Eugenio Bennato

 

achi è


Taumaturgo della musica popolare, nasce a Napoli nel 1948. Nel 1969 fonda la "Nuova Compagnia di Canto Popolare", che al tempo fu il più importante gruppo di ricerca e revival della musica etnica dell'Italia del sud e diede il la al lavoro di artisti come Pino Daniele, Edoardo Bennato, Toni Esposito.
Nel 1976 con Carlo d'Angiò inventa "Musicanova" con cui realizza numerosi dischi, tra i quali lo splendido "Brigante se more" del 1979 vero e proprio studio sul brigantaggio meridionale, che presto diventano patrimonio di decine di musicanti di strada. Contemporaneamente inizia un'attività di compositore scrivendo decine di colonne sonore per cinema, teatro e balletto, con costante riferimento alla musica popolare, per le quali riceve importanti riconoscimenti. Inoltre, proprio per la sua attenzione allo sviluppo culturale del Sud, ed alla sua perizia da etnomusicologo, oltre che alla sua creatività, Eugenio Bennato diventa uno dei principali referenti per chi si occupa di musica etnica italiana.
Il suo ultimo parto risale al 1998 quando al culmine di un ventennio che lo ha visto portare la sua musica in giro per l'Italia e per il mondo, dai palcoscenici classici ai centri sociali, fonda il movimento "Taranta Power" che si pone come scopo la riscoperta della tarantella rituale non solo attraverso la musica ma utilizzando anche altre forme artistiche come cinema e teatro. Taranta Power vuole inoltre attribuire, o meglio ri-attribuire un ulteriore significato al potere musicale della tarantella, che ne enfatizzi le sue qualità di strumento di liberazione individuale e di aggregazione sociale: la Tarànta, o Tarantella - danza rituale del Sud Italia - con il suo movimento travolgente, la sua purezza ritmica, con la sua forza che fa sognare - ed in quanto grande danza mediterranea, al pari del flamenco e del fado - è il filo conduttore di un viaggio che attraversa il mito antico e contemporaneo della musica del Sud. Il progetto presenta il lavoro di alcuni dei Maestri della tarantella, come Andrea Sacco con la sua chitarra battente, Antonio Piccininno e Antonio Maccarone, e le sue varianti regionali, pugliesi, campane e calabresi, insieme ad un originale contributo creativo di Eugenio Bennato accompagnato dal gruppo Musicanova. Al progetto, che sta progressivamente guadagnando alla Tarànta la sua affermazione di forza della tradizione, viva nel presente e proiettata nel futuro, collaborano musicisti provenienti da Campania, Calabria, Puglia e Basilicata: Cantori di Carpino, Tarantella di Montemarano, Pizzica Salentina e Tarantella Calabrese.
Per Taranta Power sono uscite due raccolte antologiche, "Taranta power" e "Lezioni di tarantella" che raccolgono esempi delle varie forme di tarantella registrate in loco.

   
adiscografia

 

Garofano d'ammore 1977

Musicanova 1978
Quando turnammo a nascere 1979
Brigante se more 1980
Festa festa 1981

Eugenio Bennato 1982
Dulcinea 1984 (colonna sonora del film "Don Chisciotte" di Scaparro)
Eughenes 1986
La stanza dello scirocco 1989
Le città di mare 1989
Novecento auf Wiedersehen 1991
Mille e una notte fa 1997

Taranta power 1999
Lezioni di tarantella 2000
Che il Mediterraneo sia 2001

 

 

