da Musicboom.it,
di Ilario Galati
LA TERRA;
LA LUNA E L'ABBONDANZA
In apertura
di recensione ho l'obbligo di porre al mio lettore una serie di domande,
per niente retoriche, che aiuterrano a capire meglio l'essenza di questo
progetto. Comincio: che cosa sappiamo, a trenta e passa anni di distanza,
sulla bomba di piazza Fontana, a parte che è stata piazzata materialmente
dai neo-fascisti? Cosa sappiamo del "suicidio" Pinelli? E dell'omicidio
Calabresi, a parte che sta in carcere uno che non c'entra un cazzo? Chi
di voi sa chi ha pianificato la strage dell'Italicus? E la stazione di
Bologna, a parte che anche qui sono i fascisti a mettere l'esplosivo?
E piazza della Loggia? E Ustica? E il nemmeno tanto celato tentativo di
rivoltare il sistema e modellarlo sull'esempio delle stati autoritari
retti da militari? E i misteri sulla morte di Moro? E Gladio? E i contatti
che c'erano tra la mafia e chi ci ha governati per cinquant'anni? E chi
di voi sa perchè il governo in carica somiglia sinistramente al
progetto di Propaganda 2, con la creazione di club, la rottura indotta
dell'unità sindacale e tutto il resto? Mi fermo qui, ignorando
volontariamente altri fattacci, dalla polizia di Cossiga che spara e ammazza
Lorusso, a Giorgiana Masi, dal ricordo di Craxi come esiliato e non come
latitante, alla repressione di Genova.
Perchè
questa premessa? Perchè queste domande?
Perchè questo progetto è intimamente correlato alla voglia
che le cose possano cambiare... perchè in venticinque anni non
è cambiato niente... o perlomeno è cambiata la facciata
delle cose, qualche nome, qualche simbolo. I responsabili non si sono
trovati, in altri casi non si sono voluti trovare. La nostra democrazia
ne è rimasta segnata... oserei dire mutilata. I misteri che qualcuno
si porta nella tomba hanno cambiato il volto ad un paese, che avrebbe
potuto essere civile. 'Qualcuno era Comunista perchè la stazione
di Bologna, Piazza Fontana, l'Italicus, Ustica, eccetera eccetera eccetera...'
urlava così Gaber alla sua platea. Bene. Essere comunista nel nostro
paese ha significato molto. Per riprendere ancora Gaber, forse non eravamo
comunisti, eravamo altro. Ma quel senso di appartenenza forte che legava
generazioni e classi diverse indubbiamente ha marcato la storia personale
di milioni di italiani, oltre che aver difeso, spessissimo, quei valori
di civiltà sui quali si fonda la nostra repubblica.
Sento quasi di dovermi scusare per aver cominciato così la recensione
di questa nuova versione dell' essenziale lavoro che Lolli scrisse e cantò
ormai 25 anni fa ma, credo, sia di importanza capitale. Ho Visto Anche
Degli Zingari Felici venne pubblicato in un momento importante della nostra
storia recente. Poi succederanno tante cose, arriverà il 77, gli
scontri di piazza, una Bologna messa a soqquadro, i morti, la repressione.
E poi i compagni che scelsero di sparare, quelli che si rifugiarono nel
privato, quelli stroncati dall'eroina. Allora, la domanda che dobbiamo
porci è anzitutto questa: a chi è indirizzato questo remake?
Ci sono nuove orecchie pronte a captare e metabolizzare queste canzoni?
Io credo che la risposta sia assolutamente affermativa.
L'opera acquista un nuovo respiro, le canzoni sono attraversate da un
afflato, diciamo così, no global. Segno che il tempo non ha scalfito
il profondo significato legato alla musica. Non credo sia importante chiedersi
se sia meglio questo o l' originale. Penso sia più importante evidenziare
come dal 75 ad oggi, l'audience di questa operina è mutata tantissimo
(io nel 77 non ero un autonomo dato che avevo solo qualche mese di vita)
ed è sottinteso che gli zingari felici rapiranno altra gente, capace
di sentire e capire.
Per ritornare al disco nudo e crudo, credo che il lavoro del Parto delle
Nuvole Pesanti sia di notevole fattura. Le canzoni ne escono rinnovate
ma non stravolte, riarrangiate con gusto e tatto. L'iniziale e conclusiva
title-track è forse il momento più alto: la band di Peppe
Voltarelli pesta sugli strumenti acustici come fosse una band di punk-rock,
il tamburello che porta il ritmo vertiginoso di una pizzica, i fiati che
si rincorrono. In altri casi il lavoro della band è molto meno
invasivo, come nella dolorosa Agosto, le cui parole bruciano ancora oggi
come una manciata di sale su una ferita non rimarginata. In altri casi
ancora, come Albana per Togliatti, il nuovo arrangiamento risulta essere
più indovinato ed azzeccato dell'originale. In questo caso è
anche la linea melodica del cantato a subire alcune modifiche.
