|
CLAUDIO
LOLLI, CONCERTO PER IL GUATEMALA
Pubblichiamo
l'intervista che Claudio Lolli diede in occasione del suo Concerto a Pavia
in favore del Guatemala il 15/5/99. Intervista raccolta da Duilio Loi,
direttore di NEU, Luca Littarru e Ruggero Rizzini
- Ciao Claudio, benvenuto
"Grazie, grazie a voi
per l'accoglienza"
- L'accoglienza è stata dettata da un incontro avuto con i nostri
colleghi che sono andati in Guatemala e questa serata è nata grazie
al loro viaggio e come detto da loro stessi il viaggio è stato
fatto insieme a te, quindi sono due viaggi che si intersecano. Secondo
te, perché?
"Dunque, io non so se posso
permettermi, però credo che viaggiare con la testa, viaggiare con
le parole, con l'immaginazione sia il modo di vivere della gente. Viaggiare
vuol dire darsi sempre un margine di libertà, di possibilità,
è un modo per costruire una vita, una personalità, un'idea,
è un modo di vivere. E' però un viaggio molto metaforico
il Guatemala e le mie canzoni sono, in qualche modo, viaggi abbastanza
simili, abbastanza paralleli."
- Parliamo della tua musica,
delle tue canzoni, della tua poesia. Vieni considerato un malinconico:
come ti riconosci in questo, o meglio, ti riconosci?
"No, assolutamente, io
credo che ci sia un grosso equivoco tra ciò che si scrive e ciò
che si è. Se si parla di ciò che si è facciamo un
certo tipo di discorso, se si parla di ciò che si scrive è
un altro tipo di discorso. La scrittura, la parola ha sempre una funzione
critica, e la critica ha sempre un dato negativo, distruttivo e giustamente,
è la cosa migliore che ci possa essere. Chi scrive cerca di descrivere
il mondo che vede e di scriverlo in senso produttivo e possibilmente critico.
Poi che sia malinconico o meno non importa a nessuno, le due cose non
coincidono necessariamente".
-Pensi che sia un'etichetta ingiusta quella che ti è stata data?
"Ne ingiusta ne giusta,
essendo un'etichetta è limitata, non coglie assolutamente, senza
falsa modestia, la portata del mio lavoro, credo di poterlo dire".
- Una domanda un po' più personale: provieni da una famiglia borghese?
C'è attinenza con la canzone Borghesia?
"Ma certamente, si raccontano
in primis le cose che si vivono. Famiglia borghese di bravissime persone,
gentilissime. E' l'orizzonte culturale, è la mentalità,
si tratta di lasciarla, di abbandonarla, pur amando moltissimo i miei
genitori, ormai ridotti ad uno".
- Ancora
sulle canzoni, poi magari cambiamo tema. Michel l'hai più sentito?
Ma non rispondermi che sta aspettando Godot
.
"Michel è tantissimo
che non lo vedo, purtroppo. Era un bellissimo ragazzino francese, mio
compagno di scuola alle medie di cui ero follemente innamorato, era davvero
bello, biondo con gli occhi azzurri, un principe. Una persona assolutamente
affascinante, mi sembrava davvero l'immagine del "bel giovinetto",
ne ero follemente innamorato. Veramente una storia molto brutta".
- Quando morì sua
madre?
"Sì, purtroppo è
vero. Tornò in Francia e andò a fare l'elettrauto. Una "finaccia"
La poesia, la canzone permette di sospendersi, quasi in modo definitivo.
E' contraddittorio con tutto il resto, però è meraviglioso.
Sì, fa l'elettrauto in Francia, credo che sia abbruttito dall'alcool,
credo che abbia la moglie grassa e cinque figli bacati
"
- Ma quando vi siete presi
a pugni le hai più prese o le hai più date?
"Prese, prese, prese
..è
una questione di principio per me"
- Cos'è la malinconia?