aun'intervista

Tutti pizzicati da Eugenio Bennato
di Maria Rita Parisi

E' facile dimenticare le proprie radici in quest'era di globalizzazione, ma c'è chi non si arrende alla conseguenza più temibile di questo processo, ma anzi s'impegna a far riscoprire, a chi non ricorda più e a chi non ha mai saputo, qualcosa che appartiene fortemente alla propria, e alla nostra, cultura. Ed è difficile rimanere indifferenti di fronte alla sua operazione, poiché non si tratta di una ricerca erudita fine a se stessa, ma di creazione artistica. Sto parlando di Eugenio Bennato e del suo progetto, che cominciò a prendere una forma concreta nel '76 con la fondazione del gruppo musicale Musicanova, di creazione di una musica d'autore che si rifaccia alla tradizione italiana, in particolare quella del Sud. Poi ha fondato il movimento Taranta Power, che si propone di far conoscere, contro tutti i travisamenti a cui è stata sottoposta, la tarantella, ballo rituale che nasce nella Puglia medievale come metodo di guarigione dallo stato di trance provocato dal morso della tarantola. Stanno nascendo addirittura, sulla base di questo progetto, scuole di ballo e di tecniche musicali. Ma la parte più "rivoluzionaria" del progetto è forse la pubblicazione, a cura della casa discografica DVF, di una raccolta, a cui seguirà un'intera collana, di tredici tarantelle provenienti dai quattro principali poli d'origine di questo ballo: la Lecce della pizzica salentina, Carpino (terra del Gargano), Montemarano (in provincia di Avellino) e le provincie calabresi di Catanzaro e Cosenza. Taranta Power, inoltre, è anche il nome dell'ultimo CD dei Musicanova che, per Eugenio Bennato è soprattutto la realizzazione di un nuovo sound, l'invenzione di un equilibrio sonoro che metta insieme strumenti etnici e strumenti di estrazione colta e che sia funzionale alla danza popolare taranta, e per i suoi numerosi estimatori è l'ennesima prova del fatto che la sua musica è carica di un'energia e di un potere trascinanti. D'altra parte, chi ha assistito ad almeno uno dei suoi concerti sa bene che non si riesce a resistere a quel ritmo travolgente: bisogna lanciarsi nel ballo! Ma in cosa risiede il potere di quest'artista? Come mai tanti giovani si lasciano coinvolgere da una musica così antica? E quando e come si è lasciato coinvolgere da essa l'artefice del nostro coinvolgimento? Lo abbiamo chiesto direttamente a lui...

Il nome di Eugenio Bennato è ormai legato al concetto di musica etnica del sud Italia, ed in particolare alla riscoperta e rielaborazione della tarantella. Recentemente hai dato vita al progetto Taranta Power, che si propone di far conoscere, nelle sue varie forme (ritmo, danza, interpreti-depositari, storia...), contro tutte le falsificazioni accumulatesi nel tempo, la vera tradizione legata a quest'antico ballo rituale, che affonda le sue radici non a Napoli, come si è creduto erroneamente per lungo tempo, bensì in Puglia, e precisamente nel Salento. Ma quando è nato esattamente questo tuo interesse?
C'è da sempre, da quando avevo sedici anni e avvertivo nella musica etnica qualcosa che ora ritrovo in quella di Taranta Power, e cioè una componente espressiva che fa sì che quel tipo di musica, essendo musica liberatoria, legata al concetto di trance ed ipnotica, sia molto vicino ai grandi riti dei concerti rock: una pizzica tarantata somiglia molto a certe forme che negli anni'70 erano, per esempio, dei Pink Floyd. Purtroppo ancora oggi c'è sulla tarantella e sull'universo taranta un grande equivoco, perché per troppo tempo la diffusione di questa musica è avvenuta soltanto a livello di gruppi folcloristici, che ne hanno trasmesso un'immagine estremamente fuorviante.

Non, però, in tutti i periodi della tua attività di musicista è stata presente questa ricerca: tra una prima fase che ha compreso, nel '69, la fondazione della Nuova Compagnia Di Canto Popolare e, nel '76, quella del gruppo Musicanova (composto da artisti quali Carlo D'Angiò, Teresa De Sio e Toni Esposito) ed una seconda fase, in cui si colloca il progetto Taranta Power, portato avanti insieme a una nuova formazione dei Musicanova (tra cui non si può non citare il bravissimo mandolinista e vocalist Mimmo Epifani), c'è stata una pausa, in cui ti sei dedicato al cantautorato. Cosa ti ha spinto allora a mettere da parte il tuo obiettivo principale?
Ma io non l'ho messo da parte! Il bello di questo mestiere è la libertà espressiva che uno di volta in volta può applicare a quelle che sono le urgenze più immediate; noi abbiamo esempi di grandi cantautori che hanno attraversato più linguaggi: uno di questi è stato Fabrizio De Andrè, che è passato con grande semplicità da una fase cantautorale "pura" a una fase di recupero delle sonorità etniche. Negli anni '80, sempre rimanendo nell'ambito di un riferimento continuo alla musica etnica, ho voluto sperimentare anche altri linguaggi. Tra l'altro io ho scritto un disco allora, "Le città di mare", che era proprio un racconto musicale sulla possibilità che ha un musicista di toccare tutte le sponde ed in questo senso era praticamente autobiografico. Successivamente, nel '90, allo scoccare dell'ultimo decennio del secolo, pensai di dedicare al '900 un disco , "Novecento, aufwiedersehen"...

