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BiELLE RECENSIONI
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Disco
non facile, ricco di dissonanze ricercate, di echi arcaici e di voluti
brividi. I Dissoi Logoi (dal greco: discorsi diversi) cercano di rendere
manifesta da subito la propria diversità, il proprio andare per
strade meno battute e, sostanzialmente controvento. La formazione allinea
i "capi-progetto" Alberto Morelli e Franco Parravicini, con
Mario Arcari e Gabriele Mirabassi ( i fiati degli ultimi lavoro di De
Andrè e Fossati), Gerardo Cardinale, Francesco D'Auria, Francesco
Manzoni e Roberto Mazzi e "III" è stato registrato in
un arco di tempo che va dall'agosto 1996, fino al 1999: le registrazioni
più antiche live e le ultime cinque in studio in due sessioni differenti.
Due dei brani (Incursori Tirreni e Ara della Regina) sono improvvisazioni,
mentre altri quattro brani sono rielaborazioni di precedenti registrazioni.
"III", come il titolo spiega a sufficienza è il terzo
lavoro del gruppo dopo "Da occidente a oriente" ('93) e "NoTVooDoo"
('99). Un altro gruppo che lavora suyl territorio della contaminazione
tra Oriente e Occidente, in quel territorio di confine dove si incrociano
jazz anni '60, fusion, funky, minimal music e ascendenze etniche. Il risultato
è a tratti fascinoso, a tratti impervio, ma anche nei momenti più
ostici non scoraggianti. Pur movendosi ai confini di aree sperimentali
i Dissoi Logoi mantengono alta l'idea di una musicalità di fondo,
niente affatto fastidiosa. A distanza di oltre 30 anni, sembrano riprendere
i discorsi interrotti degli Aktuala, il gruppo di Walter Moioli e Lino
Capra Vaccina, a cui molto spesso i brani, consciamente o inconsciamente,
sembrano richiamarsi, forse soprattutto per il connubio onnipresente tra
i fiati e le percussioni. In questo lavoro abbondano gli strumenti etnici
come il soz e lo zurna dalla Turchia, il sanza e l'adungo dell'Uganda,
lo zummara nordafricano, il marranzano della Sicilia oltre a clarinetto,
oboe, tromba, chitarra, piano e percussioni di vario tipo. Insomma, lavoro
non facile, ma di sicuro non banale, con un buon lavoro di ricerca dietro.
Da ascoltare i quasi 10 minuti di Stelle. |
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Vediamola
così: un divertimento. I bambini per sempre del jazz italiano hanno
deciso di divertirsi. E ce la fanno. Quel che è meglio è
che, ogni tanto, divertono anche noi. Il clima è evidentemente
giocoso e gioiose le interpretazioni: lelenco dei brani è
impressionante. Si passa da Come Togheter a Shes leaving home, da
Canzone dellamore perduto alla Canzone di Marinella, per arrivare
fino a Sting o a Californication
dei Red Hot Chili Peppers e si passa suonando comedio comanda, con perfetta
padronanza dello strumento e della tecnica. Daltra parte che Danilo
Rea sappia suonare il piano non ci piove e che Enzo Pietropaoli e Fabrizio
Sferra gli reggano perfettamente il gioco, rispettivamente al contrabbasso
e batteria. Pietropaoli, assieme a Rea e a Gatto fa parte anche del Trio
di Roma e, con Mirabassi, Siringano e Di Leonardo dei Pietropaoli
Modern Sincopators. È questo il terzo disco per i Doctor
3 dopo The song remain the same (miglior disco italiano del
99 secondo Musica e Dischi e miglior gruppo del 99 secondo
Musica Jazz) e The Tales of Doctor 3 (miglior disco italiano del 98
per Musica Jazz) e resta nellambito di un lavoro di jazz digeribile
e vagamente gastronomico, adatto a tutti i palati. Non dà fastidio,
suona bene in sottofondo, ma, almeno su disco, non graffia quanto potrebbe.
Le riletture, che in alcuni casi sono veri stravolgimenti, non portano
il discorso verso spiagge particolarmente nuove. Resta un po oscuro
il senso del lavoro, se non lo si vuole inquadrare solo sotto la voce
divertissement. Peraltro se Canzone dellamore
perduto con le sue ascendenze classiche (Telemann) si può
prestare a un lavoro di questo tipo, purtroppo le scarne ed esilissime
linee armoniche di Canzone di Marinella, più volte
percorse anche da ensemble jazz (è la più coverata
tra i brani di De Andrè) non dà veramente la possibilità
di aggiungere nulla. Il godimento maggiore lo danno i brani dei Beatles.