"Questa è una domanda
un po' difficile. La malinconia è quello che dice Leopardi, lui
la chiama noia. E' il rendersi conto delle insufficienze del mondo e quindi
soffrirne un po'".
- Quali sono gli spazi oggi, le vie di fuga per evadere da questa noia?
"La musica e l'amore. Le
due cose si combinano e diventano politica".
-In
un mondo in cui vediamo aumentare i luoghi dell'anonimato, pensi che la
piazza possa riscoprire se stessa e svolgere un ruolo primario?
"No, detta così no, non credo. Anche gli studenti in piazza
ci vanno molto raramente, quindi non provano nessuna emozione, nessun
senso di identità."
- Filosofo, poeta e cantautore che ti piacciono di più.
"Ragazzi, madonna ma che domande difficili
.
Allora Lucrezio se lo consideri un filosofo, poeta Leopardi sicuramente,
il cantautore che amo di più è forse De Andrè anche
se, poveraccio, è noioso
.
Attrice? Sono vecchio
."
- Cosa resta oggi della "Giacca" di Claudio Lolli?
"Resta questo. C'è un buco. Vedi? Una manica un po' scucita"
- Ripropone la frammentazione, la crisi dei valori?
"Ripropone il fatto che, per fortuna mia, non sono cambiato troppo.
La mia giacca è sempre così, è sempre rotta. "Non
sarà mai la giacca di tuo padre", non il tuo, io parlavo del
padre della mia fidanzata
.
Vivere comporta un minimo di rischio, lo corri, ti diverti e riesci a
combinare anche qualcosa di non eccessivamente finto.
Se non lo corri puoi mantenere i fili forse meglio. Però non esisti.
La giacca è questa, guarda. Quella che cantavo io aveva un buco
qua (indica la schiena, ndr), questa ce l'ha qua (indica il polso, ndr).
Io poi sono ossessivo con le giacche, finche qualcuno non riesce a togliermele,
finche non sono del tutto rotte
.mi piace consumare tutto fino alla
fine. E' una piccola malattia. Però prima che mi privo di questa
giacca devono passare ancora almeno 5 anni."
- Guccini direbbe " e quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni
che son solito portare
" è l'equivalente grosso modo?
"Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto e le
attuali conclusioni, credete che per questi 4 soldi, questa gloria da
stronzi avrei scritto canzoni"?
- Qual è il tuo rapporto con Guccini?
"Siamo molto amici, io lo amo molto e lui anche. Ci vediamo spesso,
è una grandissima persona. Veramente simpatico, intelligente, bravo.
Com'è sul palco così è a tavola".
- Keaton è nell'immaginario o lo conosci?
"Keaton purtroppo non lo conosco più perché ci ha lasciato.
Come tutte le canzoni è un ibrido di elementi di realtà
e di elementi fantastici.
Era un pianista bravissimo, un po' disturbato mentalmente, faceva dei
disastri nella vita normale, poi quando si sedeva al pianoforte era un
angelo.
Faceva dei disastri nella vita però metteva anima e corpo nelle
mani. Purtroppo non c'è più."
- La situazione nei Balcani
"Non so cosa dirti. Per la sinistra italiana è una prova,
perché non valgono ormai più i vecchi tradizionali rituali
pacifisti. Per la prima volta è concretamente di fronte alla difficoltà
di giudicare.
Siamo di fronte a 2 nazisti. Clinton è un nazista, Mhilosevic è
un nazista. Potrò mai fare la domanda "Tu con che nazista
stai?" Basta con queste bombe, basta con la NATO. All'inizio poteva
essere non dico accettabile ma almeno discutibile. Ora proprio non lo
è più.
Non mi sono dato al pacifismo della prima ora, però adesso basta.
Temo che succederà un disastro perché i nazisti non mollano."
- Mi chiedo, come mai questo rigurgito di nazionalismo? Che cavolo
è successo? Spiegami tu, io non lo capisco.
"Non ho la possibilità di rispondere, sono domande che automaticamente
mi faccio e ti faccio.
