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Le
BiELLE RECENSIONI |
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| Baustelle
: La moda del lento |
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Un disco a metà I testi dei Baustelle fanno piangere. Non reggono alcun tipo di analisi. Né poetica, né sintattica, né di significato. Intendiamoci: anche Giorgio Conte ha fatto un cd di puro divertimento in cui non si sogna neanche lontanamente di proporci le sorti magnifiche e progressive del partito comunista cinese. Parla esattamente del suo ombelico, della sua provincia, delle sue storie ma mi dona un piacere incorrotto. Corrotto è invece il piacere che mi danno i Baustelle (che pure, vergognandomi lo ammetto, di piacere me ne danno). I quattro ragazzini di Montepulciano, che probabilmente valicano di poco la soglia dei 30 anni, parlano di blue jeans, preservativi, sigarette e avventure con ragazze (possibilmente straniere). Fine del discorso. La profondità è tutta qui. E il trattamento dell’esiguo tema è elementare. Ma qui cade l’asino (o il dottore). E’ tutto – dicono – un sottile gioco di citazioni (dicono, insisto). Baustelle, per citare le parole del leader Francesco Bianconi “è un gruppo esteticamente vicino alla post-modernità: annulla la storia citando la storia del pop, ne mescola i suoi elementi e li rende in forma nuova, costruisce il futuro a partire dalla fantascienza del passato”. Il problema è che quando il modello è molto “basso”, la copia può anche venire bene, forse migliore dell’originale, ma il livello resta quello. Siamo al pop più sparato, nel senso di “popular”. Esattamente come leggersi il Daily Mail o Novella 2000. E chi non trova piacere nel leggersi Novella 2000? “Una volta ogni tanto …” si celia per celarsi e per nascondere l’orribile retrogusto del giornalaccio. I Baustelle non hanno nessun retrogusto orribile e neanche amarognolo, ma come sanno loro, provenienti dalla mitica terra dell’altrettanto mitico Vino Nobile, quando scarseggiano i tannini è difficile fare un vino d’autore. Così quando scarseggiano i testi è difficile fare canzone d’autore: “Se sugli sci vi capita di perdervi/Sorridete/Smile// … e sarete più belli dentro/negativi vivi/ Esistenzialisti tristi/quarti arrivati/ai campionati di discesa libera all’inferno// Se in seggiovia vi capita un austriaca/Sorridete/Smile// Provateci, lei è sola come voi/ Siate soli /Smile” (La settimana bianca). Ecco, questo per me è troppo! E’ troppo perché si possa trattare di canzoni d’autore. I Baustelle però fanno un italian pop di grande spessore. Smarcate le menate di tipo avant-guarde intellettuale, da guardia rossa della destrutturazione melodica, abbiamo un’eleganza del porgere di ottima qualità: a livello dei migliori Matia Bazar e una capacità di cogliere l’intento melodico del pop degno di grande studio e qualità. Brani così, che suonano dannatamente sixty e dannatamente melodici non vengono per caso, senza un attento studio dei modelli e delle meccaniche che ai modelli hanno presieduto.
La
musica, infarcita di elettronica, come una zeppola di San Giuseppe, riesce
a miscelare adeguatamente la semplicità della struttura armonica
con il tentativo di rinnovare il tappeto di fondo consueto. Dice sempre
Francesco Bianconi in un’intervista di qualche tempo fa, trovandomi
perfettamente d’accordo: “l’arrangiamento di “Se
telefonando” o di “Metti, una sera a cena” ha per me
la stessa portata di rottura di qualsiasi cosa di John Cage, e forse anche
di più, considerato che Mina la sentivi in radio e l’avanguardia
no”. Baustelle
hanno ben chiaro in testa cosa sia la forma canzone: lo hanno dimostrato
nel loro primo disco, vecchio di ormai 5 anni ("Sussidiario illustrato
della giovinezza") e lo confermano con “La moda del lento”.
Impossibile non ritrovarsi a canticchiare “Arriva lo ye ye”
o “Cin Cin” o la “Reclame” che elenca instancabile
10 marche di sigarette, in barba al fatto che “nuoccia gravemente
alla salute”, ma da citare sono anche la title track, “Mademoiselle
Boyfriend” e “La canzone di Alain Delon”. Disco
quindi di grande godimento, con citazioni dal Battiato più citazionista,
quello degli anni ’80, de “La voce del padrone” (ma
che devo dire? A me divertiva ma metteva in sospetto di vuoto pneumatico
pure lui e le sue Summer on a solitary beach), ai francesi anni ’60
a Belle e Sebastian, con uno spruzzo di Brasile e di rivisitazioni retromelodiche
anche alla Roxy Music. Un disco tormentato come uscita, pronto dalla primavera/estate
del 2002 e uscito solo un anno dopo grazie al contributo, tra gli altri,
di Mauro Pagani, ringraziato per questo sul booklet interno. Un'ora di
musica elegante e ben proposta, citazioni cine-musicali a iosa, ma il
retroterra culturale resta quello vagamente dandy-decadente-post-fascista-pre-craxiano.
Un peccato: un disco imbarazzante, ma un disco a metà. Baustelle |
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Ultimo
aggiornamento: 01-08-2003 |
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