Quarto Stato

Nadia Furlon

Mario Acquaviva


"Nadia Furlon e Mario Acquaviva cantanto insieme.
Cantare insieme e' come ballare insieme, per far voci nuove, canti e controcanti, accordi
inventati... passi e arresti e giri e contropassi, fuori dall'usuale, un ragazzo e una ragazza,
non basta che si conoscano bene, bisogna scioglersi in bocca insieme le stesse parole,
stessi pensieri, sputare rabbie uguali, e stesso amore.
Un ragazzo e una ragazza con belle facce e voce giusta, per cantare, col timbro "d'Addome"
e quello di "maschera" cioe' con voce naturale e rinventata: voce da canto.
Lei suona un mandolino lui la chitarra, si danno il cambio alla prima voce alla seconda
e alla terza... ogni tanto uno tace e l'altro o l'altra va da solo o sola.
Io e con me tutta la platea, ci siamo entusiasmati, divertiti, e commossi ad ascoltarli e
vederli. E' importante vederli oltre che ascoltarli. Nadia e Mario mentre suonano e cantano
le canzoni che loro hanno inventato... Hanno gesti brevi del collo e delle spalle a tempo e in
assonanza... lento girare, inconscio, del viso quasi all'unisono... e poi un arresto legato al
gesto della mano sulle corde... e poi di nuovo lo scatto delle spalle a sollevarsi e a scendere
in bilancia sul tempo e il controtempo. Insomma... la danza.
Le parole di quelle canzoni sono scritte con la musica... sono dentro un ritmo e un'aria.
E' quasi ovvio: una canzone come "Tonino e Carlo Magno" non puo' nascere in due tempi,...
prima la pagina in scrittura e poi, sopra, la musica, o viceversa, prima la musica e poi dentro
le parole... lo si vede benissimo che note e sillabe sono uscite masticate assieme ai respiri
e raddoppi di suono e di consonanti. Solo se inventi una rima cantandola hai il coraggio di
terminare ogni rigo indifferentemente con baciata sdrucciola tronca o alternata, eppure
riuscire a cadere in piedi... in geometria, quadrato! Cioe' solo cosi' riesci a diventare cantore
invece che cantante. Il cantante e' quello che esegue musica e parole d'altri, il cantore e'
quello che esegue cio' che lui ha inventato: scritto con fantasia, e musicato.
Questo per quanto riguarda musica e poesia, e' il fatto nuovo, direi quasi rivoluzionario
degli ultimi tempi. Anni fa ogni volta che un ragazzino aveva qualcosa da dire o per rabbia
o per amore, subito si metteva a scrivere una poesia possibilmente con endecasillabi,
quattro rime baciate, le ultime due alternate; oggi no, se un ragazzo o una ragazza hanno
da dire qualcosa inventano una canzone, se la accompagnano loro con la chitarra e se
la cantano loro a tutta voce... e chi se ne frega se magari sono ingolati, se non stanno
alle regole del bel canto... le regole se le inventano loro, e anche chi ascolta se ne frega
della dizione perfetta e della buona impostazione vocale... sta a sentire cosa dici e che
rapporto di suoni sai tirar fuori dallo stomaco e dal cervello.
E notate bene che chi ha inventato i ruoli di: "trombatore" "giullare" "poeta" "dicitore" per
arrivare a far ascoltare un'unica canzone, non e' stato certo il popolo minuto... ma quello
grasso e colto, cioe' la borghesia e gli aristocratici... (il popolo non hai mai inventato una
poesia con l'idea di farla recitare... ma solo per cantarla o almeno rappresentarla, cioe'
farla diventare teatro).
Nella tradizione popolare infatti c'e' il cantore, il cantastorie, il conta storie... ma non c'e'
il dicitore e tantomeno il poeta di professione: cioe' quello che scrive fa stampare le sue
poesie, e poi le da' da leggere agli altri. Avete mai sentito dire le proprie poesie da
Ungaretti, Montale e soci? E' lo schifo dello schifo: stonati, senza timbro, ritmi
sgangherati, fiati da asmatici cronici... insomma dei dilettanti dell' ENAL.
E allora: viva i cantori, abbasso i poeti. Che e' come dire: evviva il popolo che e' poeta
vero e sa cantare, abbasso la borghesia con i suoi scrivani mummificati nelle accademie
e nel senato. Evviva il popolo che ha ragazzi e ragazze che cantano poemi nuovi, con belle
voci chiare e pulite, abbasso il potere che ha poeti catarrosi bolsi, senza allegria ne' rabbia...
solo pessimismo e malinconica morte. Evviva Mario e Nadia che sanno cantare... sono vivi,
hanno poesia e musica da regalare... e anche quando hanno malinconia, e' solo per un
fatto di dialettica dell'ottimismo!"

DARIO FO


Se vuoi ascoltare delle brevi tracce audio, alla solita pagina!

 

Il brigante (1975)

Sentivi l'odio dentro piu' duro del diamante
la sera di quei morti al passo del Brigante,
il vento che frustava con brividi d'acciaio
ogni cosa nelle valli imbrunite di gennaio.

Tra le mani una tazza di vuno infuocato,
la luna scolpiva lo sguardo gelato,
un agguato improvviso, si sparo' sulla vetta,
su quei monti sfiniti si alzo' la vendetta.

"ITALIA MALEDETTA, Italia sconosciuta,
quanti figli hai ucciso, da quando sei venuta".

"...e noi contadini ci chiamano briganti
noi lottiamo per il pane e per tirare avanti,
ma non ci fermeranno ne' carcere ne' fame,
la terra, l'acqua, il sole sapremo liberare".

Chi e' morto quella sera stringendo fra le mani
pietre consumate che non gli davan pane,
e' vivo e' un brigante che va come il vento
spazzando nel mondo di chi soffre il lamento.

perche' ci hai messo il cuore, nel sangue e nelle ossa
la coscienza e la certezza di una vittoria rossa.

Non e' tempo... (1975)

E' sempre la solita storia
di gente sepolta in collina,
vecchi duri mi da' la memoria
che svaniscono in fondo a una via.

Cade la sera e una rondine
sfiora il tramonto, campane
cantano e un vecchio racconta
dei banditi le gesta lontane.

Fan cerchio i bimbi incantati
guardando battaglie per aria,
gli altri non vedono nulla:
non credono al vecchio che parla.

Ma le ombre al tramonto infinite
presero corpo nei sassi
e gli eroi di fandonie inaudite
sugli ori guidarono i passi.

Si portarono sopra ai castelli,
alle torri, alle regge e alle chiese,
affondaron nei roghi potenti
finche' la notte nel grembo li prese.

Per gente usata al dolore
che storia incredibile e' questa:
e' poco ai potenti il rancore
di chi tiene china la testa.

E un giorno che io camminavo
sulle colline per strade
bagnate, d'autunno, vedevo
uccelli inseguire l'estate...

Pensavo ai fratelli emigrati,
a sperar nella nuova stagione;
il lamento dei tristi ha il sorriso
dei bambini: senza ragione.

Altro Sangue ha colmato la mano
di un'angoscia priva d'eta',
ma occhi nuovi hanno armato gli offesi,
il racconto del vecchio e' realta'.

Non e' tempo di avvolgere il viso
nel tuo scialle di lutti, madre.
Dalle nostre rocce digiune
scorse un'esile acqua impaurita,
ma oggi marcia anche lei col gran fiume
incontro al domani della nuova vita.


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