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Le
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Roccu u
storto - Parto delle Nuvole Pesanti
Succede con ‘Roccu u stortu’, operina per voce,chitarra, mandolino, fisarmonica e percussioni, che da anni gira l’Italia facendosi applaudire da un pubblico sempre diverso, e che proprio l’8 marzo festeggia i tre anni di vita sulle scene di tutta Italia. Fulvio Cauteruccio, regista e unico attore della pièce, e tre componenti de ‘il parto delle nuvole pesanti’, animano un omaggio agli ultimi della guerra ’15 – ’18, del battaglione Catanzaro, e raccontano la storia di un ammutinamento represso col sangue. Ma , come succede spesso, la fabula è il pretesto per un intreccio che è soprattutto una riflessione sugli orrori, sulla disumanità, sullo scandalo della guerra, di ogni guerra. La trincea che gli spettatori vedono in scena è emblema della condizione abietta di uomini deprivati della propria dignità, e Cauteruccio è bravissimo a rendere la follia di un fantasma che rivive con gesti, mimica, urla, improperi, un’esperienza altrimenti inenarrabile. Parla in calabrese stretto, ma il pubblico di Monza (il teatro Villoresi, gremito nonostante la concorrenza con altri eventi,mediatici e non…) non sembra avere difficoltà a capire. Perché, quando si toccano le corde del sentimento, delle sensazioni, dei temi alti, non è possibile non capire, si entra in empatia totale con chi racconta, si arriva a interpretare, a soffrire con chi ci è davanti. Quando, in uno dei frequenti interventi metateatrali,Roccu espone la bandiera della pace, e invita il pubblico a ‘farle un bacino….su..su..vediamo quale settore è più bravo…’, tutti capiscono che ci si trova di fronte a un evento senza tempo;che la Grande Guerra è simile a quella del Golfo o alle centinaia di conflitti che da sempre affliggono il pianeta;che, forse, davvero non c’è molta speranza. Eppure…eppure, i tre musicisti del Parto suonano, cantano, sospesi su improbabili impalcature, astratti da quanto accade ‘in basso’, ma partecipi,con la loro musica, che sa di campagna, di olive,ma anche di rabbia elettrica, di anarchia, di sogni. Un’ipotesi di salvezza, la musica. Il canto spiegato di Peppe, il coro sommesso di Amerigo e Salvatore, il contrappunto dei loro strumenti, anch’essi sospesi fra epica e modernità. Immergersi nelle sonorità del Parto è sempre coinvolgente; ma in questo caso i musicisti sono anche attori, e la loro ‘raggia’ è la rabbia di chiunque senta nel profondo l’esigenza di una pace finalmente matura. I momenti tragici si alternano a quelli comici o elegiaci, la musica segue il ritmo della narrazione, e questa si adegua spesso alla musica. Il risultato, anche tecnico, è di una compattezza e fluidità stupefacenti, in uno spettacolo scarno, asciutto, ma ricchissimo di echi e di suggestioni. I
racconti dei nonni tornano in vita. Le immagini della guerra scorrono
sullo sfondo, a ricordare che nulla è finzione. Ma c’è
la musica, che restituisce poesia alla vita. Che ridà vita a
un fantasma; che dona sapienza a uno ‘stortu’. Che fa della sana pazzia
la molla per la speranza. "Le notizie": il teatro-canzone secondo Carlo Fava
Carlo Fava padroneggia con sicurezza un campo difficile, offrendosi come meraviglioso cantante, bravissimo fine dicitore, buon attore, buon musicista e, per finire, eccellente autore assieme a Martinelli di uno spettacolo intelligente, divertente e importante. Il peso più grosso viene affidato alle canzoni, una decina di brani dalle ritmiche molto differenti, in grado di vivere vita autonoma anche fuori dallo spettacolo (un disco con il contenuto de “Le notizie” è in programma con la Emi, ma non prima del mese di settembre). Più che altro si tratta di una lunga suite musicale, perché anche sotto i monologhi scorre il pianismo raffinato di Fava, di accompagnamento, di intrattenimento, di fusione tra un momento e l’altro della serata. Un flusso sonoro e di parole unico, senza pause, se non per gli inevitabili applausi che però Fava e gli stacchi al nero tendono a limitare all’essenziale. Il tema affrontato sono le notizie, vere e presunte, le notizie pubbliche e private: un po’ “fammi avere tue notizie” e un po’ telegiornale. Ma molto, e soprattutto, analisi di costume. Fava e Martinelli, come molti altri, non si trovano a loro agio in questa epoca, in questi tempi, sotto questi cieli più sociali che politici e lo dicono a chiare lettere, a volte con l’arma della satira, altre con quelle del paradosso indignato e altre ancora proponendo modelli alternativi. Vertici dello spettacolo la delicatissima canzone iniziale che introduce al monologo “Ping Pong”. Monologo ascoltato in silenzio e con la pelle d’oca. Coinvolgimento personale senz’altro, ma il ping pong come metafora dell’evoluzione (e involuzione) di una storia d’amore mi è decisamente piaciuta. “La palude” è “la canzone più politica di tutto lo spettacolo dice Martinelli – e nasce da una considerazione sullo stato della giustizia. Un luogo immobile, ma sotto questa apparente immobilità succedono molte cose. E tutte pericolose, perché la palude non è uno dei luoghi più rassicuranti della terra”. E si parla di “uomini che stanno in galera/ e mezzi uomini che stanno fuori” (e chi ha orecchie per intendere … “L’uomo flessibile” è un’altra delle stazioni più significative dello spettacolo. In puro stile gaberiano, anche nella gestione della fisicità del personaggio (qui in una delle rare occasioni in cui si allontana dal piano e recita in piedi), Carlo Fava racconta dubbi e percorsi mentali di un certo signor C. (possiamo osare?) che scopre quanto la tanto sbandierata flessibilità attuale possa portarci nel giro di poco tempo a una vita in cui prima mancava “mezzo centimetro di felicità” e che poi, a furia di flessibilità si sprofonda fino