BiELLE RECENSIONI

 


Dissoi Logoi
III
Il manifesto - 2001 - nelle librerie Feltrinelli

Disco non facile, ricco di dissonanze ricercate, di echi arcaici e di voluti brividi. I Dissoi Logoi (dal greco: discorsi diversi) cercano di rendere manifesta da subito la propria diversità, il proprio andare per strade meno battute e, sostanzialmente controvento. La formazione allinea i "capi-progetto" Alberto Morelli e Franco Parravicini, con Mario Arcari e Gabriele Mirabassi ( i fiati degli ultimi lavoro di De Andrè e Fossati), Gerardo Cardinale, Francesco D'Auria, Francesco Manzoni e Roberto Mazzi e "III" è stato registrato in un arco di tempo che va dall'agosto 1996, fino al 1999: le registrazioni più antiche live e le ultime cinque in studio in due sessioni differenti. Due dei brani (Incursori Tirreni e Ara della Regina) sono improvvisazioni, mentre altri quattro brani sono rielaborazioni di precedenti registrazioni. "III", come il titolo spiega a sufficienza è il terzo lavoro del gruppo dopo "Da occidente a oriente" ('93) e "NoTVooDoo" ('99). Un altro gruppo che lavora suyl territorio della contaminazione tra Oriente e Occidente, in quel territorio di confine dove si incrociano jazz anni '60, fusion, funky, minimal music e ascendenze etniche. Il risultato è a tratti fascinoso, a tratti impervio, ma anche nei momenti più ostici non scoraggianti. Pur movendosi ai confini di aree sperimentali i Dissoi Logoi mantengono alta l'idea di una musicalità di fondo, niente affatto fastidiosa. A distanza di oltre 30 anni, sembrano riprendere i discorsi interrotti degli Aktuala, il gruppo di Walter Moioli e Lino Capra Vaccina, a cui molto spesso i brani, consciamente o inconsciamente, sembrano richiamarsi, forse soprattutto per il connubio onnipresente tra i fiati e le percussioni. In questo lavoro abbondano gli strumenti etnici come il soz e lo zurna dalla Turchia, il sanza e l'adungo dell'Uganda, lo zummara nordafricano, il marranzano della Sicilia oltre a clarinetto, oboe, tromba, chitarra, piano e percussioni di vario tipo. Insomma, lavoro non facile, ma di sicuro non banale, con un buon lavoro di ricerca dietro. Da ascoltare i quasi 10 minuti di Stelle.
Leon

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Bambini Forever
Doctor 3

Via Veneto Jazz 2001

Vediamola così: un divertimento. I bambini per sempre del jazz italiano hanno deciso di divertirsi. E ce la fanno. Quel che è meglio è che, ogni tanto, divertono anche noi. Il clima è evidentemente giocoso e gioiose le interpretazioni: l’elenco dei brani è impressionante. Si passa da Come Togheter a She’s leaving home, da Canzone dell’amore perduto alla Canzone di Marinella, per arrivare fino a Sting o a Californication dei Red Hot Chili Peppers e si passa suonando comedio comanda, con perfetta padronanza dello strumento e della tecnica. D’altra parte che Danilo Rea sappia suonare il piano non ci piove e che Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra gli reggano perfettamente il gioco, rispettivamente al contrabbasso e batteria. Pietropaoli, assieme a Rea e a Gatto fa parte anche del Trio di Roma e, con Mirabassi, Siringano e Di Leonardo dei “Pietropaoli Modern Sincopators”. È questo il terzo disco per i Doctor 3 dopo “The song remain the same” (miglior disco italiano del ’99 secondo Musica e Dischi e miglior gruppo del ‘99 secondo Musica Jazz) e The Tales of Doctor 3 (miglior disco italiano del ’98 per Musica Jazz) e resta nell’ambito di un lavoro di jazz digeribile e vagamente gastronomico, adatto a tutti i palati. Non dà fastidio, suona bene in sottofondo, ma, almeno su disco, non graffia quanto potrebbe. Le riletture, che in alcuni casi sono veri stravolgimenti, non portano il discorso verso spiagge particolarmente nuove. Resta un po’ oscuro il senso del lavoro, se non lo si vuole inquadrare solo sotto la voce “divertissement”. Peraltro se “Canzone dell’amore perduto” con le sue ascendenze classiche (Telemann) si può prestare a un lavoro di questo tipo, purtroppo le scarne ed esilissime linee armoniche di “Canzone di Marinella”, più volte percorse anche da ensemble jazz (è la più “coverata” tra i brani di De Andrè) non dà veramente la possibilità di aggiungere nulla. Il godimento maggiore lo danno i brani dei Beatles. Il piacere dell’ascolto comunque non manca e come disco natalizio si presenta bene, con l’adeguato mix di cultura e piacere popolare e un bel senso di gusto del gioco.
Leon

