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Le BiELLE RECENSIONI
 
Lo spettatore assiduo al Gran Circobir˛

Un'ora di spettacolo mozzafiato
di Giorgio Maimone

Da qualche tempo in qua, tutte le sere, compro il mio biglietto e mi siedo in prima fila. Mi tolgo sciarpa e cappotto e li dispongo sulla sedia di fianco. Allungo le gambe, faccio scrocchiare le dita e appoggio la schiena allo schienale. In perfetta letizia mi accingo allo spettacolo. Eccolo che inizia! Sento già il ruggito dei leoni e le risate dei clown. Sento questo acre fortore che mi prende le narici. Solo il tempo di pensarci che la musica è già iniziata e la sarabanda è partita. Durerà 57’e 10”, al termine dei quali, esaurito gli applausi di rito (ma sentiti e meritati) mi alzerò e rimetterò da capo il disco. Perché questo è “Circobirò”. Le morbide e rotonde note di un basso che introducono l’orchestra, poi funamboli, violinisti, giocolieri, mercanti e pifferai. Un piccolo capolavoro.

“Colpevoli” di tentato capolavoro sono i Ratti della Sabina che già col disco precedente “Cantiecontrocantincantina” avevano favorevolmente impressionato, riuscendo a vendere oltre 5000 copie col solo passaparola. Ma questa volta si superano: un tiro rock di prim’ordine al servizio di melodie di stampo popolare, dove la tarantella sposa il ballo tondo e la canzone d’autore marcia a braccetto con le dinamiche combat-folk. Non è world music, non è ibridata con cadenze arabe o mediterranee e non è nemmeno giga irlandese. Musica popolare italiana al servizio di testi intelligenti e, soprattutto, di uno spettacolo da gustare con tutti e 5 i sensi.

Non a caso i Ratti si richiamano così spesso e così tanto a bambini, perché bisogna essere un po’ bambini per godersi la “soirée” da loro offerta, per salire su questo treno da montagne russe e lasciarsi scivolare sulle rotaie, sempre affrontate con pendenze strane, con approcci sghembi, sapendo già alla partenza (ma te lo dichiarano loro stessi), che non ci sarà modo di prendere fiato durante il viaggio.

D’altra parte il vapore di cui si alimenta il treno è di prima qualità: chitarre, armoniche e flauti di Roberto Billi (che per soprannumero scrive anche parte delle canzoni e ci mette la voce), la voce e le canzoni le mette anche Stefano Fiori che suona pure chitarra acustica e organetto; chitarre acustiche ed elettriche per Eugenio Lupi; mandolino, mandobanjo, bouzouki e chitarra per Paolo Masci; finalmente niente chitarra per Alessandro Monzi che suona il violino e Alberto Ricci alla fisarmonica. Basso elettrico, acustico, ma soprattutto contrabbasso nelle mani di Valerio Manelfi e le percussioni passano sotto bacchette e mani di Carlo Ferretti. Equivale a dire: un muro di suono.

I Ratti sono trascinanti e il loro Circobirò fa spettacolo che è una meraviglia. Non promettono invano quando ci introducono allo show. “Questa sera questa sera ci sarà, pensate un po’, lo spettacolo fantastico del gran Circobirò/ Perciò vengano signori sotto il cielo del tendone, questa sera, questa sera, per provare un’emozione // E son sicuro, son sicuro che / i vostri occhi si sorprenderanno / di fronte a quello che vedranno / son sicuro che / quasi quasi non ci crederanno”.

Se “Circobirò”, intesa come canzone è immediata e profondamente coinvolgente (oserei dire perfetta nel suo modo di porsi e nella sua finalità introduttiva), anche le altre canzoni non ci mettono molto a superare le (invero fragili) barriere protettive che lo “spettatore” può mettere in atto. E così filtra miele la poesia de “L’uomo che piantava alberi”, ispirata dall’omonimo libro di Jean Giono e servita dalla voce magnetica di Marino Severini dei Gang. Intriga la vicenda del “Violinista pazzo” che ha come papà Fernando Pessoa, rivisto da Stefano Fiori: “Non veniva dal mare né da monti coperti di neve / Non aveva nessuna moglie e neanche un dio sapeva pregare / Non conosceva nessuna lingua e per parlare usava un violino / che raccolse ai piedi di un sogno / sotto il cielo di un giorno lontano”.

E come non parlare de“La morale di un brigante”, tratta da una poesia di Bruno Ciammola, ispirata alle gesta del bandito reatino Berardo Viola, che si inserisce nel solco di “tu da che parte stai? Dalla parte di chi ruba nei supermercati? / O di chi li ha costruiti. rubando?”. Qui abbiamo che “l’importante è accumulare/ un patrimonio immobiliare / che ti renda anche potente / agli occhi della gente / perché se non ti fai grande / ti ritengono brigante”. Come non ricordarsi che il più grande costruttore immobiliare di Arcore e dintorni ora sta cementificando le coscienze di tutta la Repubblica? Insomma: “La morale è una sola / o ha ragione anche Berardo Viola?”.

