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Le BiELLE RECENSIONI
 
Federico Sirianni: "Onde clandestine"

... e il fuoco dell'Orchestra Molotov
di Giorgio Maimone

“E’ mai possibile che tutti i dischi di musica alternativa italiana debbano suonare come se fossero incisi in un pub irlandese?” si chiedeva qualche anno fa un musicologo inglese amico di Franco Fabbri. Erano i primi tempi di MCR e seguaci. Mutuando il concetto e mutandolo di poco ci si può chiedere se è mai possibile che ora tutti i dischi d’autore italiano sappiano di “sentori balcanici”? Questa è la domanda che sorge spontanea alle prime note del disco di Federico Sirianni “Onde clandestine”. Opzione che si rinforza andando avanti, ma che, contemporaneamente, più prosegue l’ascolto, meno turba l’ascoltatore. Federico Sirianni poi ha le carte in regola. Il suo amore per i Balcani parte da lontano e in Bulgaria, stando alle biografie, ha pure soggiornato a lungo. Poi è questione di preferenza personale il fatto che il brano che preferisco è “Neve”, che di balcanico non ha nemmeno l’accenno di un trombone, sostituiti da organetto diatonico e un gradevolissimo tin whistle.

Neve” è di una dolcezza coinvolgente, al servizio di una storia d’amore delicata, ma niente affatto banale: “Rideremo della morte, perché la morte non fa male / fuggiremo dalla guerra, fuggiremo il temporale / e nei giorni da venire scriveremo il nostro nome / metteremo in tasca i sogni e li spenderemo qua”. Ma in realtà anche “Al campo Rom” col suo bel mix di trombone e fisarmonica è un brano tutto da godere, compresa la geniale e improbabile rima “Zampanò/Lancome”. Scuote di più la successiva “Ultima fermata Biscione” che ci proietta nel mezzo di una giga scozzese, ambientata per sbaglio in una periferia urbana che, se vale l’assunto che “ultima fermata Biscione/non troppo distante da casa di Dio” abbia un riferimento al piccolo uomo che ci governa tutti dalla reggia in Arcore, potrebbe essere Milano (Mi dicono invece che il riferimento sia a Genova, dominata da un palazzo orribile, a forma di biscia, sulle colline, emblema del quartiere dormitorio). Milano (o Genova), Scozia. Quindi perché stuipirci se la fermata dopo del treno sonoro di Sirianni è a Porta Palazzo (Torino), ma porta inconfondibili spezie arabe (dadrbouka, riq daf, mizmar, bouzouki).

Torino, Maghreb. Insomma, forse basta quanto già detto a dare l’idea della vivacità e della varietà di “Onde clandestine” inteso come disco. Sirianni non ti concede un attimo di pace e l’assenza di pause tra un brano e l’altro (ma le canzoni non sono unite: solo che dove finisce una è già iniziata l’altra). “Tempo” è un altro delizioso quadro lento, che potrebbe essere stato dipinto da Gian Maria Testa, anche se di derivativo in Federico Sirianni è difficile ritrovarci granché. Forse un comune sentire “genovese” (è della covata di Marco Spiccio, Augusto Forin, Max Manfredi) e una piacevolissima “r” arrotata, alla Paolo Enrico Archetti Maestri degli Yo Yo Mundi.

Di sicuro non è avaro di parole che fioccano a ritmo intenso tra le strofe veloci delle canzoni, ma la musica non viene certo trascurata, tant’è che il disco è accreditato a Federico Sirianni e all’orchestra Molotov e forse pensando proprio a lui Giangilberto Monti (che per inciso è produttore del disco) ha coniato il termine di “Bandautore”, ossia di cantautore che mette le sue doti compositive al servizio di una band, rivendono in cambio quel tappeto sonoro senza il quale la canzone non potrebbe funzionare.

Resta da parlare della ghost track che dà anche il titolo al disco. “Onde clandestine” come canzone è tratta da una musica tradizionale ottomana, risistemata da Federico Sirianni, su cui si appoggia il testo dello stesso Sirianni e di Giangilberto Monti. Morbida, piacevolissima, sinuosa. Degna chiusura di un disco che si eleva nettamente sulla media delle produzioni 2002 (anche se le bizzarre strade del destino non mi hanno fatto approdare a Sirianni fino al 2004). Prendetelo cauto all’inizio: un primo brano di 19” (secondi! Avete letto bene) e un intro tradizionale yiddish per il secondo brano che inizia addosso al primo; come si capirà in seguito, è il segno distintivo del disco che accumula e ammassa brani senza soluzione di continuità. Circa tre quarti d’ora di musica senza pause, ma con atmosfere diverse e ben delineate e solo 39” (leggasi sempre “secondi”) di spaesamento iniziale.

Ancora due parole sugli ottimi testi, in due casi scritti con Giampiero Orselli, che pongono un certo risalto a tematiche noir e sensuali (o semplicemente sessuali) mentre alle musiche di due canzoni c’è Fabrizio Giudice e, se proprio vogliamo, dalla mia playlist preferenziale che allinea Neve, Tempo, Al campo Rom , Onde Clandestine, Ultima fermata Biscione, Caldo da impazzire, Porta Palazzo e Navigante. Leggermente sotto Vesna, Il viaggio continua (che però contiene un po’ la summa “ideologica” del disco) e Strega comanda colore e inutile la “radio-version” di “Caldo da impazzire"). Che bisogno ce n’era?

Federico Sirianni: "Onde clandestine"
Great Machine Pistola 2002
Nei negozi di dischi o su Fort Alamo

 

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Ultimo aggiornamento: 14-01-2004
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