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Le
BiELLE RECENSIONI |
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| Fabrizio
Poggi: "Armonisiana" |
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| L'armonica
del diavolo, il blues dell'angelo Dodici brani senza un attimo di respiro per proseguire quella esplorazione delle potenzialità dell’armonica che Fabrizio aveva portato già al suo apice nel cd allegato al libro “L’armonica a bocca: il violino dei poveri”, con brani presi integralmente dalla tradizione popolare italiana e suonato esclusivamente con l’armonica. Disco per puristi oltranzisti, adatto a circolare solo con il libro, come sorta di documento. “Armonisiana” invece è un disco vero, con canzoni e strumentazione adeguata. Fabrizio ha suonato su “backtracks” incise in America da artisti locali, in questo caso volutamente anonimi, e concede pochissimo al gusto facile del pubblico. La confezione è meno che spartana per mantenere il costo del cd praticamente al puro prezzo di produzione: una busta di plastica morbida che contiene un quartino di carta ripiegato dove vengono spiegati i motivi dell’operazione. La copertina (uno dei quattro lati del foglietto) riporta una vecchia chitarra elettrica graffiata a consunta su cui poggiano due armoniche incrociate. Un iconografia che mi riporta alla testa la vetero-comunistissima falce-e-martello. Stesso rigore, stessa esibizione muscolare, stesso richiamo alle radici del comune agire. Già con “Bone” siamo perfettamente in tema e la successiva “Train” non fa che confermare quello che ci aspettavamo. “Il blues – scrive Fabrizio nell’introduzione – non è una legge o una religione, ma qualcosa che appartiene all’intimo dell’essere umano: alla passione. E la passione essendo qualcosa che sta dentro al cuore di ciascuno di noi, non ha regole e ,soprattutto, non si può spiegare”. Siamo lontani un oceano dalle arie e dai climi di “Turututela”, splendido viaggio di Poggi alle radici della musica della sua terra nella bassa Lombardia, ma la passione che si respira nei solchi è identica. E’ l’altra faccia dell’anima di Fabrizio. Non tutto e non sempre scorre liscio: “Zz” dall’inequivocabile dedica, non mi piace; la trovo risaputa e già sentita, ma immediatamente “Walkin” ha un incedere di pura simpatia. Intendiamoci, i brani sono tutti inediti e sono tutti di Poggi che ha voluto incidere il disco dal vivo senza togliere note sporche, finali improvvisati e tutto quello che può capitare sul palco a un artista vero. Ecco, più che il violino dei poveri, in queste note, in questo ascendere faticoso al cielo e penetrare cauto i gironi infernali si avverte il soffio dell’anima, si avverte che c’è qualcuno che ci crede e che soffia in quell’insieme di lamelle metalliche come ne andasse della sua vita e anche della nostra. Soffia per la nostra redenzione e la sua dannazione (o viceversa). E’ il suono “viscerale” dello strumento quello che più prende, in una vertigine che, in fondo, spaventa. E proprio per questo la notizia secondo cui Fabrizio Poggi vedeva questa suo lavoro come una sorta di “testamento” musicale poteva spaventare. Ma non è come si temeva: Fabrizio per adesso non molla e ce lo teniamo così, come ci piace: intenso, viscerale e irrimediabilmente “blues”. Fabrizio
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aggiornamento: 26-12-2003 |
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