a “mezzo chilometro”. Satira importante e notazione di costume non marginale e affatto banale. Se proprio vogliamo azzardare critiche a “Le notizie” punterei su due temi: lo spazio dei monologhi è ridotto rispetto a quello delle canzoni ed è un vero peccato, perché, come si conferma all’inizio con il “Ping pong” Fava è benissimo in grado di reggere come attore. E il secondo tema ancora al lavoro di attore torna: il piano e l’utilizzo continuo del piano, suonato dallo stesso Fava, per quanto suggestivo nel creare una cornice sonora continua, è troppo vincolante per la sua fisicità. Come Gaber, Carlo sceglie una forma di spettacolo scarno, nudo, sincero, dove tutto è ridotto alla mimica dell’attore e alla sua voce, ma il vincolo al movimento, maggiore che in “Personaggi criminali” dove c’era più azione, risulta limitante. Altro consiglio (non richiesto, come il solito) ai due autori è quello di osare un poco di più. Puntare sì sul punto di forza che è la musicalità, la voce e la presenza di Carlo Fava, ma rischiare qualcosa in più traducendo in realtà quello che era uno dei progetti iniziali dello spettacolo, di cui la sera della prima non si è vista traccia. La capacità di mischiare al canovaccio fisso (anzi al copione) elementi di estrema attualità. Si chiama o non si chiama “Le notizie”? E allora dateci anche le notizie, ma quelle di giornata, quelle che pochi minuti prima ha dato il telegiornale. Poi, di questi tempi, le notizie non serve neanche commentarle. Fanno già ridere (amaro) o meditare da sole.. Fossati e Milano: una storia d'amore Ivano Fossati e Milano. Che si tratti di una storia d’amore pochi dubbi. E questa storia d’amore lunedì sera 02 febbraio si è rinnovata. Complice il Teatro Smeraldo e un concerto acustico, denso di strumenti e di buone intenzioni. Il resto lo hanno fatto le canzoni di Fossati. Che volete che si dica? Sono quei capolavori che tutti conoscono. Questione di lana caprina stare poi a discutere e dire che “questa” versione di “Una notte in Italia” perde qualcosa in magia, mentre “I treni a vapore” sono partiti da una stazione particolarmente densa di buoni sentimenti e sono arrivati a destinazione puntuali e precisi. Che il metronimico accompagnamento di “Vola” ne ha fatto quasi un’altra canzone, un lifting funzionale e funzionante e che il trattamento country a cui viene sottoposta “La musica che gira intorno” è la piccola chicca con cui concludere il secondo bis della serata. Un Ivano Fossati in forma e ben disposto a parlare ha precisato che per lui le canzoni, proposte in queste nuove vesti, sono “molto più trasparenti”, + più facile guardare loro dentro e cercarne i significati. Di sicuro sono, mediamente, più rilassate ed è un piacere seguire oltre due ore di spettacolo senza cedimenti, con attenzione costante e magia crescente. Innanzitutto la formazione: Ivano Fossati prevalentemente al piano, qualche volta solo al canto, in piedi davanti a un leggio, in una canzone alla chitarra elettrica, nell’ultimo bis all’acustica. Piccole concessioni ai fiati: un’armonica a bocca utilizzata più volte e una sorta di strana tromba ancestrale utilizzata per aprire il secondo atto, dando il “la” ad una densa “La pianta del tè”. Il figlio, Claudio, alla batteria, percussioni e “stoviglie”:nell’accompagnamento a cartoline suona in effetti una serie di bicchieri più o meno pieni d’acqua e appoggiati sul pianoforte del babbo, che alla fine lo compensa con un abbraccio e un bacio per il suo virtuosismo. Tenero. Pietro Cantarelli: pianoforte, Hammond, fisarmonica e Wurlitzer, nonché mente musicale di tutto il tour e degli arrangiamenti, assieme a Claudio Fossati. Riccardo Galardini: chitarre di tutti i tipi, compresa una mandola, protagonista di un graditissimo trip solistico. Mirko Guerrini: sax tenore, fiati e organetto. Daniele Mencarelli: contrabbasso e basso acustico, “prestato dal jazz … a cui spero di non restituirlo”. Saverio Tasca: vibrafono, marimba e percussioni La partenza è con “Pane e coraggio” che, come tutte le canzoni di “Lampo viaggiatore” sembra guadagnarci da questa riverniciatura acustica,: nove canzoni nel primo tempo, otto nel secondo. Tre nel primo bis e una nel secondo. Niente di nuovo o di alternativo: niente “Ragazzo della via Gluck”, che veniva invece proposta a inizio tournée. C’è invece “Smisurata preghiera” (Fossati_De André) che è di una bellezza adamantina, anche se la voce, eh la voce di De André chi potrà mai rendercela? Non c’è “Le acciughe fanno il pallone” e invece me l’aspettavo. C’è “Buontempo”, ma è una versione che mi lascia un po’ freddo, con poca carica addosso; “Buontempo” dovrebbe trascinare e, in questo caso, al massimo accompagna. Resta un piacere grande comunque di fronte a una proposta intelligente e gestita con classe. Forse non così nuova come la si voleva presentare, ma il Fossati che piace a me è questo: rilassato, a suo agio, con la possibilità di giocare con la musica (tutti i brani, tranne il disertore, avevano delle lunghe code o introduzioni strumentali). A quando il prossimo? SuluDeandré di Silvano Rubino "E'
un mondo popoloso e sempre in movimento, quello degli omaggi, delle
serate ricordo, degli eventi legati al nome di Fabrizio De Andrè.
Attorno al nome del cantautore scomparso si muove un universo di cover
band, cantautori, compagnie teatrali, guitti e saltimbanchi. Il nome
di Fabrizio richiama sempre pubblico, una serata omaggio, in qualunque
parte d'Italia si svolga, avrà sempre uno stuolo di "orfani"
pronti a precipitarsi, a volte imbattendosi in nuovi talenti, altre
volte finendo per uscire disgustati, arrabbiati, delusi. Perché
non sempre la qualità degli artisti in campo è eccelsa
e l'intento cristallino. Inutile imbarcarsi su una disquisizione su
quanto di opportunistico vi sia nella scelta di percorrere quella strada.
