Nohavica a další...
cioè "Nohavica e gli altri" ovvero, alcuni artisti ai quali in qualche modo il nostro Jarek è legato..
CECHOMOR
KAREL PLIHAL
KAREL KRYL
 
 
KAREL KRYL
Uno dei più famosi cantanti folk della ex - Cecoslovacchia, famoso per le sue canzoni di denuncia e di protesta contro il regime comunista, visse per lunghissimo tempo in esilio in Germania, dalla quale continuava il suo lavoro (tra l'altro come presentatore della "Radio Free Europe"). Riuscì a fare ritorno nella sua amata patria solo quando il regime comunista collassò, nell'89, ma solo per pochi anni potè assistere al difficile periodo di transizione che seguì la caduta del comunismo, poichè un infarto lo portò via, nel '94 quando ancora non aveva compiuto 50 anni.
 
  Links:  Articolo su radio.cz - Czechinfocenter .com

Traduzioni in italiano: Le pagine italiane di Karel Kryl
  Non si può apprezzare la figura di Kryl se non si conosce la realtà dalla quale si sono generate le sue canzoni di protesta. Prima del 1968, la Cecoslovacchia aveva un sistema socialista ma in parte liberale. Quando a Mosca presero la decisione di voler aumentare il controllo su questa piccola ma strategica nazione, furono inviati i carri armati e l'esercito, e il periodo di relativa libertà terminò, mentre cominciò un priodo di rivolte e di costante protesta, interpretata da molti cantanti, attori, scienziati, e ovviamente da molta gente comune. Karel Kryl con le sue canzoni diede voce al pensiero di tutta la nazione.
L'articolo riportato qui sotto tratta di questo difficile periodo del popolo ceco, e altre informazioni le potete trovare a questo link: www.charta77.org

Fratellino non piangere, non sono gli orchi delle favole,
guarda che sei grande ormai, sono soltanto soldati,
arrivati su carri di ferro quadrati.
Stai con me fratellino
ho paura per te, su queste strade tortuose...

Dimensioni, novembre 1969 , pagina 54
Giampaolo Martelli - fonte sul web

Cecoslovacchia: "Nel paese ha fatto il nido uno stormo di corvi"
  "C'è puzza di marcio – nel paese ha fatto il nido – uno stormo di corvi – il popolo è governato dal Maestro Carnefice" – Nonostante l'inasprirsi dell'oppressione poliziesca, i fermenti innovatori e le voci di protesta delle nuove generazioni non si sono spente – Il dissenso giovanile ha messo profonde radici nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università, si esprime con vigore nel teatro e nel cabaret, in "pièces" i cui temi sono nascosti in simboli o adombrati in allegorie – Rabbia e speranza nelle canzoni intonate davanti ai miliziani di Husak – Su fogli dattiloscritti clandestini, la lirica rovente dei giovani poeti.
 