Credo che sull'importanza del progetto non ci sia da aggiungere altro
se non che fa piacere sapere che Claudio Lolli stia vivendo una seconda
giovinezza artistica, dopo che per anni era stato etichettato come lo
stereotipo del cantautore impegnato, barboso, palloso, le cui parole avessero
molto più peso della musica. Fa piacere per tanti motivi. Anzitutto
perchè è bello sfatare i luoghi comuni (gli Zingari Felici
è un album suonato con i fiocchi), in secondo luogo perchè
credo che la sua voce serva ancora molto alla musica italiana. Infine
perchè, come suggerisce la già citata Albana Per Togliatti,
unire i 'giovani' e i 'vecchi' attraverso un'idea comune sia bello. Provate
ad immaginare la platea del nuovo spettacolo di Lolli: i cinquantenni,
certo, ma anche i ventenni che seguono il Parto. Ed è bello immaginarli
insieme che cantano: 'ma riprendiamola in mano, riprendiamola intera,
riprendiamoci la vita, la terra la luna e l'abbondanza'.
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Rockit, di Giuseppe Catani (e-mail:
dott.catanga@virgilio.it)
HO VISTO ANCHE DEGLI
ZINGARI FELICI
Uscito
originariamente nel 1976 (al prezzo imposto di £ 3.500), “Ho
visto anche degli zingari felici”, oltre ad essere uno dei dischi
più riusciti di Claudio Lolli, rappresenta uno dei migliori momenti
del cantautorato italiano di quello straordinario, e per certi versi
irripetibile, decennio.
Registrato dopo tre dischi segnati da rabbia e tristezza (più
tristezza che rabbia, a dire il vero…), il lavoro in questione
inaugurò una fase nuova della produzione del cantautore bolognese:
la sua energia, le atmosfere fresche, contrapposte al clima di depressione
quasi generale di LP come “Aspettando Godot” o “Un
uomo in crisi”, segnarono anche un intero movimento, quello del
’77, che trasformò il ‘disco degli zingari’
in una sorta di inno generazionale. Ventisette anni dopo - ma sembra
passato un secolo - “Ho visto anche degli zingari felici”
torna in una nuova edizione ed in versione live (con registrazioni durante
i concerti di Crotone, Livorno, Milano, Bologna e Faenza), e ancora
con un prezzo accessibile (14 euro). Accompagnato per l’occasione
da Il Parto delle Nuvole Pesanti, Lolli riprende le sue vecchie canzoni
e le reinterpreta senza snaturarle, resistendo alla tentazione di cambiarne
i testi (come era accaduto, qualche anno fa, con la rivisitazione di
“Borghesia”), e, soprattutto, rinunciando a sovvertirne
le strutture, scegliendo la via della ‘conservazione’, contrapposta
alla possibilità di uno snaturamento tout-court.
E la sorpresa è proprio questa: un progetto del quale, vista
la non indifferente diversità stilistiche dei protagonisti, si
poteva prevedere un misero fallimento, si è rivelato, al contrario,
fonte di un felice (ed inaspettato?) incontro di due modi di porsi nei
confronti della musica. Mettere insieme un cantautore vecchio stampo
con un gruppo di casinisti tarantolati, non è stata, alla fin
fine, un’operazione avventata, tutt’altro. La capacità
di unire esperienze così diverse tra loro, rappresenta il punto
di forza di questa rivisitazione: la gioia e l’allegria de Il
Parto delle Nuvole Pesanti si è incastrata con le qualità
da cantore intimista di Claudio Lolli. Peppe Voltarelli e soci hanno
curato con enorme riguardo, quello di chi guarda ad un passato prestigioso
con rispetto e - perché no - venerazione, gli arrangiamenti originari,
concedendosi poche divagazioni. Un aggiungere senza sottrarre, con qualche
eccezione, riscontrabile in alcune incursioni free-jazz del sassofonista
Raul Colosimo, o nella versione, quasi da balera, di “Anna di
Francia”. Rimane da capire se le giovani generazioni, i cui volti
sono ritratti in copertina con un significativo bianco e nero, sapranno
capire il valore ‘militante’ di questo disco. Per non parlare
della sua attualità, con due pezzi come “Agosto”
(una drammatica testimonianza della stage del treno Italicus - strage
che, a distanza di quasi tre decenni, non ha ancora un colpevole) e
“Primo maggio di festa” (che parla della guerra nel Vietnam,
con gli americani sono ancora i padroni del mondo).
Forse che tutti questi anni sono passati invano?
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Liberazione, 06.12.2000 (di
Checchino Antonini)
NESSUN UOMO E' UN UOMO QUALUNQUE
Il poeta Gianni D'Elia, i Gang e due
inediti ripescati dagli anni 70 nell'ultimo lavoro di Claudio Lolli che
sarà presentato oggi a Roma
La fisarmonica dei Gang arriva, nitida, alla fine della prima strofa.
E porta con sé tutto il resto: echi della canzone francese, sentori
d'Irlanda, la canzone d'autore degli anni 70 e le lezioni dei decenni
sucessivi. «La colonna sonora della nostra vita», scrive su
internet un anonimo che interviene a proposito degli "zingari felici".
L'unico ad averli visti - «ubriacarsi di luna e rotolarsi per terra»
- è Claudio Lolli che torna a Roma, stasera (Alexander Platz ore
22.30), a presentare "Dalla parte del torto" (Suonimusic 2000).