Non è questo il punto. Il punto è che nella proliferazione
di serate omaggio, nella quantità si rischia di perdere di vista
la qualità. E magari si finisce per farsi sfuggire qualche vera
perla. Domenica 1 febbraio, a Piacenza, al Circolo Arci Bartolomeo,
è andata in scena una delle serate di Nel Segno di Faber, ciclo
organizzato dall'Arci Emilia-Romagna. Sul palco non c'era una cover
band, né un gruppo che avesse alle spalle precedenti deandreiani
di alcun tipo. C'erano i Sulutumana. E qui sta il merito degli organizzatori
della rassegna: aver capito che per rendere omaggio a De Andrè
si deve alzare lo sguardo al di là di chi si limita a riproporre,
rielaborare, reinterpretare (quando non scimmiottare) il repertorio
del maestro e guardare anche a chi, in Italia, ne ha assorbito al meglio
la lezione, coniugandola con altre, trasformandola in una ricetta originale
e innovativa. I Sulutumana sono molto deandreiani per tanti aspetti:
per l'attenzione alle radici e agli strumenti della tradizione, per
l'amore per le storie marginali, nel loro caso quelle della provincia,
per la cura certosina negli arrangiamenti e nei testi. E allora era
giusto e bello che fossero su quel palco quella sera, con tutto il loro
pudore nell'avvicinarsi a un maestro riconosciuto, scusandosi di accostare
il loro repertorio a quello di Fabrizio. Hanno proposto sei canzoni
di De André (Geordie, Fiume Sand Creek, Via del Campo, Amore
che vieni amore che vai, Le acciughe fanno il pallone, La ballata dell'amore
cieco), a nostro parere, in maniera ineccepibile ed emozionante. Ma
le hanno "mischiate" all'interno del loro consueto concerto,
accostate alle loro canzoni. Esperimento ardimentoso, ma - udite udite
- riuscito. Non strideva, quell'accostamento. Il pubblico (in maggioranza
deandreiani di stretta osservanza) non fremeva di impazienza in attesa
della cover successiva, ma ascoltava, apprezzava e applaudiva. Come
a dire, bravi, voi sì che avete raccolto un piccolo frammento
di quella "goccia di splendore". Fabrizio non ce lo restituirà
mai nessuno, ma è bello che ci sia qualcuno che della sua lezione
ha fatto così bene tesoro. I surrogati non servono. E nessuno,
al Circolo Arci di Piacenza, ne ha sentito la mancanza. Mercanti di liquore & Marco Paolini di Silvano Rubino
29 gennaio 2004 - Mettete insieme il miglior affabulatore che c'è
sulla piazza, l'uomo che ha saputo fare della memoria che diventa parola
un nuovo modo di fare teatro e un gruppo di musicisti-cantautori di
belle speranze, partiti sulle orme di Fabrizio De André per interpretarne
in maniera originale la grande lezione di musica e di vita. Mettete
insieme Marco Paolini e i Mercanti di Liquore ed ecco che nasce Song
n.32, concerto variabile, un esperimento riuscitissimo, un ibrido tra
teatro e concerto, un piccolo miracolo di sperimentazione. Onore al
merito di Paolini, che grazie ai meritati fasti di Vajont è ormai
un nome apprezzato e popolare, per aver investito sul trio monzese.
Onore ai Mercanti, che hanno scelto di mettersi in gioco e tentare di
cimentarsi in un'ardita impresa. Risultato: due ore di spettacolo intelligente
e pieno di brio, in cui Paolini sembra trovare compiutamente la sua
identità di erede degli antichi cantastorie, incontrando sulla
sua strada la musica e sorprendendosi perfino a cantare. Monologhi (uno
bellissimo, dedicato a usi e abusi dell'acqua), filastrocche in musica,
poesie, storie di guerra, di fame, di partigiani e resistenti, una tela
cucita con stralci da Dino Campana, Biagio Marin, Gianni Rodari, Federico
Tavan, in una trama che unisce autobiografia e letteratura, cronaca
e tradizione popolare, satira e dolcezza. Non poteva mancare Fabrizio
De André, con una struggente Guerra di Piero. E tutta deandreiana
è anche una delle canzoni dei Mercanti tratte dal loro cd La
Musica dei poveri inserita nello spettacolo: Cecco il Mugnaio, filastrocca
anti-militarista. Nei bis c'è spazio anche per Il Gorilla e per
Bella Ciao. Un concerto variabile, senza una scansione fissa di date,
da prendere al volo se passa nei paraggi. Noi l'abbiamo visto al Live
di Trezzo, affollatissimo, visuale buona solo per pochi privilegiati
nelle prime file, acustica pessima. E ci è rimasta la voglia
di gustarlo in una sede più consona. La gita in Svizzera di Giorgio Conte "Un distillato di ironia, intelligenza, leggerezza. Uno spettacolo in perfetto equilibrio tra buona musica e raffinato cabaret. Peccato che per riuscire a vedere Giorgio Conte e il suo trio (Guglielmo Pagnozzi, sassofoni, clarinetto e cori - Matteo “Peo” Mazza, batteria, percussioni e cori - Alberto Malnati, contrabbasso e cori) in concerto si debbano fare i salti mortali, espatriare in Svizzera, o incocciare in qualche rassegna estiva organizzata da amministrazioni particolarmente illuminate, magari in Val Trompia, o in una località della riviera ligure. Peccato. Perché l'avvocato Conte meriterebbe di accedere a un uditorio ben più vasto. Giorgio gioca al signora di mezza età sornione e disincantato, che sale sul palco per il puro gusto di farlo. In apertura di spettacolo racconta della recensione al suo primo concerto, in Francia, quando il cronista di provincia lo definì un "large bon homme" vestito come un idraulico. Ammette di avere qualche problema di look e chiude con una battuta folgorante: "D'altronde, di smoking in famiglia ce n'è uno solo ed è sempre occupato". E così via, in uno spettacolo che si snoda tra raccontini, aneddoti sul filo della memoria e canzoni leggere leggere. Giorgio sa dialogare col pubblico, lo invita a canticchiare con lui e gioca con i suoi compagni di palco, che sono ben più che semplici musicisti, ma spalle perfette in tutti i momenti in cui lo spettacolo sconfina nel cabaret e strappa non solo sorrisi, ma anche risate. Uno spettacolo perfetto per varcare le soglie di un teatro, così com'è, per essere apprezzato anche al primo ascolto (e infatti Giorgio sceglie il suo repertorio più adatto a questo tipo di fruizione, trascurando, per esempio, molte bellissime canzoni del cd l'Ambasciatore dei sogni). Insomma, sulla scena italiana c'è spazio anche per un secondo Conte, è ora che qualcuno se ne accorga.