..con la cui canzone omonima sei anche stato al festival di Sanremo...
Quella è stata solo una cosa divertente fatta in compagnia di Tony Esposito, ma vincolata alla promessa di non farlo mai più: era giusto per cacciare il naso in una situazione che veramente mi appartiene pochissimo! Insomma, non rinnego niente di quello che ho fatto; credo anzi di aver realizzato in quel periodo delle cose molto interessanti: anche a risentirli ora, "Le città di mare" e "Novecento, aufwiedersehen" sono due dischi molto belli. Nel frattempo, però, ho sempre continuato a coltivare il mio interesse per la musica etnica.

Interesse che, da un po' di anni, è condiviso da sempre più persone: la riscoperta della musica popolare sta assumendo dimensioni sempre più ampie. La possibilità che diventi un fenomeno di massa ti fa piacere o credi invece che ciò che è autentico, incontaminato, legato alla tradizione popolare, nel momento in cui entrasse a far parte del mercato, sarebbe inevitabilmente sottomesso alle regole della commercializzazione e quindi allo stravolgimento della sua propria essenza?
No, non credo che l'allargamento al grande pubblico porti necessariamente con sé questa conseguenza; basti pensare al fatto che la musica nera d'America è diventata il jazz, il blues, il rock, che hanno subito avuto un'enorme diffusione, ma hanno mantenuto intatto il grande valore artistico che c'era alla base. La commercializzazione affligge solo i prodotti poveri di arte, privi di poesia: quando c'è una grande potenza artistica il tuo prodotto lo puoi vendere in tutto il mondo, ti può far fruttare miliardi, ma non perderà mai il suo valore estetico. Ai nostri concerti, sia in Italia che all'estero, c'è un'affluenza di migliaia di persone: il nostro modo di fare musica sta diventando un fenomeno di grande pubblico e questo perché nella taranta c'è una grande energia, un grande potere (perciò ho chiamato il mio disco "Taranta Power"), il potere del grande coinvolgimento in un rito collettivo. Io mi auguro che la taranta prenda il posto per mia figlia delle Spice Girls, che lei la balli, magari accanto ad altri tipi di ballo, sentendola come il suo ballo, quello che appartiene alla sua identità culturale. In questo senso spero che la taranta abbia la stessa sorte che è toccata al flamenco (del quale, tra l'altro, è anche più interessante perché più varia); l'importante è che la s'imposti nella maniera giusta. E' anzitutto necessario un corretto studio dei maestri della tarantella; se non ci fossero questi grandi maestri potrei pensare a materiale povero, invece il materiale è estremamente ricco. Nel disco che ho pubblicato, "Lezioni di tarantella", ci sono gli esempi di questi straordinari interpreti, che sono dotati di uno stile talmente complesso, che, se si riesce a cogliere esattamente quell'espressività che li porta ai vertici della musica etnica mondiale, si arriva a veicolare un messaggio musicale molto forte, che quindi non teme l'abbattimento della musica commerciale.

