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Dalla ragazzata alla pistola, percorrendo una strada senza ritorno

Dal romanzo di Diego De Silva, la periferia più dura da mandar giù
di Alfredo Ranavolo

"Certi bambini" nascono con uno svantaggio competitivo. Perché l'ambiente, le assenze di chi dovrebbe esserci, il degrado tutto attorno, i primi soldi facili, i modelli sbagliati, i circoli viziosi da cui non si esce.

Per tutti questi motivi, o alcuni di essi, o ancora di più, Rosario (Gianluca Di Gennaro) e i suoi amici fanno parte di questi bambini, troppo presto lontani da scuola e col destino che appare già segnato, dove l'unica scelta pare tra restare mezze tacche o fare il salto verso la delinquenza vera.

Eppure nel mondo di Rosario c'è anche la comunità di recupero di Don Alfonso (Marcello Romolo), alla frequentazione della quale viene iniziato dall'amico grande Santino (Arturo Paglia), la faccia pulita del quartiere.

Solo che lui, per nulla coinvolto, continua a frequentarla solo perché innamorato di Caterina (Miriam Candurro), ragazza molto più grande di lui. E con la quale inizia a millantare una storia solo per bullarsi con gli amici.

Eppure c'è il rapporto di tenero affetto con nonna Lilina (Nuccia Fumo), che sensa Rosario sarebbe perduta, col suo carico di senili acciacchi. Insomma, Rosario non è il male incarnato, ma incautamente votato al male in maniera innocente, incosciente.

In un contesto dove gli spazi per la speranza sono veramente ridotti al lumicino, se è vero che anche lo stralunato Sciancalepore (il sempre bravo Rolando Ravello), civil servente nella comunità, si rivela per il ragazzino un tramite verso il non ritorno.

Nell'andare a compiere qualcosa a metà tra un rito di iniziazione e un primo incarico, Rosario si avventura in un doppio viaggio, sui binari reali di un treno, su quelli immaginari del ricordo degli eventi che lo hanno portato fin lì.

Come nel recente "Fame chimica" ci sono le periferie, dure registi, stavolta si tratta dei fratelli Andrea e Antonio Frazzi. Ma assai meno tratti consolatori. Qui con i coltelli non si minaccia: si usano e basta. E addirittura fra compagni. La speranza è altrove, non cercatela qui, in una Napoli che pare tornare (Martone docet) "teatro di guerra", senza quartiere, senza regole. Ovviamente, senza vincitori, che non siano la più cruda crudeltà.

La frase: prima o poi mi faranno santo (Don Alfonso)
Sì, don Alfonso martire, protettore delle femmine scassacazzi (Lucia)

Da vedere perché c'è dentro tanta (amara) realtà e poca retorica


       
   
Ultimo aggiornamento: 15-05-2004
 
   
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