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Le BiELLE RECENSIONI
 
Davide Van De Sfroos: "E semm partiì"

"Spoon River sul Lario"
di Giorgio Maimone

Un vecchio seduto sul pontile, la faccia al lago, la schiena alla piazza, guarda l'immobile distesa d'acqua. Pensa? Ricorda? Sogna? O solo si perde? I suoi pensieri, come fumo, si arrampicano al cielo dalla sua testa, su fragili corde, su reti di pescatori, su scale di legno. Passa un giovane e colora con l'arci-vernice del professor Alambicchi questi pensieri. E, da lontano, vediamo le ombre farsi sostanza, i fantasmi perdere il traslucido. Sentiamo i ricordi farsi parole, farsi suoni, farsi canzoni. Arrivano da un punto di un passato imprecisato, ma che mio stato di sicuro. Arrivano dal fondo dei magazzini della memoria, rotolano come barili vuoti e fanno un identico rumore.

Le parole hanno un retrogusto antico, polvere smossa da bauli di ciarpame ingombi, “tira, mola e messeda”, “i occ del luff quand el cagna”, “tarabaj, reguaj. gran catanaij”, “el frecc uramai el ma mangiaà el paltò”. Frasi che sentivo da bambino, ma qualcuno le canta ora, nel mio dialetto! E le canta bene! Madonna se le canta bene! Davide Van De Sfroos ha reinventato l’arci-vernice, la vernice strepitosa che rende veri i sogni, e ce ne fa parte in un disco lungo (66’48”) ma senza un solo momento di noia. : “... e semm partii”: “dedicato a tutti quelli che sono partiti e da qualche parte sono arrivati ... anche a quelli che sono tornati ... ma soprattutto a coloro che si sono persi per strada aspettando l’ultimo lancio di dado”.

Tenetevi forte e ancoratevi a quest’ultima frase: eh sì, perché il paragone che sto per fare porta dritto a Fabrizio De Andrè. Ecco, 40 anni dopo il Michè, altri assassini, altri pazzi, altri dropouts, altri lasciati indietro da questa società dell’immagine, da blazer, convention, briefing e location. Persone che non posseggono nemmeno la “grazia” di una lingua nazionale e che per raccontare le proprie storie usano il dialetto, la lingua dei posti dove sono nati.

D’altra parte che lingua mai potrebbe parlare “il” Sugamara (è Lombardia, la lingua vuole l’articolo davanti ai nomi, con buona pace di Nanni Moretti!) “cuore diesel e con’ t i zanzar in del cervell” (con le zanzare nel cervello), con gli “occhiali da tafano dell’autogrill di Fiorenzuola” che va a rapinare una banca e ci trova come cassiere suo figlio, ma non si ferma e gli si rivolge dicendo: “Potet mia fermà un dado intant che l’è dree a girà”. (non puoi fermare un dado quando è stato lanciato), oppure “El bestia” che è nato “suta ‘na luna caputada” (sotto una luna capovolta), con una faccia che “la faceva pagura ai serpent” (faceva paura ai serpenti) e girava sempre armato con un “fulcin” (falcetto) col quale “el te tajava el coll comè fa una cicada” (ti tagliava il collo con la stessa facilità con cui sputava). Oppure che dire del giardiniere di “Me canzun d’amuur en scrivi mai” (io di canzoni d’amore non ne scrivo), innamorato della bella del paese a cui non riuscirà mai a dirlo, nonostante abbia “un sentiment che l’è una motosega” e che si sente da “giardinier diventaa’ un restell” e “al tramont quand chei l suu el betega/prepari i roos che riesi mai a datt” (al tramonto, quando il sole balbetta/preparo le rose che non riesco mai a darti) ... perché ... perché ... “io canzoni d’amore non ne scrivo mai”.