Il ritorno alla cultura popolare, contadina, incontaminata era il grande sogno di Pasolini. Ma, d'altra parte, lui sapeva bene, non ignorando sicuramente il pensiero di Hegel, che alla moltiplicazione dei bisogni materiali corrisponde anche quella dei bisogni intellettuali, e che quindi, una volta raggiunta una certa cultura (e quindi un certo grado di consapevolezza dei meccanismi che regolano la mente, la vita umana ed il mondo), non si può più desiderare realmente di tornare indietro: ci s'inganna nell'affermare di invidiare chi vive una vita semplice e naturale, se solo si è arrivati al punto da interrogarsi sulla differenza tra il ruolo che dovremmo e quello che vorremmo avere all'interno della nostra società. Tu credi sia possibile proclamare la superiorità di una cultura che è stata messa "nel cantuccio" a causa dell'evoluzione-involuzione dei tempi, senza incorrere nel paradosso di sentirsi, allo stesso tempo, superiori ai rappresentanti di quella cultura che si riporta alla luce per il fatto di possedere gli strumenti intellettuali per farlo?
Pasolini ha piegato la sua cultura alla cultura popolare, si è inchinato di fronte alla magia del verso dialettale. Ma non è questione di superiorità né d'inferiorità: si tratta semplicemente di differenza, di confronto e, quindi, di scambi fecondi. Il mio discorso sarà forse chiarito dall'esempio riguardante ciò che è di mia competenza, e cioè il rapporto tra il mondo in cui ha avuto origine la taranta e quello della seconda metà del Novecento. Le relative forme artistiche rispondono ad esigenze differenti. Infatti, il rito della taranta si rivolge ad un'ansia legata al mondo contadino: la tarantata reagisce alla repressione impostagli dalla cultura ufficiale dichiarandosi malata e superando quindi, così, il divieto, stabilito dalla Chiesa, del ballo; l'urgenza della donna di muoversi al ritmo del tamburo e di questa musica trascinante viene infatti tollerata per la funzione curativa connessale, poiché solo attraverso questo ballo la vittima della tarantola potrà uscire dalla trance provocata dal veleno iniettatole dal suo morso. Nel chiuso di una stanza la donna realizza così la sua liberazione. Allo stesso modo, questa liberazione avviene nei riti dei grandi concerti rock, o blues, ma si rivolge ad un'ansia completamente differente e cioè a quella legata alla vita urbana, alla vita metropolitana. Il fattore comune è lo sprigionarsi dell'elemento irrazionale, che nella campagna è legato al tarantismo, alla superstizione, a quello che Ernesto De Martino chiamava "il mondo magico", mentre nella città è connesso ad una visione più moderna, agnostica, incerta, ma anche lì "magica", della realtà.

Nel caso del blues si può affermare però che ci sia una somiglianza con la taranta anche per quanto riguarda il significato antropologico della loro origine: infatti, sia i canti che i neri d'America innalzavano nelle piantagioni sia i balli delle tarantate rappresentavano una fuga da uno stato di sottomissione.
E' vero. Il fatto che la musica popolare dei lavoratori neri sia poi diventata quella che smuove il pubblico dei grandi concerti mi convince però del fatto che anche l'ansia moderna sia dovuta ad una condizione di sottomissione, più difficile da scoprire poiché assume forme diverse rispetto a quelle vecchie, forme più subdole perché nascoste sotto la maschera della finta libertà decisionale. Credo quindi che anche la taranta, nonostante sia nata nella società contadina medievale ed affondi addirittura le sue radici nei riti delle feste dionisiache della Magna Grecia, abbia tanto forza da riuscire a non restare chiusa in una stanza del Salento e ad arrivare in uno stadio di una grande città, per liberare, attraverso un rito collettivo ancora più potente, a mio parere, di quello che avviene in un concerto rock (e mille volte più efficace rispetto a quello, falso, che si consuma nelle discoteche), da questo nuovo tipo di "trance". Si è infatti sviluppata nei secoli una tecnica legata a questa pratica, diciamo, "terapeutica", poiché i musicisti dovevano realmente guarire, realmente produrre una reazione nel tarantato; era quindi necessario sviluppare delle espressività estremamente rigorose, quali, ad esempio, la poliritmicità: la base va interzinata e spesso l'attacco musicale è binario; questo spiazza completamente il tarantato, che si trova di fronte ad una musica per niente conciliante, anzi snervante. Si è formata in questo modo tutta una categoria di musicisti dotati di grande tecnica, tecnica che fa sì che la tarantella, nata in funzione della guarigione dal tarantismo, diventi arte. Basta sentire i cantori di Carpino per accorgersene. Una volta appresa, una musica artistica si può applicare, secondo me, a qualsiasi problema; per questo motivo la Taranta ha la possibilità di adattarsi, di estendersi ad altri tipi di repressione.