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O Fado
Eugenio Finardi, Francesco Di Giacomo, Marco Poeta
Edel 2001
nei negozi di dischi

È così bello poter parlare bene di un buon disco che è davvero un peccato non poterlo fare sempre. Ma questa volta il colpo è basso: mi hanno preso sul sentimento. Per uno che ha "l'anima di fado" già al naturale, un disco taliano che si intitoli "O fado" e che contenga 18 piacevolissime canzoni è veramente un attentato sentimentale. E così eccomi ancora con il cuore portoghese a parlare di un grande disco. Grande e inatteso. Forse tanto più grande perché inatteso. Un titolo semplice semplice, corto corto: "O fado". Più lungo descriverne gli interpreti: Marco Poeta (guitarra Portuguesa e direzione artistica), Eugenio Finardi (voce e traduzioni), Francesco di Giacomo (Banco del Mutuo Soccorso - voce), Elisa Ridolfi (voce) e Michele Ascolese (il chitarrista di Fossati) chitarra acustica. Al basso Paolo Galassi. È un disco di una bellezza adamantina. Puro come un cristallo, con una cascata di note scintillanti che cadono una a una, oppure a grappoli, dalla Guitarra Portuguesa suonata con maestria da Poeta (Nomen est omen?). Note che si infrangono sul pavimento di cotto e rimbalzano sui muri punteggiati da azulejos, tratteggiando nuovi mosaici, aggiungendo nuovi colori. E le voci si alzano pulite, come sotto la cupola di cristallo della stazione ferroviaria di Oporto, si flettono e rimbalzano sul ponte sopra il Douero ed atterranno sui ponti delle chiatte dove rotolano lente le botti di Porto: vibrante e sofferta quella di Finardi, partecipata e virtuosa quella in portoghese di Di Giacomo, matura e adulta quella della giovanissima Elisa Ridolfi. Finardi ha adattato anche la traduzione in italiano delle liriche di cinque canzoni e almeno una (Le ragazze di Terceira) è un piccolo capolavoro

"Le ragazze di Terceira /vanno a sposarsi in continente/
che qui la vita è troppo dura/e noi non siamo bella gente
Le ragazze di Terceira
come dice la canzone
sono le arance più succose.
Quante ne vorrei assaggiare
ma non si fan toccare
sono acide e gelose.
E non c'è gioia nè allegria/ in queste pagnotte senza sale
Per chi è stato a Santa Maria/ per chi è stato giù fino a
Faial.
Chi a Terceira cerca in sposa/ una donna docile e formosa
fa meglio a mettere su casa/ a Sao Jorge oppure a
Graziosa".