Il piacere dellascolto comunque non manca e come disco natalizio
si presenta bene, con ladeguato mix di cultura e piacere popolare
e un bel senso di gusto del gioco. |
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È così bello poter parlare bene di un buon disco che è davvero un peccato non poterlo fare sempre. Ma questa volta il colpo è basso: mi hanno preso sul sentimento. Per uno che ha "l'anima di fado" già al naturale, un disco taliano che si intitoli "O fado" e che contenga 18 piacevolissime canzoni è veramente un attentato sentimentale. E così eccomi ancora con il cuore portoghese a parlare di un grande disco. Grande e inatteso. Forse tanto più grande perché inatteso. Un titolo semplice semplice, corto corto: "O fado". Più lungo descriverne gli interpreti: Marco Poeta (guitarra Portuguesa e direzione artistica), Eugenio Finardi (voce e traduzioni), Francesco di Giacomo (Banco del Mutuo Soccorso - voce), Elisa Ridolfi (voce) e Michele Ascolese (il chitarrista di Fossati) chitarra acustica. Al basso Paolo Galassi. È un disco di una bellezza adamantina. Puro come un cristallo, con una cascata di note scintillanti che cadono una a una, oppure a grappoli, dalla Guitarra Portuguesa suonata con maestria da Poeta (Nomen est omen?). Note che si infrangono sul pavimento di cotto e rimbalzano sui muri punteggiati da azulejos, tratteggiando nuovi mosaici, aggiungendo nuovi colori. E le voci si alzano pulite, come sotto la cupola di cristallo della stazione ferroviaria di Oporto, si flettono e rimbalzano sul ponte sopra il Douero ed atterranno sui ponti delle chiatte dove rotolano lente le botti di Porto: vibrante e sofferta quella di Finardi, partecipata e virtuosa quella in portoghese di Di Giacomo, matura e adulta quella della giovanissima Elisa Ridolfi. Finardi ha adattato anche la traduzione in italiano delle liriche di cinque canzoni e almeno una (Le ragazze di Terceira) è un piccolo capolavoro "Le
ragazze di Terceira /vanno a sposarsi in continente/ Ma
è la leggerezza il tratto distintivo, il drappeggio in musica dei
versi. Avremo tempo e altre canzoni per piangere e sospirare. Come "La
mia canzone è saudade" ("delle illusioni svanite/ delle
speranze perdute /... ed è angoscia e ansietà/ la mia canzone
è saudade /di un amore che non arriverà". Contribuisce
al clima anche una versione solo musica di Piazza Grande di
Ron e un altro brano musicale A Amalia di Marco Poeta, dedicato
probabilmente ad Amalia Rodriguez, la grande cantante di Fado portoghese,
scomparsa qualche anno fa. Il resto e tutto Portogallo, con le incursioni
linguistiche di Finardi e sviluppi musicale che richiamano i tanghi italiani
del periodo tra le due guerre. Disco di nostalgie assortite come cioccolatini,
disco da fare decantare e sgranare osservando i giochi dombra e
di luce nel bicchiere di Porto, inteso come vino, che accompagna larpeggio
e il cioccolato. Disco da meditazione con un vino da meditazione. Insomma,
un signor disco, 18 belle canzoni, una bella confezione in digipack, grandi
suoni di chitarre e ottime voci con tutta la malinconia del caso. O del
fado? |
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C'è un personaggio che, da qualche tempo, nel cor mi sta (o meglio, nel lettore cd). Per vie traverse mi è capitato in mano un cd di Augusto Forin "Alle spalle delle parole" o "In concerto" (un cd, con due titoli!), registrato dal vivo a fine 1999; contiene 9 brani, di cui alcune sono vere chicche. Butto lì nel mazzo: "Scusa", "Amanti distanti", "Aspettando su una pensilina", "L'oriente del nord", ma anche il resto si tiene su ottimi livelli. Forin suona con un combo di altre 4 persone: Elena Cimarosti, chitarra e voce (e che voce!), Roberto Marotta, batteria e percussioni, Luca Morello, basso elettrico e Francesca Rapetti, flauto e voce (e che voce! O l'una o l'altra o tutte e due. Ci sono cori al femminile di grande intensità che percorrono quasi tutti brani). E poi c'è Augusto, chitarra e voce. A Genova, evidentemente c'è qualcosa di strano nell'aria. Chi respira la macaja, è evidente, appena mette le dita su corde di chitarra inizia a comporre canzoni di grande impatto. Il clima è cantautorale ma non spinto. La parte musicale, intendo dire, è ben presente e più che curata. Se poi si pensa che è un concerto registrato dal vivo e che non si sentono esitazioni o incertezze, il quadro viene ancora più preciso. Siamo dalle parti di un leggero jazz chitarristico che si incontra con la tradizione nobile della musica d'autore. Testi per nulla banali e anzi, animati di belle intuizioni. "Non
