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Le
BiELLE RECENSIONI |
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Isa: Disoriente |
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Quattordici canzoni
Non
a tutti gli album ci si può avvicinare allo stesso modo. Alcuni
hanno bisogno di condizioni particolari. Tutti forse hanno bisogno di
crearsi un proprio habitat. “Disoriente” è l’ultimo whisky della notte, in quella fase di bilico in cui le ore, da piccole, ricominciano a farsi grandi. A basso volume, al buio. E così sfumano anche le imperfezioni tecniche, il missaggio un po’ impastato che, a volume alto, rende i suoni tutti uguali. Emerge la chitarra, suonata benissimo da Isa stessa e da Michele Pucci, risaltano le percussioni di U.T. Gandhi. E vengono a galla soprattutto i testi. Isa non è una ragazzina: ha avuto tempo per vivere la vita, prima di farla finire in canzone e la differenza si sente. Il graffio di un dolore, la dolcezza di un bacio, l’acido di un amore andato a male, l’incertezza dei giorni. Canzoni dove si parla (anche) di uomini come “colli sporchi di camicie” o “lettere nella spazzatura”, di uomini che si occupano “soltanto della radio e della leva del cambio”, di uomini “rondine (ma non parliamo del ritorno”), di uomini coi segni dell’età e gli “occhi da serpente” o con il cuore trasparente, di donne con gli occhi da lupa, ma il vestito da angelo, o con le bretelle fatate che “m’impediranno di calare le braghe”, di donne che vogliono le si pensi bionde, belle o almeno snelle, di donne stanche che non si fermano mai, di donne che minacciano (o promettono): “Entrassi nella tua vita, oh / camminerei selvatica /…/ entrassi nella tua vita ti regalerei quel demone / ombra sul palmo della mano”. Quattordici canzoni, quattordici storie d’amore con un uomo (o quattordici uomini): dalla storia di lei che correndo in machina verso la Francia, in un “notturno italiano” capisce che “al di là di questa notte noi non andremo lontano”, ma “non devi chiedermi scusa se mi sfiori una gamba”. Un romanzo il “Disoriente” di Isa che ci disorienta assieme a lei, puntando verso un punto immaginario della rosa dei venti che non è oriente, né occidente, ma quello strato dell’anima dove uomo e donna cercano di andare almeno un pelo oltre la superficie del loro comunicare. Un romanzo con momenti allegri e altri di dolore e una recensione che devo chiudere in fretta, prima di innamorarmi troppo del disco. E allora passiamo alle critiche: molto forte negli incisi, le canzoni di Isa risentono di un’eccessiva pensosità nelle strofe, forse difetto indotto dal tentativo di non fare un’opera banale. Ma sentite dal vivo le canzoni, in concerto, scorrono più rapide e ficcanti anche nella strofa che qui invece fatica ad aprirsi la strada verso il puntuale slargo degli accattivanti ritornelli, alternativamente a ritmo di valzer, samba, blues, jazzy, folk. E forse anche l’impaginazione dell’intero cd segue una linea analoga, relegando la canzone più divertita e divertente (“La buonasorte”) in coda all’album, preferendo aprire con la “tosta” “Notturno italiano” che ti annoda vagamente le budella di angoscia, pur essendo avendo una bellissima tessitura ma che si svela solo a lungo sentire. Isa con la chitarra è “un manico” (ha iniziato a 9 anni a studiare chitarra classica) e gli altri interventi musicali nel disco sono tutti acustici e delicati, comprese le voci di Alessio Lega e Gualtiero Bertelli. Oltre alla “Buonasorte” già citata, “Sirene”, “Rosa rosèta”. “Dancing”, “Ninnannà” e “Mongolfiera” hanno qualcosa in più come canzoni, mentre “Visi” e “L’angelo” hanno un testo magnifico a cui non fa premio la musica che le accompagna. Testi troppo intensi per cantarli. Recitarli forse, visto che la dimensione teatrale a Isa, che dichiara pubblicamente debiti con Giovanna Marini, non manca. E poi un bonus in più per essere una delle ultime dieci persone in Italia a utilizzare la parola “interiezione” e ad avere anche il coraggio di metterla in canzone. Isa |
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aggiornamento: 20-10-2003 |
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