Francamente non ho mai creduto nelle lotte tipo quelle del popolo basco,
mi sembrano lotte reazionarie. Perciò ci si deve sciogliere in
uno stato razionale non in uno stato emotivo, etnico. Facciamo una federazione,
un patto, invece niente. Lo Stato che deve corrispondere ad una nazione
è una visione ottocentesca che ha creato dei danni allucinanti.
Tito aveva sistemato tutto razionalmente ma non è riuscito ad incidere
sulla coscienza delle persone. E questa io la considero la sconfitta più
grave. Tito aveva un progetto assolutamente razionale, flessibile, elastico,
democratico. I suoi quarant'anni, però, non sono serviti a niente."
- Come vedi i progetti di solidarietà?
"I progetti di solidarietà vanno bene. Bisogna capire la matrice
di questa sofferenza, da dove viene, qual è il meccanismo che la
produce. Bisogna capire da dove viene, conoscerla ed intervenire allo
stadio iniziale, non solo alleviarla."
- Storia vecchia come il mondo, è la stupidità umana
.
"Sì, però è una definizione che non mi soddisfa.
Non ne ho altre, però non mi soddisfa: è così, così
sempre sarà, è una rassegnazione."
- Tu stasera hai suonato per la solidarietà
.
"Certo, questo bisogna farlo. Però voglio capire da dove nasce,
intervenire all'origine, alla fonte."
- Non so se riusciremo a trovare la soluzione.
"Forse trovarla no, cercarla però è davvero indispensabile."
- Ti ricordi il titolo della prima canzone che hai scritto?
"Oddio, non pubblicata era Elisabetta. Avevo 16 anni. E' una canzone
tipo Jannacci. Parlava di due fidanzatini che stavano in periferia e che
andarono al cinema. E mentre lui cercava di accarezzare le cosce di lei,
lei invece voleva vedere un film ecologista
"
- Quale sarà lo spazio dei cantautori?
"A me lo chiedi? Che ne so
.spero piccolo. Meglio stare in piccole
nicchie intelligenti che stare in grossi dobermann idioti. "
- Chi popola i tuoi sogni?
"No, questa no, è troppo intima."
- Chi popola i tuoi incubi?
"Allora io da molti anni ho questa ossessione, questa paranoia della
demagogia fascistoide. Siccome lentamente, lentamente, lentamente sta
arrivando io mi spavento molto. Vent'anni fa vi parlavo, riferendomi alla
socialdemocrazia, di Germania. E poi c'è stato Cossiga, Berlusconi,
DiPietro. Di lì al fascismo c'è un passo
. Occorre
essere attenti."
Intervista raccolta da Duilio Loi, direttore di NEU, Luca Littarru e Ruggero
Rizzini.
|
intervista apparsa su
Alice (http://www.alice.it)
- Pavese è un amore giovanile
o maturato in anni più recenti?
"Quando uscì la meravigliosa edizione Einaudi delle opere
di Pavese (avrò avuto vent'anni), lo lessi tutto, anche se conoscevo
già dal liceo molte sue opere. Pavese è per me un amore
giovanile! È uno dei pochi autori che hanno retto nel tempo,
anche se devo dire che oggi è un po' dimenticato. È passato
un po' di moda? Sì, il che gli fa onore!"
- Le tue prime letture?
"Quelle infantili sono state letture avventurose, il solito Salgari,
ad esempio... Poi, avrò avuto quindici anni, per me indelebile
nella memoria è stata la lettura di La Metamorfosi di Kafka.
Lo lessi in un pomeriggio in cui ero in casa da solo, impaurito e abbarbicato
su una poltrona senza muovermi finché non ero arrivato all'ultima
pagina. Tutta quella fantasia, quel lavoro onirico sulla scrittura...
Mi diede il senso di quello che poteva essere scrivere, di quello che
poteva muovere."
- Quali, proseguendo, sono state per te le letture fondamentali?