riesco ancora a crederci, "Questo
è l'oriente del nord,
Insomma Augusto si ascolta con grande piacere: il referente più
prossimo? Forse Paolo Conte? In parte di sicuro. Sia per le ritmiche
sottese, sia per un certo modo di porgere la voce (soprattutto "L'oriente
del nord"), ma non in senso derivativo. Si sente anche l'influsso
di tematiche care a Max Manfredi (stesso brodo di coltura, stesso ambiente,
stessi amici. Fino al punto che, dicono le biografie, Augusto ha scritto
un brano intitolato "Max", con dentro almeno una frase geniale:
"Esco da una tua canzone /come da un cinema /ma dimmi tutte quelle
parole /dov'è che si trovano /perché io ne avrei bisogno
sai /per riuscire ad esprimermi /in questa sorta di swing". Dopo
due prove discografiche (entrambe autoprodotte, laltra si intitola
Operazione arcivernice, un titolo comprensibile agli ormai
vecchi lettori del Corrierino dei Piccoli) Forin non ha più
inciso niente, preferendo dedicarsi alla salute del suo gatto e della
sua attività di grafico pubblicitario (alla Alan Ford, per citare
ancora i fumetti) con Il
pigiama del gatto, ma sarebbe un vero peccato pensare che
la chitarra di Augusto (e soprattutto il suo basso) stanno ricoprendosi
di polvere. Sarà forse il caso di spalmare larcivernice
del professor Alambicchi su questa copertina, per non lasciare le nostre
orecchie a digiuno di canzoni intelligenti. |
Bisogna
dire che mi fa un certo effetto. È forse la prima volta che mi
capita di sentire un disco inciso da qualcuno che probabilmente sa che
il disco uscirà postumo. Sì, lo so, anche George Harrison
ha fatto un’operazione simile, anche Warren Zevon la sta facendo,
ma io non li ho sentiti. Altri dischi sono usciti postumi, ma da parte
di persone che non lo sapevano, mentre li stavano incidendo (I concerti
di De Andrè, ad esempio). Insomma, l’effetto è un
po’ quello delle seduta medianica, della voce d’oltretomba.
Anche perché il distacco da Gaber non è stato un distacco
indolore. Gaber morto due volte: prima artisticamente con un orribile
disco come “La mia generazione ha perso”, che la pavidità
della critica nazionale ancora non vuole riconoscere come punto imo della
sua carriera e Gaber scomparso davvero. La commozione dei milanesi, il
senso di vuoto, la riscoperta delle sue vecchie canzoni e dei suoi spettacoli.
Ed è innegabile che, storicamente una grande importanza Gaber l’abbia
avuta. Il disco attuale? Fatte salve le perplessità scaramantiche
di cui sopra, non è per nulla un brutto disco. Anzi. |
Molto piacevole il signor Gambetta, molto piacevole la sua chitarra dalle note blu genova. Carezza, sfiora, va e torna. Partendo dalle strade statunitensi con la sua "Mama" e soffermandosi in un fandango arriva al blues, e lì incontra il mandolino di Martino Coppo, l'oboe di Mario Arcari, il banjo di Gene Parsons e l'organetto del Gambetta piccolo, Filippo, e si incamminano tutti insieme, verso la chiesa, inseguiti dalle loro note. Ma il viaggio continua, ed inforca una valle che porta, come non so, a Genova. E lì ci si sofferma al mattino, in un cielo che da nero si fa indaco. Come, ci ricorda qualcosa? Ma sì! È "A Cimma". E via con le forchette, ancora verso Sestri e fino a Napoli e ancora più giù, per tornare poi, armati di scarpette rosse, alle strade americane della partenza. Blu di Genova segue a distanza di nemmeno un anno un piccolo gioiello come la "Traversata" con compagni di viaggio Carlo Aonzo e David Grisman ed esattamente da lì riparte. Il tema è lo stesso, la ricerca di un terreno comune tra le due culture musicali sull'onda delle corde di una chitarra che Gambetta maneggia da maestro del flatpicking. Il virtuosismo di Beppe può far paura ma non è mai freddo e fine a sé stesso, sia quando incontra De Andrè (oltra a La Cimma, La Nova Gelosia, ancora con Carlo Aonzo), sia quando si rivolge a classici americani come Norman Blake (Church Street Blues). Il blu di Genova, vale appena la pena ricordare, è quel particolare tessuto da marinai, cotone grezzo, blu, che partito da Genova duecento anni fa, ha trovato la consacrazione e il successo industriale in America. I Blue Jeans, insomma. Strumento indispensabile per accoccolarsi per terra ad ascoltare le storie di viaggi e di ritorni che Beppe Gambetta è disposto a raccontarci.