Il lavoro, svolto a quattro mani con lo chansonnier Paolo Capodacqua,
contiene questa versione di "borghesia" accompagnata dal gruppo
dei fratelli Severini. A completare l'album, due inediti degli alli '70,
un brano dedicato a Giancarlo Cesaroni (fondatore del Folkstudio scomparso
due anni fa), tre "classici" ricontestualizzati e una poesia
di Gianni D'Elia - "vecchia conoscenza" di Lolli e soci - che
cuce le due parti del cd leggendo "Riascolando gli zingari felici",
regalando la storia di un sax che fa il vento in una piazza deserta.
Lolli "soffierà" queste canzoni stasera leggendo i testi
su spartiti e bigliettini. In tutto questo tempo non ha mai smesso di
fare dischi e libri (mai seguito abbastanza da editori e discografici),
muovendosi a mo' di vecchia talpa nello scambio di memoria e sogni di
movimenti e generazioni. Sottotraccia, ma tenacemente, senza mai adagiarsi
sulle centomila copie vendute da quella visione gitana già evocata
più volte, il professore bolognese va avanti con la sua ricerca
poetica, chi lo avesse cercato lo avrebbe trovato sempre "Dalla parte
del torto". Il disco, prodotto da "storie di Note", ha
potuto vedere la luce grazie alla passione all'impegno di Rambaldo degli
Azzoni, Flavio Carretta e diego michelon che lo ha arrangiato. Ma il progetto
è nato quasi per caso quando Tommaso, il primogenito di Lolli,
rovistando in casa, ritrova una cassetta con alcuni pezzi che suo padre
non ha mai inciso. «L'ho sbobinata io - racconta a Liberazione Paolo
Capodacqua, chitarrista e cantautore - era una specie di "bloc notes"
con dentro, fischiettati, i motivi di alcune canzoni. Da lì sono
spuntati i due inediti ("Il mondo è fatto a scale" e
"nessun uomo è un uomo qualunque"). È stato emozionante
riascoltare cose di quella stagione». Capodacqua, di nove anni più
giovane di Lolli, lo accompagna da dieci nei concerti e nel lavoro in
sala: «fu Angelo Ferracuti, scrittore minimalista marchigiano -
ricorda - a farci suonare insieme a Fermo». Da allora viaggiano
insieme, «tra il colore del futuro e quello del passato».
E per spiegare da che parte stannno hanno scelto un verso di Brecht. |
Mucchio Selvaggio, n.422, 12-18.12.2000
(di Giovanni M. Ripoli)
CLAUDIO LOLLI
DALLA PARTE DEL TORTO
Storie di Note
Più che una recensione è un appello contro la piccola
imbecillità di certi giornalisti e la loro colpevole omertà
rispetto alla produzione di un artista che se fosse nato a Montreal
(non dico a Duluth) godrebbe di ben maggiore rispetto e attenzione.
non foss'altro per quello che ha detto, scritto, cantato in almeno due
"classici" e intendo gli album Ho visto anche degli zingari
felici (1976) e Disoccupate le strade dai sogni (1977), certamente dischi
"politici" come si sarebbe detto allora, innegabilmente ideologici,
ma felicemente ricchi di lucide soluzioni musicali e poetiche da autentica
disillusione generazionale. "Ora si sa che i tempi cambiano"
come mutua De Gregori da Dylan, nel senso che coerenza e rigore (salvo
che sui campi di calcio...) non fregano niente a nessuno, ma spiace
segnalare che finite "le ricreazioni del '68 e del '77" e,
nonostante un'ennesima sequela di dignitosissimi album (14 in complesso),
seppure realizzati con pochi mezzi, col "ritorno alla normalità",
i più, fra gli addetti ai lavori, abbiano colpevolmente dimenticato
Claudio Lolli. Così quegli stessi critici che si entusiasmano
per l'ultima scoreggia di Celentano, per il manierismo contiano in salsa
internazionale, per gli appelli "posticci" alla memoria del
Che, come pure per l'anonimo song-writer di Des Moines o Croversdale
Creek, restano indifferenti a canzoni come Nessun uomo è un uomo
qualunque, o L'amore ai tempi del fascismo, o la splendida Folkstudio,
ovvero alcune delle cose più belle dell'ultima produzione di
Lolli, il quale indifferente ai condizionamenti dei tempi e dei costumi,
continua a cantare e scrivere con il consueto talento, come riusciva
forse al solo De André (e non suoni bestemmia o cazzata!). L'album
Dalla parte del torto, ne conferma i pregi con il solo limite di non
avere alle spalle sponsor & promotion e di suonare - a volte (l'album)
- un po' "povero" (conseguenza inevitabile di un budget stringato...).
In esso alcuni "inediti" (Nessun uomo è un uomo qualunque
e Il mondo è fatto a scale) rinvenuti dagli anni di "Godot"
e "Michel", altri in una nuova veste (da segnalare Borghesia
realizzata coi Gang), alcuni nuovi. Tutti magistralmente interpretati
dal nostro che ha voce e timbro inconfondibili. Di una certa suggestione
una poesia di Gianni D'Elia Riascoltando gli zingari felici, letta dall'autore,
che peraltro appare fuori luogo. L'album è stato realizzato artigianalmente,
ma dignitosamente da Storie di Note, piccola etichetta di qualità.