Ma è la leggerezza il tratto distintivo, il drappeggio in musica dei versi. Avremo tempo e altre canzoni per piangere e sospirare. Come "La mia canzone è saudade" ("delle illusioni svanite/ delle speranze perdute /... ed è angoscia e ansietà/ la mia canzone è saudade /di un amore che non arriverà". Contribuisce al clima anche una versione solo musica di “Piazza Grande” di Ron e un altro brano musicale “A Amalia” di Marco Poeta, dedicato probabilmente ad Amalia Rodriguez, la grande cantante di Fado portoghese, scomparsa qualche anno fa. Il resto e’ tutto Portogallo, con le incursioni linguistiche di Finardi e sviluppi musicale che richiamano i tanghi italiani del periodo tra le due guerre. Disco di nostalgie assortite come cioccolatini, disco da fare decantare e sgranare osservando i giochi d’ombra e di luce nel bicchiere di Porto, inteso come vino, che accompagna l’arpeggio e il cioccolato. Disco da meditazione con un vino da meditazione. Insomma, un signor disco, 18 belle canzoni, una bella confezione in digipack, grandi suoni di chitarre e ottime voci con tutta la malinconia del caso. O del fado?
Leon

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Augusto Forin
Concerto
Autoprodotto 1999

C'è un personaggio che, da qualche tempo, nel cor mi sta (o meglio, nel lettore cd). Per vie traverse mi è capitato in mano un cd di Augusto Forin "Alle spalle delle parole" o "In concerto" (un cd, con due titoli!), registrato dal vivo a fine 1999; contiene 9 brani, di cui alcune sono vere chicche. Butto lì nel mazzo: "Scusa", "Amanti distanti", "Aspettando su una pensilina", "L'oriente del nord", ma anche il resto si tiene su ottimi livelli. Forin suona con un combo di altre 4 persone: Elena Cimarosti, chitarra e voce (e che voce!), Roberto Marotta, batteria e percussioni, Luca Morello, basso elettrico e Francesca Rapetti, flauto e voce (e che voce! O l'una o l'altra o tutte e due. Ci sono cori al femminile di grande intensità che percorrono quasi tutti brani). E poi c'è Augusto, chitarra e voce. A Genova, evidentemente c'è qualcosa di strano nell'aria. Chi respira la macaja, è evidente, appena mette le dita su corde di chitarra inizia a comporre canzoni di grande impatto. Il clima è cantautorale ma non spinto. La parte musicale, intendo dire, è ben presente e più che curata. Se poi si pensa che è un concerto registrato dal vivo e che non si sentono esitazioni o incertezze, il quadro viene ancora più preciso. Siamo dalle parti di un leggero jazz chitarristico che si incontra con la tradizione nobile della musica d'autore. Testi per nulla banali e anzi, animati di belle intuizioni.

"Non riesco ancora a crederci,
ho sconfinato nel ridicolo,
ma dimmi te!
E non sai neanche scrivere,
non èq uestione di grammatica
è che l'amore vuol certe parentesi
è che l'amore si fa anche per ridere..."
(amanti distanti)

"Questo è l'oriente del nord,
dove vengono a meditare
le persone sole e le zanzare
e nelle scie delle navi
ci puoi trovare le coppie clandestine
condannate e nuotare.
E c'è un bazaar per ogni portone
e una mano tesa a ogni stazione
di questa lenta via crucis metropolitana"
(L'oriente del nord)

Insomma Augusto si ascolta con grande piacere: il referente più prossimo? Forse Paolo Conte? In parte di sicuro. Sia per le ritmiche sottese, sia per un certo modo di porgere la voce (soprattutto "L'oriente del nord"), ma non in senso derivativo. Si sente anche l'influsso di tematiche care a Max Manfredi (stesso brodo di coltura, stesso ambiente, stessi amici. Fino al punto che, dicono le biografie, Augusto ha scritto un brano intitolato "Max", con dentro almeno una frase geniale: "Esco da una tua canzone /come da un cinema /ma dimmi tutte quelle parole /dov'è che si trovano /perché io ne avrei bisogno sai /per riuscire ad esprimermi /in questa sorta di swing". Dopo due prove discografiche (entrambe autoprodotte, l’altra si intitola “Operazione arcivernice”, un titolo comprensibile agli ormai vecchi lettori del “Corrierino dei Piccoli) Forin non ha più inciso niente, preferendo dedicarsi alla salute del suo gatto e della sua attività di grafico pubblicitario (alla Alan Ford, per citare ancora i fumetti) con “Il pigiama del gatto”, ma sarebbe un vero peccato pensare che la chitarra di Augusto (e soprattutto il suo basso) stanno ricoprendosi di polvere. Sarà forse il caso di spalmare l’arcivernice del professor Alambicchi su questa copertina, per non lasciare le nostre orecchie a digiuno di canzoni intelligenti.
Leon

