la viola d'inverno./ "Qualche dubbio in più lo lascia il testo del "Mago di Oz", trasparente caricatura dell'Italia dei Berluscones. Il testo, letto a sé è imbarazzante, ma bisogna sentire che una volta sentita la canzone l'effetto, fortunatamente decade. E poi, che volete che vi dica, il fatto che qualcuno, in qualche modo cerchi di ridicolizzare il "presidente del consiglio delle corna" non può che farmi piacere. Peccato che lui, il nano di Arcore, sia più bravo anche in questo: nel ridicolizzarsi da solo.Per concludere: un disco di atmosfere pacate e di temi densi. Un disco pensoso che potrà fare piacere ai vecchi fans del professore. Difficile che ne acchiappi di nuovi, manca il pezzo pregnante o di richiamo, ma il lavoro è pregevole.Ultima nota: scarsina la copertina. Il tema offriva ben di piu' all'immaginario collettivo.
Leon

ultime recensioni
archivio recensioni

Andrea Sanfilippo & Zarathustra
Amore e lotta continua
Autoprodotto

Capita anche questo. Di sentire un cd arrivato da parti remote che la tua memoria non riesce ad abbracciare. Te lo trovi lì. Lo metti sul lettore. E ascolti. Magari facendo altro. Poi, all'imrpovviso ti fermi. Fermi il lettore. E vai a leggere cosa stai ascoltando. Andrea Sanfilippo? Boh? Rimetti il cd e riprendi l'ascolto. Il cd scorre fluido. I suoni sono di buona qualità, la voce, eh la voce! La voce è un valore aggiunto! Forte, potente. La voce adatta "per i vaffanculo" come diceva De Andrè, ma la lingua non sembra essere adatta a leccare il culo. Ascolti ancora a spezzoni, si parla di lotta che continua e di Lotta Continua, si parla di Brigate Rosse (e non di Brigata Lolli), si parla di Adriano Sofri, di Giorgiana Masi, di Saverio Saltarelli, tutti nomi che conosci bene, che hai scolpito sulla pelle e in qualche angolo del cuore. Eh sì, perché anche i cronisti hanno i capelli bianchi e tanti ricordi. Alcuni dolci, altri acri come l'aceto. E Sanfilippo gioca con l'aceto e il miele. Ma la mistura funziona.

Dopo di chè ti viene voglia di sapere chi sia Andrea Sanfilippo. Cerchi su Internet e trovi poca roba. Segnalazione a un premio Lennon in Sicilia, nato a Siracusa, ragazzo, di vent'anni. Stop! Rewind. ….
Ragazzo di vent'anni? Vent'anni? Nato nel 1982? E come mai parla della mia vita? E allora smetti di fare altro, fai ripartire il disco da capo e ascolti meglio. Non ti fidi di ciò che capisci e allora trascrivi per leggere meglio. Eh sì, Andrea Sanfilippo, valicato il capo del millennio, ha inciso un disco intriso di '68 che neanche Mario Capanna. In questo minestrone a vent'anni di distanza (altro che surgelato!) i sapori però si mischiano e si confondono: la "purezza" ideologica sfuma e si confonde e i discorsi, dal puro versante ideologico, si fanno intorcinati assai. Se ci aggiungiamo che il giovane Andrea deve essere fresco di liceo (classico, a naso) e intende anche farcelo sapere non dobbiamo stupirci di trovarci di fronte, nel breve giro, a termini come "diafano", "Sturm und Drang", "sciovinismo", "elucubrazione", "dicotomia", "Eros e Psiche". Colpa di Umberto Eco e di quella sua definizione di Guccini come il più colto dai cantautori perché faceva rimare Schopenhauer con "amare" (nel senso di "non dolce"). Da lì in poi, qualsiasi cantautore un minimo colto, cerca di far di meglio, rimando Weber con Wafer, Hegel con Der Spiegel e Marx con Merckx. Ma ascolto dopo ascolto Sanfilippo convince sempre di più. Un po' perché c'è sostanza al di là della forma, un po' perché c'è molta tenerezza verso un "cucciolo del maggio" che scrive come scrivevamo noi quando eravamo "cuccioli" di un altro maggio (compreso Eros e Psiche, lo giuro!) e molto perché le canzoni stanno in piedi bene Sanfilippo dice di aver ricevuto dritte e incoraggiamenti sia da Guccini che da Vince Tempera. E gucciniana è indubbiamente la voce (con qualche spezia Bertoli, ma il condimento è affine) e le musiche sono mature. Forse solo De Gregori e Bubola ai loro debutti ventenni avevano mostrato altrettanta sicurezza nei propri mezzi. So che, probabilmente, azzardo gli accostamenti, ma la sicurezza e la "presenza scenica" della voce di Sanfilippo sono magnetici. Si può essere contro, ma è difficile non considerarlo. E poi, vivaddio, per quanta confusione possa esserci, è così bello sentire qualcuno che si azzarda ancora a parlare di bandiere rosse e di parti giuste e "parti sbagliate" (o "parti del torto") che qualcosa si può anche perdonare. Cercatelo in giro. Non sarà facile, ma ne vale la pena.

Leon

amore e lotta continua io non credo tra vino,arte e ustica
canzone per un'amante così parlò lettera ad adriano notte di maggio

ultime recensioni
archivio recensioni

 

HOME