"Tolsero gli artigli al gatto – e volevano che graffiasse – tolsero la voce all'usignolo – e volevano che cantasse – tolsero l'argilla alla terra – e volevano che fiorisse – ci hanno tolto le lacrime – e vogliono che ridiamo". Con questi versi amari, Zuzana Boryslawska ha espresso lo stato d'animo dei giovani cecoslovacchi dopo l'occupazione sovietica del 21 agosto '68, quando i carri armati con la stella rossa sferragliarono per le vie di Praga e in piazza San Venceslao comparvero i paracadutisti armati di parabellum del maresciallo Gretchko.
Da allora, giorno dopo giorno, sulla Cecoslovacchia – sconfitta nella sua rivoluzione pacifica che avrebbe voluto inaugurare un socialismo innovatore non sclerotizzato dall'apparato burocratico dello Stato – è scesa la notte. Il regime di Gustav Husak ha portato alla ribalta gli uomini dell'epoca staliniana di Novotny che anelano alla rivincita: Bilak, Strougal e Indra, imposti da Breznev, vogliono distruggere anche il ricordo di ciò che fu il "nuovo corso". Mentre la situazione economica si avvia verso il collasso, una pesante cappa di scetticismo e di paura è calata sulla vita del paese. Leggi eccezionali sono state approvate per colpire i dissenzienti. I giornali che avevano appoggiato "il socialismo dal volto più umano", come Literarni Listy (il settimanale degli scrittori che si era proposto di far "rinascere il cittadino" e, a riprova del favore incontrato, aveva raggiunto la sbalorditiva tiratura di 330 mila copie), Student, Reporter, Zitrek e Politika sono stati soppressi e i redattori epurati.
La censura ha messo il bavaglio agli organi di informazione e alla televisione. Le più importanti organizzazioni studentesche sono state sciolte e l'apparato del partito cerca di togliere ai sindacati l' "autonomia" che erano riusciti a conquistare. La polizia politica è stata reintegrata nella sua tradizionale funzione inquisitoria di "braccio secolare" del regime e il tono dei discorsi ufficiali è improntato a quel dogmatismo che fu la caratteristica degli anni novotniani. L'atmosfera conformistica favorisce le delazioni e la corruzione, com'era avvenuto in passato.
Si tenta di far confessare agli esponenti dell'umanitarismo socialista colpe mai commesse e di aver tradito la classe proletaria. Alexander Dubcek, il simbolo della "rinascita cecoslovacca", è stato ucciso politicamente e Kriegel, Vodslon e Ota Sik, il "padre della riforma economica" favorevole all'autogestione delle fabbriche, espulsi dal partito e bollati con motivazioni infamanti. Il ministro della cultura, Vilband Bezdicek, un progressista che si era battuto per la libertà d'insegnamento e che aveva pronunciato un nobile discorso sulla tomba di Jan Palach, è stato costretto a dimettersi.
Alcune delle maggiori personalità del mondo della cultura, tra cui Eduard Goldstucker, ex presidente dell'associazione degli scrittori, e il romanziere Ladislav Mnacko, autore de Il gusto del potere e de La settima notte, hanno scelto la via dell'esilio. Ma, nonostante l'occupazione e l'oppressione poliziesca, i fermenti innovatori e le voci di protesta delle nuove generazioni non si sono spente. Vaclav Havel, un giovane commediografo d'avanguardia, ha detto: "E’ ritornato il clima politico che esisteva prima di Dubcek. Ma se la faccia del potere è la stessa, sono cambiate le nostre teste perché abbiamo respirato aria di libertà".
Durante gli otto mesi del "nuovo corso" i giovani furono i protagonisti di quel moto che avrebbe dovuto dare un volto diverso alla Cecoslovacchia: promossero riunioni e incontri, presero la parola nei meeting organizzati nelle università e nelle fabbriche, con il loro esempio risvegliarono l'opinione pubblica assopita dopo gli anni del "lungo sonno". La loro funzione fu quella di restaurare la morale civica, il senso di solidarietà tra i cittadini e di riabilitare la coscienza umana. Spinti non da un sentimento distruttore o anarchico, ma consapevoli di agire per il bene del proprio paese, svolsero un ruolo demistificatore nei confronti degli uomini e delle idee che, come scrisse Ludvik Vaculick nel famoso manifesto delle "Duemila parole", aveva trasformato "il partito da comunità unita dalla stessa ideologia in organizzazione di potere che aveva una grande attrattiva per gli avidi egoisti, i codardi petulanti e gli uomini dalla coscienza sporca". Chiesero che i funzionari inetti, responsabili dell'invecchiamento della macchina statale e dell'inefficienza economica, fossero rimossi dai posti di comando. Si batterono perché il sistema si rinnovasse dal suo interno chiamando a partecipare alla direzione della vita nazionale tutte le forze attive della società, le associazioni giovanili, i sindacati, i contadini e gli intellettuali. Affermarono il diritto di critica, di libertà per qualsiasi forma di espressione artistica e culturale e la definitiva abolizione della censura. Una simile esperienza esaltante non poteva essere dimenticata.