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Giorgio Gaber
Io non mi sento italiano

CGD East-West, 2003

Bisogna dire che mi fa un certo effetto. È forse la prima volta che mi capita di sentire un disco inciso da qualcuno che probabilmente sa che il disco uscirà postumo. Sì, lo so, anche George Harrison ha fatto un’operazione simile, anche Warren Zevon la sta facendo, ma io non li ho sentiti. Altri dischi sono usciti postumi, ma da parte di persone che non lo sapevano, mentre li stavano incidendo (I concerti di De Andrè, ad esempio). Insomma, l’effetto è un po’ quello delle seduta medianica, della voce d’oltretomba. Anche perché il distacco da Gaber non è stato un distacco indolore. Gaber morto due volte: prima artisticamente con un orribile disco come “La mia generazione ha perso”, che la pavidità della critica nazionale ancora non vuole riconoscere come punto imo della sua carriera e Gaber scomparso davvero. La commozione dei milanesi, il senso di vuoto, la riscoperta delle sue vecchie canzoni e dei suoi spettacoli. Ed è innegabile che, storicamente una grande importanza Gaber l’abbia avuta. Il disco attuale? Fatte salve le perplessità scaramantiche di cui sopra, non è per nulla un brutto disco. Anzi.
Non tutte sono canzoni inedite : “Illogica allegria”, “Il dilemma”, “C’è un’aria” vengono da lontano, ma bellissime erano e lo rimangono. Il fatto è che anche le canzoni nuove hanno un altro spessore rispetto a “La mia generazione”. Non c’è nessuna banalità come “Destra/sinistra”, musicalmente il prodotto è curato, la voce, pur appannata in certi momenti dalla malattia, è tuttavia convincente e, a volte, appare nel cantato il leggero sorriso beffardo con cui Gaber ci guarda dal retro di copertina. E i testi, vero punto dolente del lavoro precedente, riprendono quota, una certa dignità, seppur sempre nell’ambito di una persona che, da qualche tempo, dal mondo era scesa. Ma qui, in certi attimi, pare che Gaber trovi ancora la voglia di graffiare e di incidere, sia quando “non si sente italiano”, sia quando spiega cosa “non insegnare ai bambini: “non insegnate la vostra morale/ ‘è così stanca e malata/ potrebbe fare del male … l’unica cosa sicura/ è tenerli lontani dalla nostra cultura”, fino alla riflessione filosofica di “Il tutto è falso”: “Questo è un mondo / che ti logora di dentro/ma non vedo / come fare ad essere contro. / Non mi arrendo / ma per essere sincero / io non trovo proprio niente / che assomigli al vero”. E infine “I mostri che abbiamo dentro”: “I mostri che abbiamo dentro / ci stanno devastando”. Mostri morali? Mostri fisici? Il nemico interno può anche essere la malattia: “fa un certo effetto non capire bene / da dove nasce ogni tua reazione / e tu stai vivendo senza sapere mai / nel tuo profondo quello che sei”. Insomma, la sensazione, ancora più triste, è che perdendolo, in parte lo abbiamo ritrovato Spiace che questo boom di vendite, il primo posto in hit parade e annessi e connessi vari abbiano rapporto più col clamore per la sua scomparsa che col valore reale dell’opera. A cui collaborano, molto, gli arrangiamenti di Beppe Quirici e la presenza in alcune canzoni di Carlo Fava, gli Yo Yo Mundi e molti musicisti dell’area Fossati.
Leon