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Il Domani della Calabria,
23.08.2000 (di Pier Paolo De Salvo)
Musica e poesia di Lolli
Il professore miscela vecchio e nuovo con nostalgia
Negli anni '70 cantava "canzoni di rabbia",
oggi è un tranquillo professore di liceo che non dimentica la
passione per la musica e la letteratura. Claudio Lolli, il cantautore
bolognese, fuori dalla mondanità e dal clangore agostano, ha
tenuto una serie di concerti in Calabria. Lunedì sera si è
esibito a Marzi. Lo abbiamo incontrato, prima del concerto, con un gruppo
d'amici in un bar. Cordiale e affabile nei modi, ci ha raccontato delle
sue ultime esperienze. Ti accorgi subito di avere di fronte "una
persona per bene" come direbbe il suo conterraneo Enzo Biagi. Una
persona dotata di un rigore morale d'altri tempi. Se la prende, ma non
troppo, con chi ha millantato la sua presenza durante la tappa cosentina
della carovana Beat di "Pullman my Daisy" <Non è
corretto, così non si fa>. Ciò che affascina di più
è la motivazione addotta a questo suo forfait: <ero impegnato
con i miei alunni per gli esami di Stato. Avevo affermato che non avrei
potuto lasciare>. Asciuttezza, rigore: è quello che emerge
dalle sue parole. Sa farsi bastare quello che ha. Non cerca il profitto.
Niente locandine colorate: una fotocopia con luogo e data del concerto
sono il suo "tam tam". Il resto lo fanno le canzoni. Ha raggiunto
la Calabria in treno e con lo stesso mezzo tornerà a Bologna
per dieci giorni di pausa tournée. Parla ancora della sua città
<è cambiata: la sconfitta della sinistra è un segnale
forte, manca l'aggregazione, comincia a prevalere l'individualismo>.
Poi un'ultima tirata di sigaretta "per schiarire la voce"
prima di iniziare il concerto. Nella piazzetta di Marzi una scena essenziale.
Niente effetti speciali, solo due colonne di luci, un amplificatore
e due chitarre. Ad accompagnare Lolli, come avviene da qualche anno,
il maestro Paolo Capodacqua. Con la sua chitarra classica riesce a costruire
un gioco d'armonie sempre indovinate. Si parte subito con "La fine
del cinema muto" tratta dall'album Claudio Lolli. Una canzone che
analizza il cambiamento, la metamorfosi. Un richiamo, forse, al personaggio
di Gloria Swanson in "Viale del Tramonto". Così come
gli attori del cinema muto si adattarono o rifiutarono l'avvento del
sonoro, l'uomo accetta o soccombe rispetto al mutare delle cose della
vita. Come in un gioco si perde o si vince. Ma Lolli tiene a ricordarci
che non è vero che "chi perde ha torto e che ha sempre ragione
chi vince". Gioca con le parole, da attento conoscitore della semantica.
Nelle canzoni il testo è fondamentale, si avvinghia alle note
e alle armonie, mantenendone, però, dominanza. Più che
un concerto è un recital. Alcuni brani sono letteralmente declamati.
Vecchio e nuovo si miscelano con qualche nostalgia. I pezzi forti degli
anni 70 sono riarrangiati. "Primo Maggio di festa" e "Ho
visto anche gli zingari felici" animano i presenti. Lolli dialoga
con il pubblico, presenta ogni canzone. Tra un brano e l'altro non disdegna
un goccio di vino da una bottiglia sapientemente adagiata vicino alla
chitarra. Sarà dell'ottimo Savuto prodotto da queste parti: quel
"succo di pietra" che macchia il bicchiere. La serata fila
via veloce, due bis e si chiude. Anche se gli appassionati non lo vorrebbero
lasciare andare. Qualcuno tira fuori vecchi Lp di "puro vinile"
da riportare a casa con l'autografo. Lolli firma. Lasciamo questo poeta
cinquantenne che oscilla tra presente e ricordi. Anche se la serenità
forse non gli appartiene. Perché come recitava una sua canzone
<la serenità non sa convivere con la memoria>.
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L'Adige del 30.09.1999 (f.d.s.)
"Lolli, poeta coraggioso"
"E' passato del tempo. Alcuni cantautori italiani
sono diventati cosi' intimisti da sembrare di peluche. Altri sono diventati
patrioti rampanti, filoitalici, filomilitari, filointerventisti, hanno
scoperto tutte le "politiche" possibile pur di restare a galla,
continuando pero' a dire che non si occupavano di politica. E' passato
del tempo anche per Lolli, ed e' cambiato anche lui, anche se, a differenza
di altri, le idee fondamentali della sua musica sono immutate".
Ci piace ricordare queste parole di Stefano Benni quando ci dobbiamo
occupare di un cantautore come Claudio Lolli. Piccolo uomo vero, artista
di culto, come si dice ormai di quelli un po' "sfigati", ma
che come pochi e' riuscito a cantare la rabbia e l'insoddisfazione di
un mondo troppo lontano dalle utopie. Claudio Lolli ritorna in Trentino
sabato sera con il concerto a Lavis organizzato dall"Associazione
Culturale "Musicadove", accompagnato dal chitarrista Paolo
Capodacqua. Nome storico della scuola cantautoriale italiana, Lolli
ha vissuto la sua stagione piu' fortunata nella seconda meta' degli
anni settanta, ma ha proseguito, in tutti questi anni, a sfornare album
di qualita' e peso artistico senza peraltro incontrare i favori dell'establishment
discografico. Lo schivo autore bolognese, tanto malinconico e raffinato
quanto coraggioso e ribelle, colpisce, anche nelle sue prove piu' recenti
per la lucidita' poetica della lettura dei nostri giorni. Lo scorso
anno ha pubblicato un nuovo cd che gli e' valso il prestigioso riconoscimento
alla carriera del Premio Ciampi. In questa occasione presentera' anche
i brani dell'ultimo cd "Viaggio in Italia", accanto alle ballate
storiche che hanno permesso a Lolli di conquistare l'affetto di molti.