Particolare curioso: ai cori in Circobirò e alla voce in “La tarantella del serpente” è presente Raffaello Simeoni dei Novalia, altra band di Rieti e della Sabina che a Berardo Viola aveva già dedicato una canzone sette anni fa in “Canti e briganti”.

Non possiamo poi dimenticare l’impeto rock con cui Andrea Ra, cantautore in proprio, si butta nei gorghi e nelle circonvoluzioni cerebrali de “Lo scemo del villaggio”, dando vita a un’interpretazione vissuta e vibrante, sostanziando in note la figura così tipica di tutti i nostri paesi e così bene tratteggiate nei versi di Riccardo Billi: “”Sono da sempre, sarò per sempre etichettato da ogni benpensante / come “soggetto scarsamente interessante” / perché troppo stravagante / quindi conseguenzialmente poco utile / o inutile totalmente alla tessitura / di una bella immagine apparente per la comunità” … “perciò mi piace immaginare cose immaginarie / che la gente non comprende o non è capace di vedere / quello è privilegio e dannazione / di chi la ragione l’ha veduta solamente di passaggio: / allora chi meglio di me che sono lo scemo del villaggio?”.

Gli “illustri” collaboratori che si susseguono sulla pista battuta di cenere e segatura allineano anche Massimo Liberatori alla voce in “Il pifferaio magico”, adattamento in chiave reatina della celebre fiaba nordica, Stefano Cisco Bellotti che da voce a “Il mercante” e Margherita D’Ubaldo, voce femminile in “Radici”. “Radici” e “Seila” sono le due piccole pause che consentono di recuperare fiato, prima della tirata finale che culmina ne “Il funambolo”: “Son maestro della folla/ Vivo la mia vita sulla fune che separa / la prigione della mente dalla fantasia”.

Vogliamo prenderci un attimo di pausa per appuntare che alla magia della serata contribuisce anche lo splendido libretto con i disegni di Francesco Musante (che ha dipinto per loro e per questo lavoro la copertina). Personaggi lunari, appesi a cieli di stelle, dipinti sotto l’enorme cielo blu del tendone: donne in gabbia con le ali, navi a rotelle, alberi-cuore con le radici all’esterno, piante in una tazza di caffè, donne nude sulla luna. Quattro delle canzoni di questo disco erano già presenti sul disco precedente (Il funambolo, Il giocoliere, Linea 670 e La tarantella del Serpente) ma è in quest’ambito circense che trovano la loro collocazione naturale. Non potevano mancare coi loro richiami al pubblico, ai bambini, agli spettatori da trascinare dentro la magia.

Restano appunto da ricordare le due canzoni in cui si parla di bambini: “Linea 670” di Stefano Fiori: “Giocano i bambini giocano / fra carcasse d’auto, lavatrici e copertoni / …/ sono ladri, banditi, straccioni, delinquenti / vagabondi senza patria, sporchi e strafottenti / sempre meglio di cravatte, di coltelli e denti / bianchi che se con una mano danno / con l’altra prendono per venti” e “Il giocoliere” dedicata a Gianni Rodari, perché “con le parole ci sa fare il giocoliere”. “Anch’io quando avevo gli anni ad una cifra sola / un giorno l’ho incontrato tra i banchi della sucola / mi disse: “il tempo ha sempre fretta / porta via le ore / tu crescerai ma non scordare / quel che oggi ha dentro il cuore. / Perché ogni ragazzino ha un mondo / fatto di sogni e fantasia / che poi, quando diventa grande troppo spesso per paura butta via”.

I Ratti non se ne sono scordati e non ci consentono nemmeno di farlo, azzannandoci sul collo, come direbbe De André “tra l’aorta e l’intenzione” e non consentendoci né di distrarci né di smettere di ballare e divertirci ragionando. E così, tra funamboli, serpenti, giocolieri e mercanti, tra bambini zingari che “hanno gli occhi ritagliati dentro facce da serpente/ che dicono di storie in cui non c’è da perdere niente” e scemi del villaggio, tra tarantelle, alberi e topi lo spettacolo si avvia alla fine. Lascia il vuoto dell’eco di un suono che non vuole saperne di smorzarsi. Sapete che farò? Mi alzerò dalla mia poltrona per schiacciare “reply” e gustarmi da capo la magia del GRAN CIRCOBIRO’!

I ratti della Sabina: "Circobirò"
Upfolkrock 2003

Nei negozi di dischi o sul siro dei Ratti della Sabina


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Ultimo aggiornamento: 23-01-2004
 
   
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