Oppure vogliamo raccontare anche di “El mustru”? Il re dei pescatori che un giorno viene trovato in deliquio dentro la sua barca, dopo un attacco di diabete, e racconta a tutti di avere incontrato nel lago “un mustru, un mustru, ma l’era mea el film de l’uratori/ ... l’era faa comè una anguilla, l’era gros comè un batel e mangiava tutt i stell” (un mostro, un mostro, ma non era il film dell’oratorio .... Era fatto come un anguilla, era grosso come un battello e mangiava tutte le stelle”). E da allora in poi era stato considerato dal paese “il re dei ribambì” (il re dei rincoglioniti) e andavano tutti a prendere il pesce da lui per compatirlo e ridergli alle spalle, compresi i bambini.

Ma questo libro d’antan da sfogliare non finisce qua: devo parlare almeno ancora di “L’omm de la tempesta”, marinaio d’acqua dolce che sceglie di andar per mare e “quand che l’è rivaà nel port del Marsiglia/l’ha cambiaà il mar cun’t una tazza de Pernod” (quando è arrivato nel porto di Marsiglia/ ha scambiato il mare con una tazza di Pernod), e di naufragio in naufragio (chissà se c’è dentro l’eco di Izzo e dei suoi “Marinai perduti”?) incontro una zingara che gli legge la mano e gli svela che la tempesta più grossa è quella che si porta dentro: “naret in gir o furestee per tutt el mund/ ma anca el muund de una qualj paart el finirà / una tempesta l’è difficil de nà a scuund/ resta con me e la tempesta cesserà”. (andrai in giro, o forestiero, per tutto il mondo/ ma anche il mondo da una qualche parte finirà/ una tempesta è difficile da nascondere/ resta con me e la tempesta cesserà). Tanti personaggi, anacronistici, buffi, tragici, comunque, sempre e in ogni modo “diversi”, personaggi non ufficiali, di quelli che negli album di famiglia si buttano via le foto.

Davide Bernasconi, in Van De Sfroos, invece va in direzione “ostinata e contraria” e porta alla luce storie che altri vorrebbero dimenticare, storie che non andranno mai “a la televisiun” (“quanti dè, quanti nocc so quii pultruna” – quanti giorni e quante notti su quelle poltrone).

La veste musicale è sontuosa: il disco suona bene, ospita la Banda Osiris, i Mercanti di Liquore, Maurizio Gnola Ghielmo, Le Balentes ai cori femminili oltre che Davide Brambilla, mente musicale del gruppo, alle fisarmoniche, tastiere e tromba, Claudio Beccaceci alle chitarre, Alessandro Prilli al basso e Diego Scaffidi alla batteria, percussioni e cori. Chiude la chitarra e la voce graffiante di Davide Bernasconi in Van De Sfroos, una voce che nei momenti pacati ricorda il migliore Mimmo Locasciulli. Insomma questa povera terra depressa di Lombardia (musicalmente parlando) quest’anno ha fatto l’en plein: dopo i Sulutumana, dopo i Mercanti di Liquore, dopo il ritorno alla grande di Enzo Jannacci, dopo il bellissimo disco di Fado del milanese Eugenio Finardi (l’Eugenio), anche la piccola Spoon River lariana di Davide Van De Sfroos.

Il dialetto? Non sempre è comprensibile per i non-padani, ma, in fede, chi è che capisce tutte le parole della “Nuova compagnia di canto popolare”? O dei Beatles? (un ricordo commosso al mite Gorge Harrison!). “Breva e Tivan” era un bel disco, ma questo se lo mangia”! E, per chiudere come dice lui: “l’onda di ieer, porta l’onda de incoo/ l’occ de un vecc, l’era l’occ de un fioo” (L’onda di ieri porta l’onda di oggi / e gli occhi di un vecchio erano gli occhi di un bambino).

Davide Van De Sfroos
E semm partii

Tarantanius - 2001
Nei negozi di dischi e sul sito www.davidevandesfroos.com

   
Ultimo aggiornamento: 06-12-2001
 
   
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