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La Sicilia del 19.08.1999
Uomini veri, lontani dal Grande fratello
E' di uomini che avremmo bisogno, uomini veri. Uomini
che sappiano parlarci delle loro angosce quotidiane, dei loro difetti,
delle loro miserie, della loro impotenza. E' di uomini che dovremmo
parlare, uomini autentici. Uomini stanchi di ridere sepolti da un eterno,
inutile carnevale, stanchi di naufragare tra amanti, direttori, mogli,
stadi, schedine, precetti. Uomini e donne normali, e percio' straordinari,
vorremmo incontrare tra le strade delle nostre citta', dei nostri paesi,
dei nostri quartieri, nelle scale dei nostri palazzi. Uomini e donne
capaci ancora di commouversi, di piangere, di arrabbiarsi, di capire,
di ragionare, di valutare. Di gioire. Di piccole e di grandi cose, di
conquiste, di sconfitte, di rinunce, di sacrifici. Ce n'e', ce n'e'.
Uomini e donne, persone che non si sono lasciate omologare, che hanno
scelto la dimensione dell'essere umano vivo, non quella sotto vuoto
spinto imposta da chissa' quale Grande fratello che dall'alto ci guarda,
ci guida, ci protegge. Ci distrugge. Claudio Lollifa pochi dischi, pochi
concerti. In radio passa raramente. In tv, poi, mai. Che avra' fatto
di buono Lolli per meritare questo? Chi lo ha salvato dall'intruppamento,
dalla generalizzazione, dall'appiattimento degli atteggiamenti, dei
modi di essere e di fare? Ha fatto semplicemente l'uomo libero. Libero
non senza dubbi. Libero non senza tormenti. Libero, semplicemente, dai
condizionamenti del mercato, diventato da quando lui comincio' a cantare,
un supermercato "canti tre paghi due" o giu' di li'. Certo
per uno che ha scritto le poesie che ha scritto lui, ci voleva quella
che Paolo Rossi definirebbe una bella dose di "culo" a non
finire ingabbiato, a non cedere alla tentazione del business. Ma la
sua fortuna e' la coscienza, dunque tutt'altro che superstizione. Oggi
i piu' celebrati miti del cantautorato politico degli anni '60 e '70
non cantano per meno di pacchetti di decine e decine di milioni, alloggiano
in alberghi con piscine e panorami, i piu' comodi e i piu' lontani dalle
strade della gente. Fatti loro, giusto. Chissenefrega! Lolli, pero',
no. Lui canta con la gente, per la gente. Con la gente, anzi, spesso
dorme pure prima e dopo i suoi concerti, che costano poco a chi li organizza,
molto a chi li ascolta. Moltissimo. Perche' riaprono il conto con te
stesso, con gli altri, con tutti quelli che viaggiano da una vita con
l'etichetta apposta dalla casa madre, prodotto doc controllato all'origine,
e con tutti quelli che le etichette se le sono fatte stampigliare strada
facendo, quando hanno ceduto di schianto alla tentazione di non essere
piu' nessuno, ma di appartenere a qualcuno. Non essendo il primo un
male, ma una collocazione possibile e naturale e, dunque, estremamente
dignitosa, continueremo a preferirla all seconda, per quanto sia male
contagioso e sempre piu' comune. Di uomini avremmo bisogno. Uomini veri.
Come Lolli.
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Liberazione del 08.08.1996, di Checchino
Antonini
Lasciate libera la parola, raccontate una storia
Sembra un vecchio cinema di terza visione ma e'
uno studio a due passi da San Pietro. E' appena terminata la registrazione
del nuovo disco di Claudio Lolli, il decimo di una carriera iniziata
ventritre anni fa. Nei pochi metri quadrati della regia siamo stipati
in quattordici. Mentre ascoltiamo il lavoro finito, l'arrangiatore Diego
Michelon e gli altri mimano gli strumenti, si sorridono o si concentrano
a occhi chiusi su questi dieci pezzi che ormai conoscono a memoria.
In fondo c'e' Claudio Lolli, quarantasei anni, insegnante di italiano
e latino in un liceo scientifico vicino Bologna. Per adesso il disco
s'intitola "Canzoni senza musica" e nasce da un riascolto
di Piero Ciampi, il cantante livornese scomparso, la quale Lolli e'
molto legato.
- Ma l'atmosfera in questa sala non sembra quella che descrivi nel
brano, non c'e' l'indifferenza tra autore e i professionisti.
E' vero c'e' un'aria diversa ma il problema e' tra la voce parlante
e l'industria, tra il desiderio di dire e l'ambiente in cui la parola
viene presa: ecco, Ciampi e' riuscito a non farsi prendere.
- Come hai incontrato la Tide, l'etichetta indipendente romana che
produce anche gli EZezi e gli Handala?