Vivere coincidendo al volo Vivere coincidendo al volo, spinta adrenalinica che spesso porta più lontano dei pensieri, almeno 6-700 metri; schiena tesa, sguardo di scotta. Capita quindi che nel giro di poche ore ti ritrovi a camminare il Lungarno, pista di baciofiume che nel suo rivelarsi infinita, ti confeziona l'ingresso in una dimensione parallela. Atmosfera surreale cui dan benzina un vento caldissimo per quest'inverno stecco e un asfalto fradicio solo dell'umido nell'aria; una lontra a tutta manetta sotto il PonteVecchio e sopra un cielo dipinto da una rabbia di neri e di blu, che schiaccia addosso. I passi calano la sera ed è con una punta di irreale in più che arrivi davanti ad un bianco cartello, giallo di lampione, con una scritta nera, dice "via Fabrizio De Andrè, poeta e musicista" - e sembra parta la primavera. Tu appendi un pò di umori al palo, chè il vento che tira potrebbe gonfiarli come una manica, a recupero di realtà. Stai davanti al teatrotenda (oggi Saschall) in cui venticinque anni fa DeAndrè registrò con la PFM parte dei due magnifici e immaginifici album testimoni di un tour unico. E questa strada, di intitolazio fresca come un cesareo alla memoria, non è cattiva anzi lascia segno della rassegna di tributo "Coda di lupo", nata a partire dall'anniversario di quei 13-14/1/79 e smistatasi fra dicembre e gennaio in incontri, mostre e spettacoli. La sospensione di tempo ci concede oggi il lusso di una gran bella ciacola musicale, di riscaldamento alla curiosità per il concerto, mentre le prove di là ci traspirano dal muro le canzoni della sera. Riccardo Bertoncelli mette comodi Mauro Pagani e Franz DiCioccio e il relax dipana ricordi, pareri e coinvolgimenti; esperienze vivide, uno scrigno cui non ci si abitua, anzi più ne mangi più hai fame - sarà che gli occhi enormi posson esser specchi di un'avventura ("o no!?"). Poi il concertone, fulmineo tuttesaurito entrambe le date. Il posto conserva le assi di quel palco, ma ha ora semicomode sedie rosse invece della folla compressa, così cinematografica quella volta, come raccontan le foto esposte a fare il giro in galleria (e chissà se davvero quel gruppo di cinquantenni che mi passeggiava avanti aveva ragione nel riconoscersi). Tre ore e mezza aperte dal gruppone Shiloq (con un certo spreco del talento di Bandini e Cordini), poi Vittorio De Scalzi a proseguire con buoni arrangiamenti, band e una voce ancora potente; due set durati però troppo, perché la faccenda era un'altra, poche balle. E infatti allorchè finalmente salgon su, DiCioccio-Mussida-Premoli-Djivas e Fabbri, scappa l'emozione, e tracima, secondo quell'alchemica meraviglia che ti permette di commuoverti e divertirti e sentirti libero ma presente, contemporaneamente. Chè l'emozione è una bellissima bestia. Venticinquannidopo son stati belli, fra lacrime e risa; poco importa che le voci non potessero reggere il confronto, la cosa era tanta. Tanta, sì. Caso in cui la critica non ha gioco e si va di contrabbando nella pancia. E quando ad un certo punto han suonato Marinella e la voce era quella registrata di Faber, beh, credetemi, l'esperimento non è risultato posticcio, ma vero, reale e vivo - e si faceva fatica a non chiudere gli occhi dando carta bianca al cuore, o, tenendoli invece aperti, a cercare sul palco senza trovarlo, chè da qualche parte, cazzo, doveva starci. Insomma, niente a che vedere con le solite mummificate celebrazioni, ma affetto e stima creativi (roba di cui la PFM è capace, vedi a Siena quest'estate, nella reunion altrettanto ultraventennale ed entusiasmante con Pagani). Verovivo come loro lissù, quella volta e stavolta; come la gente d'applauso e urla, coi sentimenti masticati e sputati; come Pagani a far da voce comparsa in Creuza nel primo set alla luce, e accoccolato sopra un cassone nell'ombra di un angolo del palco durante la PFM, sorriso e testa storta. E se fuori, di nani carogne col buco del culo troppo vicino è ahinoi tempo, è anche vero che, parlando con l'elastico in bocca, quello non era tempo per me, che son nata un anno e mezzo dopo quei concerti fiorentini. Eppure, in fantastica barba a questo, anche sto giro mi ci sono sentita presa all'amo, e mi ci sono stata daddio. Danzare per aria le emozioni è una fortuna. Anzi, una Fortuna, chè la effe maiuscola, stavolta, è un richiamo da seguire. Come tutte le coincidenze. "..e fu il
calore di un momento 11 gennaio 2004: cantando Fabrizio di Leon Un concerto. Uno strano tipo di concerto. In cui i confini tra palco e platea sfumano così tanto da annullarsi. Un concerto all’aperto, di notte, in gennaio, a Milano, sotto un cielo giallognolo di nubi e di freddo. Chi erano gli artisti? Noi, tutti, chi passava. O forse nessuno. O forse uno ce n’è stato. Qualche tempo fa e ora non c’è più. Si chiamava Fabrizio … Come capita ogni 11 gennaio ormai da 5 anni, sul sagrato di Piazza del Duomo a Milano, gli autoconvocati di Fabrizio si sono dati appuntamento. Niente di ufficiale. Niente di scritto. Solo passaparola. Si arriva verso le 22 di una sera d’inverno neanche strinata dal troppo gelo e già ci sono i primi sul Sagrato. Una chitarra, poi un’altra, poi una fisarmonica, due armoniche a bocca e un canzoniere, non infinito, ma ricco di un centinaio di canzoni di cui almeno 80 di grande o grandissimo valore. E così, sotto gli occhi della Madonnina impacchettata (sarà per il vento gelido che da lì a poco si leverà?) si alzano al cielo i canti degli orfani di Fabrizio: da “il Testamento” (la prima che ho sentito) a “Fiume Sand Creek”, da “La guerra di Piero” a “Via del campo”, da “La ballata del Miché” a quasi tutto “Non al denaro, non all’amore, né al cielo”. Per proseguire con scelte eclettiche come “Se ti tagliassero a pezzetti”, “Creuza de Ma” e “Dolcenera” (con perfetti cori in genovese in piena Piazza Duomo!”, “Il Gorilla, “Carlo Martello”, fino a classici come “Il testamento di Tito”, “Andrea”, “Don Raffaè”, “La città vecchia”, “Il pescatore” e “Geordie”. Tentando un discorso “critico” si può dire che resiste il “vecchio” De André, piace l’ultimo, trascurato quello degregoriano, oscurato “Tutti morimmo a stento” e privilegiati gli arrangiamenti della Pfm rispetto a quelli del primo De André (ma qui c’entra la fisarmonica). Passando sul piano emozionale