Un redattore di Student aveva scritto: "Abbiamo imparato a discutere, abbiamo imparato a diventare uomini". Si spiega così come la protesta non si sia congelata, sia rimasta viva e il dissenso giovanile abbia messo profonde radici nelle fabbriche, nelle scuole, nelle università e nei gruppi impegnati culturalmente. Gli intellettuali progressisti, malgrado i divieti delle autorità, sono stati invitati come nei giorni della primavera praghese ad andare a parlare negli stabilimenti sui metodi per difendere la libertà conquistata nel 1968. Ed è su questo tema che Vaclav Havel ha intrattenuto gli operai delle acciaierie di Ostrova. Gli studenti, nella loro maggioranza, hanno rifiutato di entrare a far parte delle nuove organizzazioni ufficiali e hanno costituito in ogni facoltà dei "liberi club". Finché hanno potuto hanno espresso le loro opinioni sui loro giornali, Student e O.K., organo questo degli universitari di Praga.
Quando sono stati vietati, la pubblicistica del dissenso non si è interrotta ed è continuata con fogli ciclostilati o addirittura scritti a mano distribuiti alla macchia. La contestazione al regime si è espressa con particolare vigore nei teatri e nei cabaret: giovani registi e autori hanno messo in scena opere del repertorio classico o moderno (Shakespeare, Williams, O' Neill, Sartre, Cecoy) che abbiano riferimenti con l'attualità o commedie di aperta satira politica. Un grande successo ha ottenuto Ptakovina (una parola composta che significa stupidità) di Milan Kundera, autore de "Lo scherzo", un romanziere e commediografo dalla vena ironica e pungente. Kundera ha preso di mira i burocrati e i funzionari di partito, i delatori, i poliziotti e gli occupanti sovietici con battute allusive che suscitano l'ilarità e i fragorosi applausi degli spettatori. In piccoli scantinati si esibiscono ogni sera compagnie teatrali che recitano atti unici, pièces che traggono spunto dai fatti di ogni giorno e sono un commento alla cronaca.
Oltre a Vaclav Havel, il più dotato tra i giovanissimi commediografi (il suo Memorandum è un'esplosione di spirito libertario), si sono distinti Milan Lasica e Julius Satinsky. La loro protesta colpisce soprattutto il dispotismo e le ingiustizie del sistema che costringe le vittime a considerare come benefattori anche i propri carnefici. Per sfuggire ai rigori della censura i temi sono nascosti in simboli o adombrati in allegorie, ma il significato è estremamente chiaro. In Dialogo al crepuscolo si assiste alla conversazione pacata, gentile, educata, da salotto, tra un uomo condannato a morte e il suo giustiziere che compie la missione come un "servizio burocratico", non comportandosi diversamente da un esattore della luce o del gas. Si fa offrire il caffè e poi convince il "cliente" che la decisione "presa dagli esperti dopo lunghi studi" è "a fin di bene". Dice durante il dialogo: "L'uomo deve essere convinto che il suo assassinio è giusto!".
Anche le canzoni sono diventate un mezzo per esprimere la protesta. Vladimir Merta, Jan Utka, Karel Kril hanno composto versi in cui si mescolano il dolore per le illusioni infrante, la speranza della resurrezione e la rabbia cocente per la mutilazione subita. I ragazzi di Praga, di Brno e delle altre città della Boemia e della Moravia le sanno a memoria, le intonano nelle loro riunioni politiche, sulle panchine dei giardini di Petrin, dove vi è la statua del poeta romantico Karel Hynek Macha, sul ponte Carlo e nei cortili dell'università. La polizia ogni giorno li scaccia, ma essi all'indomani ritornano con le loro chitarre. Le hanno intonate davanti ai miliziani di Husak quando nell'agosto scorso, primo anniversario dell'occupazione sovietica, sono scesi per le strade, si sono incolonnati in lunghi cortei, si sono seduti per terra davanti a file di soldati con l'elmetto e le baionette inastate sulle canne dei fucili.
Un enorme sit-in formato da studenti e operai, giovinette dai capelli biondi, lisci e lunghi, ragazzi con le zazzere incolte, i bluejeans e le giacche a vento che scandivano: "Fratellino, non piangere, non sono babau – ormai sei grande – son solo soldati – Sono arrivati in verdi carri di ferro – E ora ci guardiamo con le lacrime agli occhi – Resta con me, fratellino –, ho paura per te che cammini – Con scarpine leggere...". E poi: "Fuori piove e ormai imbrunisce – Questa notte non finirà mai – Il lupo improvvisamente ha voglia di agnello – Fratellino! Chiudi le porte! Chiudi le porte!". E via via, quel canto che si alzava dalla folla di giovani che sfidavano i carri armati della polizia divenne più amaro, più dolente e rabbioso: "Sulla bandiera nazionale – c'è l'emblema di una ghigliottina – avvolta di filo spinato – C'è puzza di marcio – nel paese ha fatto il nido uno stormo di corvi – il popolo è governato – dal Maestro Carnefice".
Nelle ballate e nelle canzoni dei giovani cantautori cecoslovacchi rivive il dramma dell'occupazione sovietica ed echeggia un sentimento straziato per la restaurazione neostalinista: vi è lo sgomento di sentirsi una "generazione tradita fuori dalla storia", lo sdegno di fronte all'acquiescenza di coloro che si sono posti al servizio del potere costituito, la volontà disperata di resistere e di non cedere alla rassegnazione e all'indifferenza.