E' stato lungo e laborioso, venuto fuori da un rifiuto delle major.
Quello che sto facendo in questo momento e' proprio incompatibile con
l'industria musicale in Italia. Alcune delle mie produzioni precedenti
erano brutte anche perche' la casa discografica ti mette a disposizione
arrangiatori e musicisti che non conosci e che tentano di standardizzare
tutto. Credo che il mio ultimo disco la Emi lo abbia fatto per scaricare
l'Iva. Qui invece ho a che fare con delle persone che credono nelle
cose che faccio e nel lavoro che fanno loro.
- E il tuo rapporto con il pubblico come e' cambiato?
Per un periodo sono stato durissimo: era appena uscito "Extranei"
(1981), un album abbastanza complicato cantato tutto d'un fiato nei
concerti per quasi un'ora. Se mi chiedevano "Michel" o cose
del genere, non le cantavo: un concerto non doveva essere un rito consolatorio
ma inquietante. Oggi penso che la ritualita' sia qualcosa di piu' profondo:
ne abbiamo bisogno per cementare il senso dell'essere insieme.
- Non e' la prima volta che lavori con persone al di fuori della
musica come lo scrittore Gianni D'Elia.
Fondamentale per questo disco e' valorizzare le parole. Gran parte delle
canzoni che senti in giro sono sacrificate ad una confezione piacevole,
ammaliante, intrigante. Invece non si dovrebbe rinunciare alla capacita'
liberatoria della parola.
- Che rapporto c'e' tra le tue canzoni e l'attualita'?
Bisogna raccontare delle storie. Difficilmente riesco a spiegarmi quello
che sta succedendo con gli strumenti della razionalita' ma probabilmente
il cuore e' gia' oltre l'ostacolo. E allora cio' che riesce almeno a
intravederlo da lontano e' il gioco della parola. Le storie nella loro
liberta' fantastica sono sempre un po' piu' avanti.
- Frequenti la societa' degli artisti comunisti e le feste di Liberazione.
Eppure, se capita l'occasione, marchi sempre la tua distanza.
Con questi musicisti ho un rapporto ottimo. I rapporti personali non
sono cosi' piatti, non ci si riconosce solo nell'identita' politica.
Riconoscersi in un'identita' e' uno dei problemi dell'Europa di oggi:
regredire fino a che non si trova un'identita' che non esiste... poi
si arriva alle guerre.
- Forse e' il momento di perdersi un po'?
La perdita c'e' gia' stata, il problema e' accettarla. E' chiaro che
l'occidente vive un momento di straordinaria perdita d'identita'.
- Qual'e' l'idea di "Curva Sud", uno dei pezzi piu' intensi
dell'album?
La curva sud e' il posto dei coatti, dei fanatici, di quelli che interpretano
il calcio e la vita in termini militari. Oggi l'Italia e' diventata
una specie di stadio.
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HOBO Promozione (1998)
Claudio Lolli, "Viaggio in Italia",
con Paolo Capodacqua
"Quando hanno proposto a mio fratello Paolo
Capodacqua e a me di registrare il concerto che da anni facciamo "viaggiare
in Italia" (da Bolzano a Reggio Calabria, isole comprese), abbiamo
accettato con entusiasmo. E' uscito invece questo disco "strambo":
non un disco dal vivo, ma completamente realizzato in studio, con canzoni
inedite, rivisitazioni del repertorio precedente ed alcun piccole perle
che Paolo regala al pubblico ogni sera, con tenace modestia e grande
successo. E' un viaggio in un'Italia a volte cupa e tormentata, a volte
limpida e progettuale, sempre pero' attenta e critica. Un viaggio che
non sarebbe mai arrivato al porto del CD senza la stima e l'affetto
di "capitani coraggiosi" come Flavio, Maurizio e Mimmo che
cito, per intimita', solo per nome ed in rigoroso ordine alfabetico.
Piu' che a Paolo e a me, e' a loro che si deve questo lavoro. Del resto
l'affetto, ai tempi del fascismo, e' merce rara e preziosa. Pero': "nessuno
si senta escluso". Esiste ancora."
Con queste parole Claudio Lolli presenta "Viaggio in Italia",
il suo nuovo album prodotto da Mimmo Locasciulli. Scarno ed essenziale,
come del resto siamo abituati a conoscerlo, Lolli sintetizza in poche
frasi quello che, invece, e' il frutto di un lungo e coerente confronto
con il pubblico dei teatri, delle arene e delle piazze di tutta Italia,
in cui ormai da anni si presenta con il solo Paolo Capodacqua, fedele
compagno di viaggio, chitarrista e coautore in molte recenti composizioni.
Il progetto iniziale effettivamente prevedeva la realizzazione di un
album "live" nudo e crudo, quasi un'arte povera applicata
ai moduli musicali e alle tessiture poetiche che, nel corso degli anni
hanno determinato l'inconfondibile stile del cantautore bolognese. Negli
incontri programmatici che Lolli e Capodacqua hanno avuto con Locasciulli,
si e' fatta strada invece l'ipotesi piu' impegnativa di realizzare un
album che contenesse parte dell'abituale repertorio presentato nei concerti,
oltre che le nuove composizioni (che alla fine sono diventate cinque),
testimonianza diretta di una ulteriore e continua crescita artistica.
