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Quel che resta cinquant'anni dopo del "Comandante" che guidò la rivoluzione

Trenta ore a contatto con Fidel Castro, riassunti in un'ora e mezza di documento da guardare senza pensare all'agiografia
di Alfredo Ranavolo

Oliver Stone è persona di estrema curiosità e intelligenza. Lo si vede nello sguardo che più volte offre alla cinepresa in questo, per lui inconsueto, film dove svolge anche ruolo d''attore'.

Per dirla più correttamente, di intervistatore. Di Fidel Castro, il "Comandante" del titolo. Stone passa, dunque, da uno stile a un altro assai diverso per raccontare un altro condottiero.

Dopo aver riempito solo pochi mesi or sono le sale dello sfarzo e degli effetti di Alexander, il ritratto del lider maximo è affidato a un documento che cerca di essere il più possibile intimo.

Stone sa bene di non potersi permettere una regia troppo statica per rendere appetibile un'ora e mezza abbondante di chiacchierata. Alterna così, con un montaggio di rara precisione dovuto ad Alex Marquez ed Elisa Bonora, la (molto espressiva) mimica di Fidel a immagini di repertorio e della Cuba di oggi.

Che Stone sia artista e non giornalista navigato si vede, dal fatto che non riesca a mascherare in alcuni momenti una certa soggezione nei confronti di un pezzo della nostra storia. Cosa che lo rende meno inquisitorio anche quando avrebbe voglia di esserlo.

Ne vien fuori un quadro un po' troppo partigiano, nonostante le domande 'scomode' non siano mancate, nelle quasi 30 ore (riassunte in 99 minuti) che il regista di "Natural born killers" passa a contatto con l'ispiratore della rivoluzione cubana che rovesciò Batista.

Un dittatore rovesciato da un altro dittatore? La rosa ha sicuramente più spine di quelle che "Comandante" non mostri, ma negare a Castro un ruolo fondamentale nella storia recente di questo pianeta, assolutamente non circoscrivibile alla sua piccola isola, sarebbe fare un torto alla verità.

Forse sarà un po' più completa solo quando questo vecchio in divisa sarà costretto a passare la mano. Un'occasione in più per rivendicare una crescita nel rispetto dei diritti civili, ma prima ancora di quelli umani. Cosa che andrebbe fatta sempre e un po' ovunque, a partire dai civilissimi Stati Uniti, senza dimenticarsi nemmeno l'Italia.

La frase: Ammetto di essere un dittatore: un dittatore per me stesso. Sono uno schiavo del popolo
Da vedere perché è un pezzo della storia contemporanea

       
   
Ultimo aggiornamento: 22-04-2005
 
   
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