Ma come hai rintracciato questi vecchi cantori di tarantella: quelli di Carpino, quelli di Montemarano...?
Seguendo un mio istinto giovanile: a diciott'anni ascoltai un disco dell'Albatros che si chiamava "Canti popolari dell'Italia Meridionale", dove c'era un frammento piccolissimo di un pezzo straordinario cantato da Andrea Sacco, che ora ha novant'anni. Lo ascoltai fino a consumare il disco: sentivo infatti in quel piccolo gioiello di musica etnica un germe di blues, di rock... Allora, andai a Carpino e cominciai... Milan Kundera, nella prefazione de "La vita è altrove", dice che l'età eroica è quella della giovinezza, in cui si ha quella follia in più che manda avanti il mondo; io, allora, avevo la follia di rifiutare le chitarre elettriche e di andare a cercare le "tamorre".

Mi sembra che, per fortuna, questa follia in te non si sia mai esaurita: hai addirittura realizzato un film, "Chi ruba donne", prodotto da Domenico Procacci e diretto da Maurizio Sciarra, sulla riscoperta da parte di un noto musicista di tre cantori di Carpino...
Si, è vero. Mi fa molto piacere che la cinematografia, soprattutto quella di Maurizio Sciarra, che è una cinematografia molto intelligente, si sia interessata in extremis a testimoniare l'esistenza di questi grandi personaggi. E' un po' un punto d'arrivo della mia vita quello di essermi innamorato della musica del Gargano come di varie altre forme della taranta e di aver fatto sì che, prima che queste tracce scompaiano, rimangano documentate in maniera completa, come può essere attraverso un film, che mi auguro sia efficace. Quello che è successo a Carpino è una cosa molto bella: Andrea Sacco, che ha passato una vita emarginata, come cantore delle serenate, col suo mantello nero, adesso è diventato l'idolo del paese, il maestro per molti giovani che hanno deciso di proseguire questa tradizione; nell'ultima fase della sua vita sta vivendo una grande favola.

Come mai hai deciso di portare questa tradizione, e la tua personale rielaborazione di essa, anche all'estero? I tuoi tour, infatti, hanno toccato, tra gli altri posti, l'Australia e il Marocco e molti altri paesi fuori d'Italia...
Era ora che l'Italia si affacciasse alla realtà internazionale con qualcosa di veramente suo. Il mio nome, quello dei Musicanova e di "Taranta Power" circolano molto all'estero perché è stato riconosciuto, spero a ragione, che portiamo un'identità culturale assolutamente italiana.

Ma il pubblico che viene ai concerti è quello degli italiani che vivono all'estero o è composto anche dalla popolazione autoctona?
Veramente il pubblico è soprattutto straniero; è chiaro che c'è sempre una componente di italiani, ma più di loro sono presenti studenti della nostra lingua: a Belgrado, ad esempio, c'erano delle ragazze, che s'interessavano alla cultura italiana, che volevano iscriversi ai corsi di tarantella. Comunque, la maggior parte del pubblico è composta dai locali: il nostro pubblico è quello che segue i concerti internazionali, i grandi concerti trascinanti di fado, proveniente dal Portogallo, e di flamenco, dalla Spagna. Anche l'Italia ha, secondo me, una grande riserva di potenzialità espressiva, che è la Taranta, che però non è ancora esplosa del tutto: stiamo facendo in modo che ciò avvenga. A mio parere la taranta può conquistare l'America e non è un merito che mi sto prendendo io, perché io sono solo un tramite... per quanto io componga su quella musica e non è una cosa facile: io lo so fare perché l'ho amata; se dici a Lucio Dalla di provare a scrivere una tarantella, lui va nella banalità; certo se lo dici a Battiato o a De Andrè (come ho fatto), sarà diverso: c'è una potenzialità di artisti, di cultura altra rispetto a questo mondo, di esprimersi su di esso. Io penso che l'80% della musica italiana, soprattutto quella cosiddetta "giovanile", sia d'imitazione, imitazione di tutto ciò che ci arriva attraverso i mass-media, soprattutto dall'America. Per evitare di diventare persone che imitano soltanto, l'importante è che ognuno esprima le proprie favole, che attinga, per creare qualcosa, alle proprie radici, alla propria cultura: è quello che fanno i fedeli della taranta e della musica etnica in generale, che sono assolutamente intoccabili perché trasmettono qualcosa di originale: io credo infatti che l'originalità oggi equivalga alla qualità e al bello.

da http://e-loft.theranet.it/canali/tempolibero/bennato.html

Potete trovare più notizie al sito ufficiale
www.tarantapower.it/

 

TORNA AGLI ARTISTI

HOME