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Si può amare in modo così malato da sentire troppo forte "L'odore del sangue"

Mario Martone abbandona Napoli, teatro (di guerra) dei suoi primi film e rivisita a suo modo Parise
di Alfredo Ranavolo

Sempre stato cinema per palati fini quello di Mario Martone. Che non la si prenda come un'offesa. Anzi. Difficile trovare autori che appaiono tanto profondamente coinvolti dentro i loro progetti.

E per questo, da chi ha amato i suoi lavori precedenti, il ritorno alla regia atteso la bellezza di sei anni era più che mai auspicato. Lontano dal suo "Teatro di guerra", Martone per la prima volta racconta lontano dalla sua città.

Cose diverse. E un po' si sente la mancanza di quella intensa lettura di Napoli che ha reso il regista di "Morte di un matematico napoletano", per certi versi, un Wenders italiano.

Però la storia che ha scelto di portare sul grande schermo, liberandosi per un po' dagli impegni istituzionali, è di tale intensità che il rimpianto dura poco. Il tempo di calarsi in questa vicenda, liberamente tratta da un romanzo di Goffredo Parise, in cui Carlo (Michele Placido) e Silvia (Fanny Ardant), hanno scelto il loro modo particolarissimo di vivere un rapporto di coppia (regolarmente formalizzato nel matrimonio) ultraventennale.

Facile calarsi, se in uno splendido scenario lacustre si viene accolti dalle note di Fabrizio De André ("Amore che vieni, amore che vai"). Si fa subito conoscenza con l'ultima amante di Carlo, la non proprio avvenente Lù (Giovanna Giuliani). L'ultima di una lunga serie che Carlo non ha mai nascosto alla moglie, che a sua volta non si è risparmiata.

Rispetto al libro di Parise, la vicenda viene portata avanti di trent'anni, resta immersa nella buona borghesia romana, ma perde forse un po' nell'uscire fuori dal contesto storico per la quale era stata pensata.

Ma la storia ha forza di per se. Bilanciata non la si può definire. Seppure i comportamenti dei due coniugi sono assimilabili, il punto di vista è prettamente maschile. Ne è il fulcro un immagine di sesso orale, che Carlo vedrà nella sua mente praticato da Silvia a un giovane amante. Fantasma che mai avremo il piacere di vedere ma che aleggia sull'intera storia.

Entra come un cancro nella mente di lei, che pur constatandone la rozzezza non riesce a farne a meno, e come un morbo in quella di lui, che per la prima volta è assillato dal tarlo della gelosia e da un senso di estrema impotenza.

In fondo è un gioco (molto, molto serio) che è stato lui a volere. Tornare indietro non si può, andare avanti può portare all'autodistruzione.

Echi di Antonioni si avvertono in più di un'inquadratura, in molti non detti. Che Martone faccia più film. L'arte nostrana ha bisogno di lui come autore, prima che come direttore artistico.

La frase: mi piace vederlo per casa. Come si muove, come riempie le stanze.

Da vedere perché è cinema completo: storia, regia, attori


       
   
Ultimo aggiornamento: 04-04-2004
 
   
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