Significativa è questa composizione di Karel Kril dove i vari motivi s'intrecciano: "Una colonna davanti alla finestra, marchio della peste presagio di capestri e di strane costumanze. Sprofondiamo sempre più nella paura dell'ira della folla, della lama sulla nuca –. Un'inferriata per finestra, marchio dei tempi – mi atterriscono gli oggetti della mia stanza –, è restata solo una croce, sono restati gli uncini – e un ideale d'amore prigioniero del terrore –. Schiere di uomini vanno avanti a ritroso come gamberi – ognuno alza per sé la vigliaccheria di ostie – che bruciano le mani – molti si vergognano per il fatto che il mondo – è nelle mani – di pochi uomini corrotti che pagano il tributo alle bestie – sottraendolo al proprio pasto –. Scrivete pure nel vostro bollettino delle perdite – che avete ceduto in silenzio e in fretta –, e che, quando volevano rubarvi il cielo – avete fatto un solo cenno di no col capo. Un'ombra sulla fronte – un marchio della vergogna, marchio di un piccolo terrore umano –. E ora ci date giusquiamo da bere, noia per occupare il tempo libero – e vigliacchi in cui credere".
Questo clima d'insofferenza, il desiderio di non diventare "anime morte", l'anelito alla libertà, il ricordo di Jan Palach, lo studente di filosofia che si diede alle fiamme morendo alla maniera dei bonzi orientali per protestare contro l'invasione russa, sono i temi che ricorrono anche nelle liriche dei giovani poeti. La letteratura del dissenso, bandita ormai dai giornali e dalle riviste, circola clandestinamente su fogli dattiloscritti passati di mano in mano e ha trovato in questi mesi una larga diffusione.
Alcune di queste liriche sono anonime e vengono affisse nelle bacheche delle università e delle scuole e, prima che siano tolte, sono ricopiate da altri studenti che s'incaricano di farle leggere ai compagni. Questa, dedicata a Jan Palach, fu rinvenuta appesa sui portoni della Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Carlo: "Le tue lacrime, Jan – le berremo fino in fondo –, sono amare come il dolore e bruciano come carbone ardente –. Le tue lacrime, Jan – le berremo fino in fondo – per non dimenticare –. I tuoi occhi, Jan – li nasconderemo in fondo ai nostri cuori –, sono tristemente assorti – e tutta la tenerezza che era in essi –. Il tuo martirio, Jan – lo urleremo a tutto il mondo –: è la sua cattiva coscienza – e di notte non lo lascia dormire –. Il tuo martirio, Jan lo urleremo a tutto il mondo – perché finalmente – L'UOMO AMI L'UOMO".
Dedicato a Palach è pure questo componimento poetico di Miroslav Holub di sapore impressionistico ma fremente d'indignazione: "E qui scalpitano i tori di Ricasso –. E qui gli elefanti di Dall marciano – su zampette di ragno –. E qui rullano i tamburi di Schonberg –. E qui cavalca il cavaliere de la Mancha –. E qui i Karamakoz portano il corpo di Amleto –. E qui c'è il nucleo dell'atomo –. E qui c'è il cosmodromo della Luna –. E qui le statue non hanno fiaccole –. E la ragione è semplice –. Dove finisce l'uomo comincia la fiamma –. E poi nel silenzio della cenere si sente – il barbottio dei vermi. Poiché – questi miliardi di uomini, in sostanza – tengono tutti il becco chiuso". Nei versi dei giovani poeti che contestano l'establishment e vogliono "una società diversa da quella accettata dai loro padri basata sulla rassegnazione", come scrisse il leader studentesco Zdenek Pinc in un articolo destinato a Literarni Listy ma che non vide mai la luce per la soppressione del giornale, non vi sono falsi esistenziali o snobismo letterario, e neanche quel nichilismo salottiero tipico di certa avanguardia occidentale, ma l'accento che ricorre maggiormente è per l'uomo: quell'uomo che avrebbe dovuto essere ricostruito dall'umanesimo socialista del "nuovo corso". Vi è un impegno di rinnovamento civile e morale che testimonia l'autenticità del sentire delle nuove generazioni cecoslovacche.
E vi è altresì il virile appello a non lasciarsi inghiottire dal conformismo. "Non disperarti per il fatto che non puoi intervenire nella Storia –. Datti da fare, datti da fare – e, finalmente, impara a ribellarti", ha scritto un poeta che si è firmato con le sole iniziali: J. H. Un'antologia rappresentativa di questi testi di protesta – liriche, canzoni e satire recitate nei cabarets – è giunta in Italia e, raccolta in volume, è stata pubblicata dall'editore Guanda con il titolo "Praga non tace". Il prefatore, Giancarlo Vigorelli, ha voluto definirla il "libretto rosso (di sangue) di una vera contestazione", e ha sottolineato giustamente che in queste pagine non vi è solo odio per gli occupanti, ma anche ironia e compassione, "talvolta pietà verso un nemico sino a ieri amico: quel nemico che oggi è diventato soprattutto nemico di se stesso, dopo aver forse finalmente capito che qualsiasi governo, anche socialista se non ha un volto umano – è tirannia, tradimento, parodia, delirio e delitto".