Lolli stupisce per la capacita' che ha di portare la sua lucida analisi
dell'umano, del sociale e del politico a livelli altissimi di poesia,
letta e raccontata con quella sua voce quasi distratta o lontana, pur
tuttavia intensa e coinvolgente, inequivocabilmente identificabile.
Egli continua a schierarsi dalla parte dei non allineati, dei non omologati,
della "gente lontana dal traguardo", con una partecipazione
totale e definitiva. La sua musica e' la colonna sonora della quotidianita'
che si afferma nelle lotte, nei valori, nella solidarieta' e nel riscatto,
senza l'enfasi pomposa dei comizianti, senza la sterile protervia degli
oratori e dei censori di professione. Tutto il suo bagaglio, tutto il
suo particolarissimo mondo vengono in questo album sottolineati dagli
arrangiamenti e dalla produzione di Mimmo Locasciulli che probabilmente
ne ha saputo cogliere le sfumature piu' significative senza peraltro
stravolgerne il "modo". Alcune storiche canzoni ("Aspettando
Godot" e "Keaton", quest'ultima conosciutissima nella
verione di Francesco Guccini) sono state rivisitate aggiungendo una
abbondante dose di ironia; altre ("Michel", "L'isola
verde", "Ho visto anche degli zingari felici", "Viaggio"
e "Io ti faccio del male") sono state vestite dagli abiti
nuovi di una orchestrazione sensibile ed efficace, con il risultato
di una ulteriore valorizzazione dei gia' profondi contenuti. Perle nelle
perle sono le presenze di Ambrogio Sparagna all'organetto in "Aspettando
Godot" e di Andrea Carpi, indiscusso maestro del "finger picking",
in "Michel" e in "L'isola verde". Dei cinque inediti,
tre sono spledidamente interpretati da Claudio Lolli ("L'amore
ai tempi del fascismo", "L'amore e' una metamorfosi"
e "Vorrei farti vedere la mia vita"), gli altri due ("Non
conosco sorrisi", dedicata al fratello maggiore di Ignazio Silone,
e "Come Fred Astaire") da Paolo Capodacqua che, alla sua primissima
esperienza discografica, riesce ad imporre tutta la sua padronanza del
mestiere di cantautore.
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L'Arena del 25.08.1999 di Beppe Montresor
Un cantautore storico che gode ancora
di una fama meritata
Lolli, con nostalgia
Nelle sue canzoni rivivono gli anni Settanta
La voce si e' un filo arrochita, magari perdendo
qualcosina in fluidita' e modulazione, probabilmente anche per la diminuita
consuetudine al palcoscenico. La stessa forse, ma forse, e' un po' anche
un vezzo, un mettere apparentemente un po' i distanza che lo spinge
a leggere da un libretto le parole delle sue canzoni, come se le avesse
dimenticate. E il canto, in effetti, a tratti e' piu' vicino al parlato:
vedi il brano iniziale. "Viaggio", addirittura del 1973, i
nuovi arrangiamenti di certe vecchie canzoni, per esempio "Ho visto
degli zingari felici", "Angoscia metropolitana", "Borghesia"
oltre a tutto, tendono quasi a voler spezzare l'antica linea melodica,
e per lo piu' non sembrano affatto necessari. Altrove, per esempio in
"Dita" par quasi che si sofrzi, in maniera un po' goffa, di
cantare con un'aggressivita' funky, come se volesse far vedere che non
e' fuori dal tempo, ancorato ai vecchi stilemi espressivi da classico
cantautore anni '70. Con tutto cio' Claudio Lolli in concerto l'altra
sera alla Festa dell'Unita', accompagnato dalla chitarra di Paolo Capodacqua
(con cui ha lavorato anche per "Viaggio in Italia", la sua
ultima uscita sul mercato discografico, prodotta e arrangiata da Mimmo
Locasciulli), davanti ad un pubblico abbastanza numeroso, non ha affatto
deluso, confermandosi per noi, anzi, uno degli esponenti di maggior
talento della seconda generazione cantautoriale italiana, quella degli
anni '70, delle discussioni sulla cultura operaia, dell'laternativa
tra ideologia e organizzazione, degli amori personali mescolati, quasi
sempre con esiti poco armonici, a quelli per Togliatti o alle sfilate
per il Vietnam. "Scontroso e solitario nella sua affollatissima
solitudine" ci e' sempre parso Lolli, per citare una sua stessa
espressione, peraltro non dichiaratamente riferita a se', usata in una
sua raccolta di racconti pubblicata qualche anno fa. Ci ha sempre colpito,
snche al concerto dell'altra sera, la forza, l'intensita' drammatica
delle parole cantate e delle musiche pensate da questo menestrello urbano
colto e lucidissimo. Ci ha colpito la sua capacita' di trasportare su
un paino collettivo, se non universale, la vicenda particolare, privata
se non necessariamente personale, proverbialmente privilegiando, con
autoconsapevolezza spietata e disarmante, situazioni emotive non propriamente
da allegra festicciola (sulla sua "sinistra" fama, Lolli ha
scherzato con la consueta, tagliente ironia: "Contesto", ha
detto tra il serio e il faceto, "la mia nomea di cantante sempre
malinconico: anche se non mi riuscirebbe cosi' facile, nemmeno oggi,
scrivere cose tipo 'penso positivo'"... Quindi ha attaccato con
"Io ti faccio del male", una canzone sull'amore ovviamente
intriso di spine). Avvolte in quel retroterra sonoro abbastanza semplice,
caratterizzato da abbondanza di accordi aperti e ipnotici, "recitate"
con quella dizione abbastanza singolare, per un bolognese, e molto attenta
alla sottolineatura della parola, sono tante le canzoni notevoli scritte
e cantate da Lolli, alcune riproposte anche alla festa dell'Unita':
"Analfabetizzazione", "Ho visto anche degli zingari felici",
"Anna di Francia", "Borghesia" (per quest'ultima,
una precisazione, ancora tra il serio e il faceto, Claudio ha ammesso
di non averci azzeccato molto, e che il brano... dimostra i suoi anni).
