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Le
BiELLE RECENSIONI |
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| Macina
Gang: "Nel tempo e oltre, cantando" |
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| Metà
radici e metà ali per un disco obbligatorio "Difficile dire cosa attragga di più. E’ cosa buona e giusta ascoltare i vecchi successi dei Gang trasformati con nuova pelle: sono parole che comunque fanno bene. Ma è ancora meglio farsi trasportare dal repertorio rivisitato di Pietrucci e compagni. Sulle canzoni storiche dei fratelli Severini in alcuni casi (“Sesto San Giovanni” e “Le radici e le ali”) la cura sembra migliorativa; la tisana naturale di erbe sortisce magici effetti di ringiovanimento. La voce di Gastone spiana le curve e le asperità del percorso e aggiunge un carico di dolore e verità con i graffi della sua voce “vintage” (come si usa dire ora). “La pianura dei sette fratelli” ed “Eurialo e Niso” erano già canzoni così intimamente popolari da uscire immutate dal confronto-scontro dei due mondi. “Kowalsky” invece un po’ soffre e pare comunque fuori contesto. Non c’è niente da fare, l’esecuzione è impeccabile, ma Kowalsky è un magnifico rockaccio, legato a un periodo e a un ambiente troppo identificato per poter cambiare contesto. Sono soprattutto le parole usate in Kowalsky che rendono difficile la metamorfosi. Recentemente, parlando con Marino, ci eravamo trovati in dissenso sul fatto che vi fosse una scrittura rock o meno. Lui sosteneva di no. Kowalsky conferma che si sbagliava. E’ scritta rock e deve per forza suonare così. Non stona nel disco, ma è fuori luogo (così come lo sarebbe stato “Bandito senza tempo” e non lo sarebbero stato “L’altra metà del cielo” o “Buonanotte ai sognatori”). Ma il meglio viene dal repertorio popolare su cui gli innesti Gang fanno miracoli. “Caridà caridà ssignora” è trascinante, ha un tiro rock degno di rispetto; è un brano coinvolgente che non risente minimamente degli anni e che non si può ascoltare senza venire travolti dall’empito. “Cecilia” (la celebre canzone già raccolta da Costantino Nigra e la cui storia sta alla base anche della Tosca di Puccini) ha dalla sua un’urgenza di pianto che la voce commossa e commovente di Marino Severini esprime giocando sulle note sospese di un accompagnamento molto raccolto. “Cioetta Cioetta (ossia Civetta civetta) è piacevolissima e ritmata, mentre “E’ finiti i bozzi boni” è un’antica canzone delle filandere che ricorda nell’incedere la gloriosa “Saluteremo il signor padrone” rifatta da Eugenio Finardi ai suoi albori. E la parte più direttamente popolare si chiude con “Fra giorno e nnotte so’ ventiquattrore” densa, scura, annerita, quasi un blues italico-marchigiano. Grande spessore. Insomma un matrimonio a lungo atteso e tante volte rimandato, ma che si è rodato in decine di occasioni di incontro sui palchi e che ha avuto un battesimo di fuoco al Mantova Musica Festival dove sono state proposte “Sesto San Giovanni”, “La pianura dei sette fratelli/Stavo in bottega che lavoravo” e “Caridà Caridà Ssignora” con ottimo riscontro di pubblico. Quello che ci manca
ancora sono le nuove canzoni dei Gang, quelle parole che ci possono dare
il coraggio e la forza per attraversare il deserto politico e sociale
in cui ora ci muoviamo, fiaccati da una destra infame e alla vana ricerca
di una sinistra che non c’è. Come dicono i Modena City Ramblers
“C’è bisogno di nuove canzoni / con parole per sognare
più forte / bisognerebbe fare sogni grandiosi / oltre la noia e
le nevrosi / Avere cura, aver pazienza / di tutta quanta l’intelligenza
/ si c’è bisogno / c’è bisogno!” Sì,
c’è bisogno di nuove canzoni dei Gang!
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Ultimo
aggiornamento: 07-03-2004 |
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