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E’così
bello inciampare nei dischi per puro caso! Lasciarsi trascinare da una
fotografia, da una grafica azzeccata, dalla confezione. O anche solo dal
fiuto. A volte, come in questo caso, dalla passione per i lupi. Il lupo,
nel senso di lupo solitario, di lupo grigio, di Akela, di “richiamo
della foresta”, ma anche di Balto, mi è sempre appartenuto.
È il mio animale sciamanico. E quando ci si fa trascinare dalle
suggestioni è difficile sbagliare mira. “I luf” (“I
lupi” secondo la vulgata lombarda) sono una piacevolissima scoperta
di … stamattina. Troppo bello il disco ("Ocio ai luf")
per lasciarlo appassire negli scaffali di Buscami. Una sola copia poi.
Ora o mai più. Ora. E il disco ricambia le attenzioni e si dispiega.
Introduce con dolcezza il tema, entra sotto pelle con un denso coro polifonico
e poi come nebbia si spande tutt’intorno. “Occhio al lupo
che viene dal Giogo/ non ride e se è arrabbiato morde”, prima
di dare il via alle danze che entrano con maestria per non mollarti nei
dodici solchi a seguire. |
Ascoltare
musica in un’anonima mattinata d’aprile, grigia, umida, quasi
di pioggia. |
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Goran
Kuzminac. Difficile anche ricordaselo. Ha cantato, per un breve periodo
assieme a Ron, Dalle e De Gregori ed ha conosciuto una stagione di breve
successo negli anni '70. Dopo di che continua a restare nell'ambiente,
a scrivere e pubblicare canzoni. E nel '79 compie un lungo tour con
Ivan Graziani e Ron, da cui uscira'
"Canzone senza inganni". Tra
l'86 e il '93 non escono nuovi dischi, ma nel'97,
'98 e '99 esce con tre nuovi
prodotti, il primo dei quali (Fragole & pugnali) sotto l'egida e
i consigli di Mimmo Locasciulli. Ora mi sono trovato tra le mani questa
raccolta, che nella discografia ufficiale non compare. Dodici brani,
tra cui i successi (per modo di dire) Ehi ci stai e Stasera l'aria e'
fresca, piu' la mitica e smarrita Stella del Nord. Stella da me persa
in una sera e mai piu' ritrovata fino a quest'anno di grazia, nonostante
il peregrinare in tutti i cieli notturni degli alter-dischi di casa
nostra. La canzone, sentita alla radio, mi aveva conquistato, ma non
ero mai riuscito a sapere chi la cantasse. Il disco e' entrato in casa
mia, da solo si e' posato sul lettore e si ostina a non voler scendere.
E si' che il lettore e' popolato bene: c'e' Claudio Lolli, l'ultimo
De Gregori, un delizioso e redivivo Henry Salvador, I La Crus e Fiorella
Mannoia, Giorgio Conte... Niente da fare: Kuzminac si e' fatto largo
a forza di braccia, spintonando giu' dal lettore persino il "mitico"
(e' l'unico caso, mi perdoni De Gregori, in cui si puo' usare l'aggettivo
mitico!) "One" dei Beatles E va. Con la sua aria leggera e
svagata a tracciare acqurelli squisitamente naif, ma freschi come l'aria
della sera, inni giovani, ma non giovanilistici, come la ripetuta tiritera
per chiedere a una ragazza (evidentemtne divertita dal gioco) se lei
"ci sta". La chitarra acustica di Goran e' l'arma vincente,
ma anche gli altri musicisti stanno al passo e riempiono il disco di
ottimi suoni e il tutto solo per 11.500 lire, quasi 4 volte in meno
di De Gregori!. Alex Britti? Ci fa 'na sega a zio Goran, anche come
semplice virtuoso di chitarra! Quattro stelle (del nord) di buonumore
e freschezza. |