che si può dire di più? Una serata a commuoversi e cantare. Commuoversi come quando il canto del “Blasfemo” inizia a rimbombare sotto le guglie della cattedrale o quando “il giudice” arriva ad affermare di non conoscere affatto la statura di Dio e la platea quasi inavvertitamente alza gli occhi a misurare l’altezza del Duomo. Sono passati 5 anni da quando Fabrizio non c’è più, ma a Milano come altrove, gli orfani di Fabrizio continuano a riunirsi, senza bisogno di parlarsi, solo per cantare, passandosi si mano in mano bottiglie di vino o pezzi di pizza nel tentativo di riscaldarsi sia nel corpo che nel cuore, mentre man mano aumentano le chitarre (alla fine ne conterò una decina) e aumenta, alternandosi all’ascolto, passando rapido o sedendosi per terra, il pubblico in ascolto. Saranno 150-200 persone, compresa una comitiva di giapponesi che si chiedeva cosa stesse succedendo. “Una celebrazione, un memoriale, un atto d’affetto per un amico che non c’è più”. Grande concerto,
ottimo il pubblico, sublimi i cantanti (200!), prezzo del tutto ragionevole
(una bottiglia di vino da dividere in 6). Ho deciso: per il prossimo
anno prenoto un posto in prima fila! And so happy Xmas ... di Giorgio
Di gran moda per questo Natale affrontare il tema della religiosità dei laici, almento nel campo della musica. E se De Gregori, che si professa agnostico, incide il brano profondamente religioso che aveva scritto per Ron un po' di tempo fa ("Ti leggo nel pensiero"), Eugenio Finardi al tema dedica un disco intero: "Il silenzio e lo spirito", uno sguardo da laico sul mondo della spiritualità. Parallelamente, ma indipendentemente, esce un nuovo libro su Fabrizio De Andrè in cui ("udite, udite!") si ricercano "le risonanze/dissonanze evangeliche sparse nella sua opera". Il titolo è emblematico: "Il vangelo secondo De Andrè". Se aggiungiamo che è Natale e che i negozi trasudano strenne natalizie (da "Mix" di De Gregori, cd doppio con Dvd a "Last Summer Dance" di Franco Battiato a "Giro d'Italia" di Ligabue, entrambi doppi, ma quello di Ligabue ha un terzo cd di contenuti speciali) e veri e propri Christmas Album abbiamo un quadro intricato in cui cercare di destreggiarci. E proviamo a farlo... Le "compilation"
natalizie negli Stati Uniti costituiscono una fetta rilevante del fatturato
dell'industria discografica nel mese di dicembre. Basti pensare che
cercando su amazon.com la parola “Christmas” tra i titoli dei cd si
trovano 6065 risultati. Abbiamo natali in tutte le salse: caraibico,
acustico, country, boogie-woogie, jazz, rock 'n roll, lounge. In Italia,
invece, la pratica non ha attecchito. I big della musica leggera si
tengono alla larga. I cantautori non praticano. Certo, abbiamo avuto
negli anni "Notte di Natale" di Baglioni, "Natale"
di De Gregori, "Quando verrà Natale" di Venditti, "Leggenda
di Natale" di De André e c'è anche un "Natale
di seconda mano" ancora di De Gregori. Ma dire che si tratti di
canzoni natalizie, questo davvero no. Ascoltando un disco di Jannacci di Leon & Giorgio Ho sentito il nuovo
disco di Jannacci! Il bello
pero’ l’Enzo ce lo mette dentro: sta nei testi, nei significati, come
in “Lettera da Lontano” I Sulutumana e il Prinsi Raimund di Laura Una sala piccolissima. Una trentina di spettatori. Niente palco, ma cinque leggii. Un clima da serata di altri tempi, quando la cultura si viveva sulla pelle, in pochi spazi intimi.. E, in questo clima, due attori che cantano e tre musicisti che recitano, in un incrocio di ruoli che prima spiazza, poi avvince. La storia di Prinzi Raimund e di una sfida fra gli abitanti della valle e quelli della collina a colpi di canzoni popolari è il pretesto, riuscitissimo, per un viaggio nella musica tradizionale e popolare italiana, di cui vengono colti, con grande finezza, analogie e intrecci, musicali e tematici. I due attori cantanti sono bravi; bravissimi i tre Sulutumana, Andrea al violino, Giamba alla fisa e Michele alla chitarra. Tre strumenti classici della musica suonata e cantata dalla gente comune, che qui ritrovano il loro senso più autentico, forse. E il canto si fa spiegato, la passione si fa quasi palpabile, i grandi temi della vita, l'amore, il dolore, il lavoro, la morte, la guerra, diventano cori, stornelli, racconti in musica, cantilene, filastrocche, ninnenanne, fino a sfiorare la dignità epica di un popolo che non si è mai piegato, che ha sempre mantenuto intatta la propria voglia di sognare e cantare. Chi c'era l' ha provata, la bella emozione di vivere in un'epoca senza tempo, e insieme la sensazione che la vera poesia non ha davvero tempo, è passato, presente, futuro. Come la vera vita. Ancora una volta, grazie anche ai tre Sulutumana per aver contribuito a questa emozione. (dalla ML dei Sulutumana) Danni collaterali: con le chitarre contro la guerra di
Gio & Gio Come una canzone di tanto tempo fa, di Umberto Napolitano, cantava Carmen Villani prima di darsi ai film porno-soft del genere "Lingua d'argento". La volonterosa romagnola cantava "E tutti uniti con le chitarre/ le nostre chitarre contro la guerra". E da qui si ripassa. Brutta bestia le raccolte. Non è generalistico dire che il più delle volte son operazioni messe in piedi con il solo progetto di succhiare soldi alla gente; animali a tre teste, sette gambe, e una coda che non c'azzecca con le orecchie, esibiti nelle vetrine fra un babbonatale e un orribile cuore sanvalentinesco, e dopo poco mandati a pascolare fra gli scaffali, dove moriranno presto, prodotti senz'anima quali sono - ché si sa che il clone non mi dura, signora mia. Ma qui, signora mia, io sento voci vibranti e petti in fuori a sprezzo del nemico. E sento gli echi del "libro e moschetto". Che mi inganni io o qui sotto c'è puzza di retorica? Sa, proprio quella che gonfia i petti e i cervelli di aria? Non analisi, ma emozione e di quella a strappapelle e a buon mercato. La minoranza che crede nella musica quale strumento culturale, ne è consapevole e ne ignora le sirene. La maggioranza (ma ne siamo poi così sicuri?) cede invece alle lusinghe del polpettone; sarà che è molto più comodo metter su un disco con tutti i pezzi più fighi, piuttosto che avvicinarsi all'intero universo vivente di un album, brani collaterali inclusi. Il fin della musica non è dunque solo la