Spazio anche a omaggi a Georges Brassens (e anche nel modo di cantare
Lolli ha accentuato i suoi evidenti amori per gli chansonniers, tanto
da ricordare in qualche caso anche l'espressivita' di Paoli), a Piero
Ciampi, alla canzone politica italiana (il pezzo noto come "Quella
sera a Milano era caldo" o la "Ballata di Pinelli").
Applausi di sincero gradimento per un cantautore oggi "storico",
che gode di un piccolo culto di nicchia, ma che, secondo noi, non e'
stato sufficientemente valorizzato, soprattutto se confrontato con alcuni
suoi coetanei colleghi, di maggior successo ma di minor talento.
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La Tela di settembre-ottobre 1999, numero
54, anno 6
Intervista a Claudio Lolli
Claudio Lolli e' uno dei personaggi piu' significativi
della canzone di protesta degli anni settanta che l'hanno visto protagonista
con dischi come Aspettando Godot (1972), Un uomo in crisi (1973), Canzoni
di rabbia (1975), Ho visto anche degli zingari felici (1976) e Disoccupate
le strade dai sogni (1977), che raccolgono in musica le disillusioni
e la rabbia di tutta una generazione. I suoi testi sono venati di una
melanconia palpabile, tra poesia e musica, come se Leopardi incontrasse
De Andre' e i cantautori francesi. Canzoni come Angoscia Metropolitana,
Michel e Borghesia rivelano la caratura di questo straordinario cantastorie
che trova la sua ispirazione nelle piu' profonde esperienze umane sia
per denunciare i mali della societa' che per raccontare le sue sofferenze
personali. Col passare degli anni Lolli si allontana dai riflettori
anche se continua a scrivere splendide canzoni come Alla fine del
cinema muto, Tutte le lingue del mondo e La morte avra'
i tuoi occhi. Nel '98, a un solo anno di distanza dall'album Iintermittenze
del cuore, realizza in collaborazione con Paolo Capodacqua e Mimmo
Locasciulli Viaggio in Italia, un lavoro che congiunge passato
e presente attraverso la rilettura di classici come Michel e Aspettando
Godot e nuove composizioni che rilevano la rinascita di uno dei cantautori
piu' importanti e autentici di sempre. Michel e' forse il capolavoro
dell'intera raccolta che grazie alla fisarmonica di Locasciulli riscopre
una nuova vitalita'. Tra gli inediti spiccano L'amore ai tempi del
fascismo e Non conosco sorrisi, scritta da Paolo Capodacqua,
chitarrista che con i suoi delicati arpeggi contribuisce a rendere l'intero
lavoro ancora piu' affascinante.
- Quali sono i tuoi principali modelli musicali e letterari?
Sono stato sicuramente influenzato dai vecchi cantautori americani e
francesi. In letteratura non si puo' parlare di modelli, anche se mi
piacciono molto alcuni scrittori americani.
- Come mai hai fatto una scelta radicale di uscire dal mercato?
Credo sia stata una scelta reciproca. Non mi andava di stare a certe
condizioni anche se non c'e' alcun tipo di pregiudiziale nei confronti
di chi continua a fare musica ad alti livelli.
- Cosa pensi dell'attuale scena musicale italiana?
Non la conosco molto bene anche se ho avuto modo di ascoltare diverse
cose interessanti di giovani gruppi poco conosciuti. Ho scoperto con
piacere che c'e' una particolare ricerca anche dei testi delle canzoni
oltre che della parte musicale.
- Credi che la visione pessimistica che ha caratterizzato le tue
canzoni sia ancora attuale?
Assolutamente si'.
- "Angoscia metropolitana" parlava di una disperazione
assoluta. Se l'hai vissuta che cosa ti ha salvato?
La musica e la letteratura.
- E' giusto parlare di un rapporto di amore e odio verso la Chiesa
cattolica?
La parola amore la puoi togliere.
- Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sto terminando di scrivere un libro e entro la prossima estate dovrebbe
uscire il mio nuovo disco, che e' una raccolta di inediti mai registrati.
- Come nascono oggi le tue canzoni e come nascevano vent'anni fa?
Nascono da allucinazioni. Rispetto a vent'anni fa sono sicuramente cambiati
lo stile e i contenuti; credo di aver superato l'adolescenza, anche
se non del tutto.
Ricordi il titolo della prima canzone che hai scritto?
Quando avevo dodici anni ho musicato una peosia di Jacques Prevert,
C'est Comme.
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