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Beppe Gambetta
Concerto
Dunya 2002

Molto piacevole il signor Gambetta, molto piacevole la sua chitarra dalle note blu genova. Carezza, sfiora, va e torna. Partendo dalle strade statunitensi con la sua "Mama" e soffermandosi in un fandango arriva al blues, e lì incontra il mandolino di Martino Coppo, l'oboe di Mario Arcari, il banjo di Gene Parsons e l'organetto del Gambetta piccolo, Filippo, e si incamminano tutti insieme, verso la chiesa, inseguiti dalle loro note.

Ma il viaggio continua, ed inforca una valle che porta, come non so, a Genova. E lì ci si sofferma al mattino, in un cielo che da nero si fa indaco. Come, ci ricorda qualcosa? Ma sì! È "A Cimma". E via con le forchette, ancora verso Sestri e fino a Napoli e ancora più giù, per tornare poi, armati di scarpette rosse, alle strade americane della partenza. Blu di Genova segue a distanza di nemmeno un anno un piccolo gioiello come la "Traversata" con compagni di viaggio Carlo Aonzo e David Grisman ed esattamente da lì riparte. Il tema è lo stesso, la ricerca di un terreno comune tra le due culture musicali sull'onda delle corde di una chitarra che Gambetta maneggia da maestro del flatpicking.

Il virtuosismo di Beppe può far paura ma non è mai freddo e fine a sé stesso, sia quando incontra De Andrè (oltra a La Cimma, La Nova Gelosia, ancora con Carlo Aonzo), sia quando si rivolge a classici americani come Norman Blake (Church Street Blues). Il blu di Genova, vale appena la pena ricordare, è quel particolare tessuto da marinai, cotone grezzo, blu, che partito da Genova duecento anni fa, ha trovato la consacrazione e il successo industriale in America. I Blue Jeans, insomma. Strumento indispensabile per accoccolarsi per terra ad ascoltare le storie di viaggi e di ritorni che Beppe Gambetta è disposto a raccontarci.

Carlotta

 

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I luf
"Ocio ai luf
"