meraviglia? E bisogna crederci perché c'è chi ci crede e si dà da fare. E cerca di far sì che non sia tutto materiale che ci passi inerte sotto il naso. "Materiale resistente" si intitolava una bellissima raccolta di qualche anno fa e "Corpo di guerra" la grande uscita dello scorso anno. Quindi con la musica, con le canzoni si può alzare una voce potente e "adatta per i vaffanculo" come scriveva Fabrizio De André. Non solo musica fiancheggiatrice o collaterale, dunque. Collaterale.. grande aggettivo. Parola strappata alla lingua italiana e sporcabusata per accompagnare un'altra parola importante, "effetto", al fin di giustificarsi uno sbaglio di cui si è la causa. Quando si tratta di guerra, c'è poco da dire che una tragedia è collaterale al fine principale: i mezzi non van giustificati bensì assunta la responsabilità dei danni. Un meraviglioso richiamo alle responsabilità individuale e collettive ci viene da Claudio Lolli ("Milite ignoto") e dal De Andrè rifatto da Teresa De Sio e Yo Yo Mundi ("Girotondo"). Così come ci lascia con gli occhi sbarrati e la mente inquieta la cronaca da dopobomba di Ani di Franco, tradotta e recitata da Lella Costa. Un fortissimo richiamo alle responsabilità e alla scissione delle responsabilità. "Non in mio nome, signor Bush!" Siccome al mondo, signora mia, di responsabili che siano responsabili ce n'è pochi; allora due parole come "Danni" e come "Collaterali" valgon una raccolta. E li spenda sti quei cinque eurini pro Emergency, Signora mia! Cinque euro equivale a dire un'euro ogni tre brani, come le mitiche "cento-lire-tre-canzoni" dei juke-box di tanti anni fa. L'offerta è allettante. I brani che compongono la raccolta "Danni Collaterali" (ed. Materiali Musicali) sono quindici, fra cui qualche cover di lusso (De André, Bruce Cockburn, Dougie Mac Lean, Emerson Lake & Palmer, Sinead O'Connor, Mark Knopfler, Ani Di Franco). I protagonisti senza fini di lucro son Teresa De Sio, Yo Yo Mundi, Ricky Gianco, Fernanda Pîvano, Patrizio Fariselli Project, Angela Baggi, Gianfranco Manfredi, Gino Paoli, Eugenio Finardi, Suso, Claudio Lolli, Skiantos, Lella Costa. Bisogna dire che la possibilità di sentire di nuovo cantare Gianfranco Manfredi e vederlo ancora scrivere canzoni allarga il cuore. Oramai da molti anni aveva mutato pelle in quella di scrittore e di sceneggiatore per fumetti. Attività in cui peraltro si disimpegna molto bene. Ma un minimo di rimpianto per il cantautore di razza che era e potrebbe ancora essere rimane. Manfredi va bene. Ma perché inserire la Pivano per farle pronunciare una frase priva di senso comune sui bambini che muoiono in guerra o che restano "con le braccia amputate, le manine amputate, perché qualche bastardo possa comprarsi una macchina nuova"? La guerra non è un argomentino facile, e nella raccolta qualche scivolata retorica c'è. Ma a stringere il disco fra le mani (sì, proprio come un frutto maturo) il succo che guadagnamo ha il bel sapore della passione sincera. L'emozione c'è in Finardi, c'é in Lella Costa e in Lolli, ma non è una costante. La musica però, la musica signora mia corre via liscia e piacevole. Calda e gradevole. E' un disco da cui è facile farsi prendere per mano. Il punto di vista che via via inducono le canzoni – fra folk e rock, acustico e elettrico, commovente e sarcastico.. - è quello elastico di una telecamerina da portare in mano, che a volte sale sull'elicottero e denuncia chi della guerra ignobilmente fa il proprio potere, ma che più spesso (e come in tutte le buone storie è qui che fa centro) racconta come la vive la gente: "si tace o si parla di danni collaterali, le mille edizioni speciali non parlano degli innocenti, li chiamano solo perdenti, non fanno vedere la strage". Così ci sta "Girotondo" di De André che la De Sio e gli Yo Yo Mundi festosamente pubblicarono in quell'altra bella raccolta 'umanitaria' ("Fatto per un mondo migliore", introvabile chicca del '96) e ci sta Eugenio Finardi che con l'emozione ci prende sempre; ci sta la gentilezza ficcante di Gianfranco Manfredi, Gino Paoli e Claudio Lolli ("..e han pagato i tuoi anni con un grande anonimo onore, e così oggi sei quel milite ignoto..ma non sarai certo ignoto alla donna che ti avrà ogni notte aspettato..") e ci sta la melodia potente di Ricky Gianco. Ultima traccia, come un pugno in pancia arriva Lella Costa che decreta/indossa/sgancia un pezzo di Ani Di Franco. Sigillo a piombo, a conferma che, quando ci si mette, la musica sa esattamente come puntare sul nervo: "..perché io sono una poesia, attenta all'iperdistillazione..". Venduto in edicola (con Il Manifesto, Liberazione, Carta, La Rinascita della Sinistra), nei negozi di dischi e in alcune librerie (Feltrinelli, Il Libraccio), il disco è nato da un'iniziativa promossa da Gianfranco Manfredi, Ricky Gianco e Velia Mantegazza e realizzato grazie al contributo del Comune di Forlì. http://musica.ilmanifesto.it/novita/novita.htm
I Sulutumana al Dynamo di Laura Si sta stretti nei viali della città di Milano, in una zona dal posteggio selvaggio e, poco più in là, villette e chalet di altissimo design, dalla casa eclettica medievale all'igloo. Questo per dire cosa? Che anche l'impatto visivo col Dynamo è una folgorazione. Piano terra, bar-ristorante-cantina (e già lì … una cantina al piano terra … non deve stare in cantina?). Piano-cantina ( appunto), una tavernetta. Ma proprio di quelle original anni '80, con la sfera pseudostroboscopica in mezzo alla sala, i séparés per gli infrattati dopo il quarto d'ora di lenti, e soprattutto il trono del dj in un angolo, sopraelevato sulla pista, luogo di desiderio per decine di ragazze … un salto indietro di vent'anni … per chi aveva vent'anni vent'anni fa. Quattro lampade che sembrano i cappelli dei raccoglitori di riso vietnamiti, e qualche faro (di cui uno puntato su Nadir) completano l'arredamento(?). Ma poi iniziano a suonare i Sulutumana. E tutto cambia. Lo spazio si allarga, i sorrisi pure, e la musica riempie i cuori e dà senso al nostro essere qui, e al nostro essere tout court. Loro suonano senza palco (c'era un palco nelle tavernette anni '80? No, quindi…). Siamo al loro livello, ma solo in senso fisico. Loro si librano, divertiti e sorridenti, leggeri, persi nell'universo della loro musica, rilassati, rapiti