"Sono abbastanza tradizionali: i classici europei. Ricordo con
molto amore Thomas Mann e Proust, di cui ho letto tutto. Questo fino
ai vent'anni. "
- E qualche autore contemporaneo che giudichi importante nella tua formazione?
"Tra i contemporanei mi piacciono di più gli americani e
il mio preferito in assoluto è Raymond Carver. È un autore
che quasi nessuno conosce, ma che secondo me è uno scrittore
straordinario. Ha pubblicato cinque o sei raccolte di raccolti assolutamente
fulminanti, non a caso Altman ne ha tratto uno dei suoi film [America
oggi, n.d.r.]. Questo è l'ambito dei miei interessi che viene
dal primo grande racconto d'inappartenenza che è Il giovane Holden
di Salinger, cui fece seguito un
arcipelago di scrittori molto simili. Negli ultimi dieci anni la zona
letteraria che mi interessa di più è questa."
- Tu insegni, vero?
"Sì, sono professore di italiano e latino in un liceo scientifico."
- E ai ragazzi, che in genere non amano molto leggere, quali letture
consigli?
"Quelle che piacciono a me! Una spanciata di classici, con molta
difficoltà perché quella italiana è una letteratura
di origine colta, aristocratica e i ragazzi sentono molto la distanza,
è molto difficile per loro apprezzare autori che magari spiritualmente
sono moderni, ma che formalmente sono ingabbiatissimi nella tradizione
classica. Consiglio in genere gli autori che mi piacciono, senza imporre:
nella didattica un po' di passione penso sia indispensabile."
- E che ritorno hai? Quali sono gli autori più amati dai ragazzi?
"Fino a qualche anno fa Il giovane Holden, le ultime generazioni
lo leggono con un po' di fastidio. Piacciono anche i romanzi di formazione:
ebbe un certo successo Agostino di Moravia, o Il sentiero dei nidi di
ragno di Calvino."
- Qual è l'ultimo libro che hai letto?
"Si chiama Le parole del padre di Raffaele Crovi, un regalo di
mio figlio per Natale."
- Ti è piaciuto?
"Sì, visto anche che è stato un regalo di mio figlio...
È una biografia molto asciutta, Crovi ha una scrittura incisiva..."
- Quali libri ti hanno ispirato come musicista, oltre a Pavese?
"Non saprei, non c'è una permeabilità così
immediata."
- Ma c'è qualche collegamento?
"Io ho musicato quella poesia di Pavese quando avevo diciannove
anni, l'ho riproposta molto tempo dopo con molto astio e diffidenza
di tutti, ma nella produzione musicale la letteratura è uno sfondo
generale, non è direttamente deducibile."
- La canzone d'autore è, per quanto riguarda il testo, un'opera
letteraria?
"Questo è un discorso molto ambiguo: è un testo che
nasce comunque con l'idea di un supporto musicale, non si pone il problema
dell'autonomia, come per la poesia. C'è il rischio di fare confusione
di generi."
- Vecchioni, un altro professore cantautore, dice che la canzone d'autore
è la nuova forma di poesia, sei d'accordo?
"Abbastanza. La poesia occidentale nasce come poesia in musica.
Ma questo discorso diventa poi una questione filologica ed erudita di
poca importanza. Qualsiasi testo che comunichi emozioni, abbia un'idea
di mondo e ordini un po' gli avvenimenti può essere giudicato
in senso generico poetico: se però usiamo l'aggettivo poetico
in senso stretto, allora si tratta di due generi
diversi."
- Faresti studiare a scuola qualche testo di canzone d'autore?
"Sì, ma non usiamo il verbo studiare... Da un punto di vista
didattico può essere molto utile, proprio perché la letteratura
italiana è così aristocratica e colta che il portare esempi
di un uso più quotidiano della lingua, metricamente ordinata,
può dare ai ragazzi l'idea che quella poesia di altri tempi e
così distante che loro leggono a scuola, poteva ai suoi tempi
avere la stessa funzione che oggi ha la canzone.
A cura di Grazia Casagrande
|