Upfolkrock, 2003

E’così bello inciampare nei dischi per puro caso! Lasciarsi trascinare da una fotografia, da una grafica azzeccata, dalla confezione. O anche solo dal fiuto. A volte, come in questo caso, dalla passione per i lupi. Il lupo, nel senso di lupo solitario, di lupo grigio, di Akela, di “richiamo della foresta”, ma anche di Balto, mi è sempre appartenuto. È il mio animale sciamanico. E quando ci si fa trascinare dalle suggestioni è difficile sbagliare mira. “I luf” (“I lupi” secondo la vulgata lombarda) sono una piacevolissima scoperta di … stamattina. Troppo bello il disco ("Ocio ai luf") per lasciarlo appassire negli scaffali di Buscami. Una sola copia poi. Ora o mai più. Ora. E il disco ricambia le attenzioni e si dispiega. Introduce con dolcezza il tema, entra sotto pelle con un denso coro polifonico e poi come nebbia si spande tutt’intorno. “Occhio al lupo che viene dal Giogo/ non ride e se è arrabbiato morde”, prima di dare il via alle danze che entrano con maestria per non mollarti nei dodici solchi a seguire.
Ma chi sono “I luf”? Un po’ troppo “manici” per venire dal nulla. Troppo accurati gli arrangiamenti, fini i giochi di rimando, complesse le strutture per un gruppo di dilettanti. Non è combat-folk, non è punk-folk, è musica popolare fatta come dio comanda. E infatti scorrendo i nomi si trovano molte vecchie conoscenze: Angapiemage Galiano Persico, il violino di Davide Van De Sfroos, Davide “il mitico Billa” Brambilla, anima musicale di “E semm partii”, Lorenzo Monguzzi dei Mercanti di Liquore, l’arpista Vincenzo Zitello e la guida dei lupi, Dario Canossi, chitarra, voce, autore delle musiche e dei testi, anche lui un passato con Van De Sfroos. Siamo in quei dintorni. Uso del dialetto, di stilemi folk, impiantati su un anima rock, ma con significative variazioni. Il dialetto, ad esempio, compare e scompare. La maggior parte dei brani sono in italiano. In secondo luogo il dialetto utilizzato è il “camuno” della Val Canonica, anche se il gruppo risiede a Oggiono (Lecco), paese di cui Canossi è vice-sindaco. Siamo sempre dalle parti del Lago di Como dove, da qualche anno in qua fioriscono i talenti. Terza variazione: musicale. Se Van De Sfroos tira di più sull’America, qui siamo dalle parti di un folk più ortodosso che sa di atmosfere celtiche e di calori italiani. Quarta differenza: i testi. “I luf” puntano su un versante decisamente più politico rispetto al Van, che peraltro li apprezza e parla bene di loro anche a Radio Padania, confermando di essere un ingenuo fuori dai giochi. I luf cantano: “e per un pezzo di pane e una buona canzone/ potremmo anche farla la rivoluzione”, “la rabbia dei nostri cuori è tutta chiusa nei nostri pugni/ Sangue, sangue e sangria/ Viva Ramon, okkio alla polizia”, “Occhi di volpe, comunista, rimbalzò sul mio tamburo. Rise di rabbia e di paura/ dimostrando di essere un puro”. Tutti temi che agli ascoltatori di Radio Padania dovrebbero far venire i capelli ritti e prurito al conto in banca. I Luf, infine, sono un collettivo folk di buone speranze: “Abbiamo allargato l'organico aprendolo a tutti quelli che hanno deciso di divertirsi con noi, chi vuole impara i brani e quando c'è da suonare chi c'è suona” si può leggere sul loro sito (www.perspartitopreso.it). Insomma, capitasse, date loro orecchio. Non sarà tempo sprecato. Ultima nota: per venire incontro al consumo di musica giovanile, chi ha meno di vent’anni pagherà il loro disco solo dai 5 ai 7 euro. Io l’ho pagato 14,20. È facile calcolare gli anni, no?
Leon

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Klez Roym
"Yankele nel ghetto "

Cni - Compagnia Nuove Indye, 2003

Ascoltare musica in un’anonima mattinata d’aprile, grigia, umida, quasi di pioggia.
Ascoltare musica e sentirsi commuovere.
Sentire il ritmo delle canzoni procedere all’unisono col proprio ritmo interno e qualcosa si muove.
Parole dure e incomprensibili, ma suoni che parlano al cuore, lo raggiungono e ne fanno strame.
Sì, uno il tema lo conosce.
Si tratta della storia del ghetto di Lodz, il primo a essere stato costruito nel 1940 e l’ultimo a essere chiuso oltre 4 anni dopo, dopo che la maggior parte dei suoi residenti erano stati mandati ai campi di sterminio.
Uno degli “ospiti” del ghetto era Yenkele Hershkowitz, cantore e autore di musiche.
E il disco che sto ascoltando 60 anni dopoè il disco delle sue canzoni: “Yankele nel ghetto” dei Klez Roym.
Un disco da “dovere civico” ma di struggente bellezza e malinconia.
I Klez Roym si impossessano della materia con maestria e costruiscono accompagnamenti segnati dal dolore e intensi. Passo dopo passo di strumenti a corda, sotto l’egida del contrabbasso e il controllo delle percussioni su cui si librano liberi i fiati e le voci.
Sospensioni e nebbia, speranze ma mai ad alta voce.
Tempi lenti come il tempo immutabile che passava nel ghetto: quattro lunghi anni scanditi da fame, paura, dolore e assenza di libertà e di prospettive.
Eppure c’era il canto!
E il canto sopravviveva a serviva quasi come genere alimentare.
Perché di canto ci si può cibare.
A volte può bastare per tenere aperte porte che sembrano irrimediabilmente chiuse.
Il canto con le sue aperture, con gli slarghi orchestrali che permettono di sollevarsi e volare sopra le miserie.
Cantano i carcerati,cantano i neri nei campi di cotone, cantano gli indiani prima delle battaglie e c’è spazio anche per un canto mesto ma non rassegnato come questo che si alzava dal ghetto di Lodz.
In tempo di guerre permanenti e multimediali come le attuali rappresenta una piccola perla, un piccolo dono della memoria potersi piegare su parole e musiche che ci parlano di un’altra sofferenza, di un altro popolo, di altre guerre.
Sarebbe un disco da diffondere nelle scuole per combattere la tendenza ai revisionismi di tutte le forme e modi.
I Klez Roym, che di loro aggiungono al disco i sapori di spezie più orientali e una marcata apertura jazz, dedicano il lavoro alla speranza di pace tra israeliani e palestinesi “in queste ore di guerra, dolore e smarrimento”.
Disco civico, e gran disco.
Leon