da un silenzio davvero insolito per un club. E ti sparano lì un concerto coi fiocchi, intervallato da battute e sostenuto, come un soffice tappeto, da un clima che più dolce non ricordo. Blu indaco, Viola, Carlina Rinascente ( e la scaletta sparigliata è già una bella sorpresa), poi una Aquilone da brivido, con un intermezzo da quartetto classico. E via, Il ribes, La danza ( mi piace sempre di più l'intro di Giamba), e Pomeriggio, e Hasta sempre, e Il frigo ( mai come stasera intensa … eh beh … siamo a Milano), e Piccola veliera, e una trascinantissima Donna lombarda, poi I pèss, A testa in giù, L'eclissi. A questo punto, un gruppo di fans-amici decide di placare la sete dei sette, ignorata dai baristi nonostante i ripetuti appelli e arrivano le birre!! Notevolmente ritemprati, riprendono a suonare, e fanno Marisa Pucheria, Il volo di carta, ma soprattutto una Cussessummaiami … tutta in uptempo, stravolta e migliorata rispetto all'originale. Ma non è ancora finita: mancano La canzone preferita (come mi piace la fisa di Giamba quando si apre tutta in questo pezzo; sembra che respiri) e L'ultima onda. I nostri si rifugiano nel bagno (!) in attesa dei bis: La ballata dell'amore cieco, El carretero, e Sarà di più ( che viene interrotta e ripresa all'inizio…e meno male, così tutti la possono gustare in completo raccoglimento. Ma c'è un coro maschile sul fondo; lo so, gli uomini sotto sotto sono dei romanticoni). Il libro con gli accordi, i complimenti, gli abbracci, la promessa di rivedersi venerdì 19 con tre di loro per il bis di Prinsi Raimund alla Piramide in Piazza Cavour (chissà come viene in un grande spazio quella perla di spettacolo?) e un ritorno a casa fra i viali della città di Milano. Dove tutto, dalle case igloo alla tavernetta anni '80, acquista un senso più pieno, adesso. Vecchioni sta sulle palle, Vecchioni annoia, Vecchioni deqquà e dellà. Vecchioni è un professore, Vecchioni ha messo su boria, Vecchioni rifà se stesso. Di Giò con Giò Lo Smeraldo apre lo sipario, scalca un concerto al solito autocelebrativo, e in effetti sarebbe stupido negare che il prof non sa come lavorare "lungo un facile vento di sazietà...": Vecchioni Roberto conosce perfettamente i meccanismi del gioco e dei sentimenti di chi compra i suoi dischi, sa come toccarli e quando-quanto premerli. L'ultimo disco trasuda mestiere, è vero. Il concerto gronda mestiere, altrettanto da riconoscere. Però, però.. Però questo cazzuto "lanciatore di coltelli" nel mestiere non si "imbroglia le dita" ma lo porta a passeggio ancora bello (l'ultimo disco è, bello), proprio perché il suo mestiere, come dice quella canzone, è la sua ragazza e minchia, lui è uno che l'amore lo striglia giù duro. Ancora prima che si apra il sipario mi sento risuonare dentro le solite musiche. Non è una Viola dinverno, per fortuna, ancora non lho sentita mai. Ma è la storia di Celia de la Cruz, quella di Mariù, la musica degli Anni. Un percorso minimalista individuale. Hai visto mai che si coincida? "..forse non lo sai ma pure questo è amore.." Parlami damore/ parlami damore Mariù Vecchioni fa il drammatico, il saccente, il barone.. Sì, però quel suo stile così uguale a sè stesso, quando ti prende le viscere, non te le molla. Che la Passione in cui intinge gesti e parole sia in parte calcolata è chiaro, uno dopo trentanni-e-deppiù di carriera il mestiere se lo trova nelle tasche e lui è uno che le mani le mette e le esce di tasca in continuazione, la farina dell'esperienza (quella il cui colore conosciuto anche ai muri ne dipinge le canzoni) spolvera le dita, è inevitabile. Buio in sala. Puntuale come un orologio il prof! Suona la campanella e lui comincia. E come prima cosa ti lancia un coltello proprio in mezzo alla figura. Non è vestito esattamente come Il padre dei Sei personaggi in cerca dautore come lultima volta che lho visto dal vivo, ma, diciamo così, nessuna concessione allestro. Ma è lì pronto, a lato del palco a lanciare i suoi pugnali diritti verso il cuore, perché Vecchioni si commuove e sa commuovere. Perché si sente che è vero e non finge. Ma Vecchioni è bravo e lo rimane. Ma bravo, in fondo, ha sempre saputo di esserlo. Forse più di quanto sia. Le tematiche sono sempre quelle, e allora? La grande storia dell'Amore è di poterne parlare all'infinito, senza tornare a noia quando uno è saputo di parole. E lui lo è. Eccome se lo è. Non è ermetico come nei primi album? Vero, però le robe, spesso, se le sai dire con millimetrica semplicità - e ci credi... - si sentono più di cento metafore ad incrocio carpiato. "..figlio so che devi colpirmi a morte e colpire forte.." ".. forse t'avrei fatto pure piangere di più ma non hai scherzato neanche tu.." E perché, ebbene menefrego, a me uno che c'ha ancora voglia di parlare con convinzione dei sogni fa piacere, e tanto. "..sogna ragazzo sogna quando sale il vento nelle vie del cuore.." No, le tematiche non sono più quelle. È quella solo lattitudine. La capacità di trarre lezioni generali da episodi minimi, di continuare a svisare dal particolare alluniversale e, viceversa, dalluniversale al particolare. In un continuo viaggio andata e ritorno cielo-terra. Dove il terminale terreno di dio è lui, il Vecchioni stesso. Ma è un dio buono, che accetta di parlare con un Vecchioni buono. Persino la morte si ammansueta tra le sue braccia, tra le corde della sua chitarra. E a suo figlio parla come parlerebbe se fosse li. La Figlia se le dimenticata tra le ruote del carro del tempo. Troppo grande per dedicarle ancora una Ninna nanna. E lora del figlio: parliamoci da uomo a uomo. Perché, proviamo a dirla tutta, Vecchioni è come Milano. Una città che molti dicono "mi fa cagare", ma a quelli cui piace slacciarle le stringhe, ustrega.. piace sul serio. Per i tram sgangherati, per i binari lucenti sotto la pioggia, per quell'appannaggio di specchio che fanno i navigli quando capolinea il sole, per quel vecchio grigio che non significa solo smog. Vecchioni è come il ferro per terra, colore scuro, ruggine del tempo, l'odore acre e freddo di quando si bagna, il rischio di taglio.. Ma perche Vecchioni e Milano e sa di Milano. Nato da un padre napoletano, ma formatosi e fermatosi quasi per sempre in citta. Vecchioni e Milano quasi piu di Jannacci. O meglio, Jannacci e una Milano, particolare. Una citta che quasi non ce piu. Quella delle case di ringhiera, dellimmigrazione giovane, di Vincenzina e delle sue fabbriche. E Vecchioni e la Milano di ora e di sempre. Anche il centro, anche i suoi vezzi e vizi. Ma rigorosamente una Milano e Milano 1. Con Milano2 e dintorni il professore non ha niente da spartire e ci tiene a farlo sapere, a rendercelo chiaro. A spiegarci che bisogna resistere e reagire. E non smettere mai di essere vivi. Nemmeno quando sai che sta per iniziare a suonare la tua Viola dinverno. Vecchioni sa, e a volte scoccia sentirsi dire quello che si è. Perché quando parte è come se ti sorprendesse in un abbraccio un vecchio(ni) amico. E le foto in biancoenero fanno effetto. Lo spettacolo punta quasi tutto sul nuovo disco, come e logico. Sullo sfondo uno schermo propone filmati tratti dalla fase di registrazione e progettazione del disco che si interrompono con dei bizzarri stop a seguire, come quelli che tentava Ciccio Graziani con un pallone tra i piedi. La regia della moglie Daria Colombo (ora regista anche dei Girotondi della sinistra autoconvocata) ogni tanto zoppica incerta. Le colonne che minacciano di fare del Grande Vecchio un busto al Pincio, sono da urlo (NOOOOO! Le colonne no!) e le idee sceniche per altro non abbondano. Ci pensa lui, il Grande Vecchio, e fa tutto lui. Come Mazzola con i nove tocchi in area contro il Vasas (sara stato il Vasas? Mah, memoria mia!). Stoppa, dribbla, alza la palla, palleggia, controlla e via segnare fino a una conclusiva (e inevitabile) Luci a San Siro con Mauro Pagani ospite al violino (che ha suonato anche in Shalom e Samarcanda). Di politica si parla un po, perché Vecchioni è di sinistra e noi pure (sto Governo ha proprio risvegliato, inutile cianciare). Mentre lo stomaco girola e la lacrimuccia aspetta "Luci a SanSiro" (stando lilì sul bordo anche in qualche altra occasione), distolgo l'occhio dall'uomo in camicia e gli guardo intorno: Lucio Bardi alla chitarra.. Pietro Cantarelli alle tastiere e fisarmonica.. Claudio Fossati alla batteria.. Mauro Pagani al violino (hah!).. Sulla balconata s'appollaia Maurizio Viola con la sua photomachine.. Evabbè, stamo proprio a casa. Tanto più che dopo l'intervallo si rinizia con "L'Inter ha vinto il derby". E allooooraaa! "..luci a San Siro di quella sera che c'è di strano siamo stati tutti là.." ..Milano mia, portami via. Ho troppo freddo schifo e non ce la faccio piu Canzone per l'estate numero 2. Com'e' che non riesco piu' a volare? Sabato 20 gen 2001 01:05:25 +0100 (di Giorgio Maimone) "Con
tua moglie che lavava i piatti in cucina e non capiva.... Va
bene. Ho un'altra tacca segnata sul cd player. Com'e'
che non riesci piu' a volare e ora ce n'e' un altro. Il primo aveva 45 anni. Il secondo ne ha 49. Io ne ho 47. E ci sono sempre. Sono sempre dal lato di quello che ascolta. E che si chiede perche'. Perche' c'e' un uomo al posto di un altro? E perche' non c'e' qualcuno al posto mio? Ma no, non ne parliamo, il posto e' mio (direbbero Modugno e Tony Renis all'unisono). Com'e'
che non riesci piu' a volare Il bambino biondo non ha piu' una pistola "che sembra vera", e nel letto tua moglie, ora "non ti ha mai saputo amare", ma una volta era una che "non ci ha mai saputo fare" e prima ancora "non ti ha mai saputo dare". E le "nuvole in affitto" sono diventate "vergini in affitto", probabilmente grazie a una lettura piu' aderente al reale del testo. E il freddo ora e' sceso di quota: e' un freddo di "campagna" e non di "montagna". Ma non importa. L'importante e' che chi canta si chieda .... Com'e'
che non riesci piu' a volare e
nelle battute finali una voce in sottofondo suggerisca (giuro) "com'e'
che non riesci neanche piu' a suonare". E questa finora non l'ha
notata nessuno. Ve la do' come chicca del dodicesimo ascolto. Ancora
tre ascolti e finisco nel Guinness dei primati (celebre birra per scimmie)! E
io non riesco piu' a volare Ma mi ricordo lacrime dolci e intense che mi scendevano sul viso in autostrada, di ritorno da Genova, di ritorno da piazza Carignano, l'11 gennaio di due anni fa, quando nel lettore di CD della macchina esplose questa stessa canzone. E capii che ero io, con lui, che non riuscivo piu' a volare. E non ce l'avrei piu' fatta. Non avremmo piu' volato insieme. Com'e'
che non riesci piu' a volare Ma un gennaio di due anni dopo arriva un altro uomo, una figura asciutta, magra, che forse in mano ha due passaporti. E mi pone la stessa domanda. Da un'altra distanza, da un'altra stanza, da un altro paese. E le orecchie ricominciano a ronzare, gli aerei scaldano i motori sulla pista, le ali sciolgono la cera che tiene incollate le piume e le mie onde regolate in una stanza mi danno ancora una volta, una volta almeno ancora, una volta in piu', il permesso di trasmettere. E la trasmissione e' buona, la visibilita' nitida, i radar non mi intercettano mentre scaldo i motori e gli albatros nella neve non mi impediscono di decollare. Come una bella addormentata che si sveglia a tutto cio' che le regalo, con parole complicate di cui faccio collezione per lemie nuove canzoni per l'estate, la torre di controllo ma da' via libera per il volo. Volo volo, posso volare..... Non ho piu' niente per potermi vergognare. NON HO PIU' NIENTE DI CUI MI VOGLIO VERGOGNARE! Com'e'
che non riesci piu' a volare GEORGE BRASSENS (di Giuliano Usai) Circa 20 anni fa,
il 29 ottobre 1981, moriva, per un tumore all'intestino George Brassens.
Fu con Vian, Ferrè e Brel uno dei massimi rappresentanti della
canzone d'autore francese, ed'uno dei principali punti di riferimento
per i cantautori, francesi e non, che seguiranno la via della canzone
(in Italia, fra gli altri, sarà tradotto e interpretato da Paoli
e De Andrè). " i patrioti" se la prende anche col potere tout-court con canzoni come "il gorilla" (tradotta e cantata da De Andrè) che affronta temi come i giudici e la giustizia, e la figura delle forze dell'ordine in "ecatombe" Matrice comune della produzione di Brassens rimane l'allegria con cui affronta le varie situazioni, la derisione del potere e delle istituzioni, e la satira usata per argomentare su tutto e tutti (compreso se stesso in canzoni come " i cornuti"). |
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