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Ehi ci stai
Goran Kuzminac

Tring srl 1998 (1a ed 1987) lit. 11.500

Goran Kuzminac. Difficile anche ricordaselo. Ha cantato, per un breve periodo assieme a Ron, Dalle e De Gregori ed ha conosciuto una stagione di breve successo negli anni '70. Dopo di che continua a restare nell'ambiente, a scrivere e pubblicare canzoni. E nel '79 compie un lungo tour con Ivan Graziani e Ron, da cui uscira' "Canzone senza inganni". Tra l'86 e il '93 non escono nuovi dischi, ma nel'97, '98 e '99 esce con tre nuovi prodotti, il primo dei quali (Fragole & pugnali) sotto l'egida e i consigli di Mimmo Locasciulli. Ora mi sono trovato tra le mani questa raccolta, che nella discografia ufficiale non compare. Dodici brani, tra cui i successi (per modo di dire) Ehi ci stai e Stasera l'aria e' fresca, piu' la mitica e smarrita Stella del Nord. Stella da me persa in una sera e mai piu' ritrovata fino a quest'anno di grazia, nonostante il peregrinare in tutti i cieli notturni degli alter-dischi di casa nostra. La canzone, sentita alla radio, mi aveva conquistato, ma non ero mai riuscito a sapere chi la cantasse. Il disco e' entrato in casa mia, da solo si e' posato sul lettore e si ostina a non voler scendere. E si' che il lettore e' popolato bene: c'e' Claudio Lolli, l'ultimo De Gregori, un delizioso e redivivo Henry Salvador, I La Crus e Fiorella Mannoia, Giorgio Conte... Niente da fare: Kuzminac si e' fatto largo a forza di braccia, spintonando giu' dal lettore persino il "mitico" (e' l'unico caso, mi perdoni De Gregori, in cui si puo' usare l'aggettivo mitico!) "One" dei Beatles E va. Con la sua aria leggera e svagata a tracciare acqurelli squisitamente naif, ma freschi come l'aria della sera, inni giovani, ma non giovanilistici, come la ripetuta tiritera per chiedere a una ragazza (evidentemtne divertita dal gioco) se lei "ci sta". La chitarra acustica di Goran e' l'arma vincente, ma anche gli altri musicisti stanno al passo e riempiono il disco di ottimi suoni e il tutto solo per 11.500 lire, quasi 4 volte in meno di De Gregori!. Alex Britti? Ci fa 'na sega a zio Goran, anche come semplice virtuoso di chitarra! Quattro stelle (del nord) di buonumore e freschezza.
Leon

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