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Francesco De Gregori: “Una buona
canzone è sicuramente meglio di una brutta poesia”
E’
del poeta il fin … la canzonetta?
Verrebbe
da chiederselo.
E forse anche da rispondersi di sì, anche solo per
il gusto di rinfocolare una vecchia e mai sopita “querelle”.
Basta affrontare l’argomento nei dintorni di De
Gregori per essere accolti da un ringhio, basta
sussurrarlo dalle parti di Vecchioni o di Bubola per essere
accolti invece da un “perché no”? Ma
anche ne “Le strade di ieri”,
vi ricordate? De André cantava “i poeti
che strane creature” e De Gregori “I
poeti che brutte creature”. Vecchioni peraltro
si è buttato sul tema con “I poeti si fanno
le pippe / coi loro ricordi / la casa, la mamma, le cose
che perdi / e poi strisciano sui congiuntivi / se fossi,
se avessi, se avessi e se fossi, / se fossimo vivi”
(“I poeti”). Salvo poi
dedicare svariate poesie al mondo poetico (Alda
Merini, Arthur Rimbaud, Fernando Pessoa).
Massimo Bubola, intervenendo sul tema dice: “Come
è noto, l'Occidente è un paese malato di classicità
e soprattutto in Italia la poesia è nata in ambienti
colti, chiusi, decisamente autoreferenziali. La musica popolare,
però, ha avuto il merito di scendere tra le persone
comuni, parlando un linguaggio universale e offrendo in
questo modo un immaginario collettivo nel quale potersi
riconoscere. E poi ricordiamoci che la canzone del Novecento
ha dato degli autori fondamentali per tutti noi. O forse
c'è ancora qualcuno che crede che Bob Dylan, Leonard
Cohen e Fabrizio De André non siano dei poeti?”.
No, non lo dice nessuno, ma c’è chi, come il
solito bastian contrario De Gregori afferma:
"non sopporto chi dice che la canzone è
poesia" e ancora "Io non voglio fare un sezionamento
delle mie canzoni […]quando leggo "Paolo e Francesca"
non mi chiedo Gianciotto cosa c'entrasse in realtà,
a che pagina del libro li ha trovati che si baciavano, se
abbiano scopato o meno […]. E una curiosità
per niente sana. E' una curiosità puntuale, didascalica,
a cui ci ha abituato una scuola fatta da maestre vecchie
e impreparate. Non è così che va guardato
né un quadro, né una canzone, né niente".
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Gli fa quasi eco Guccini che canta
ne “L’avvelenata”: “però
non ho mai detto che a canzoni / si fan rivoluzioni,
si possa far poesia”. E sostanzialmente
Guccini è su posizioni simili a quelle di De
Gregori. Se ne discosta, almeno in parte, un ex autore
ora più noto come poeta tout-court, Umberto
Fiori, che peraltro dimostra coi fatti come
i due mondi non siano poi così distanti. Nel
suo libro “Scrivere con la voce” dedica
due interi capitolo ai “poeti italiani e la
canzone”: il primo analizza l’apporto
dato dai poeti professionisti alla canzone (rare tracce
di Pasolini, Calvino, Roberto Roversi) e il secondo
affronta il tema a noi caro. E scrive: “A ben
vedere alla poesia (che sconta una vertiginosa perdita
di autorevolezza) si rimprovera di non avere una bocca,
una voce, un corpo: di essere solo scrittura”
concludendo che “la poesia non può e
non deve eludere ancora per molto il confronto con
la parola incarnata e innanzitutto con la canzone.
Confrontarsi non significa adeguarsi. Credo anzi che
proprio da un confronto le differenze e i contrasti
finiranno per risultare più chiari”.
Un’altra poetessa, Donatella Bisutti
interviene sul tema nel suo libro “La poesia
salva la vita”: “Nella percezione del
pubblico – scrive – si manifesta sempre
più una tendenza a eliminare ogni distinzione
tra poesia e canzone e ad assimilare gli autori di
canzoni ai poeti … per i giovani è l’unica
forma di “poesia fruibile”, l’unica
forma di accesso a un testo letterario in versi”.
Prosegue poi citando una serie di contatti stretti
tra versi di cantautori e poesia (Conte, Ciampi, De
André, Guccini) per concludere: “nonostante
questo, testo poetico e testo per canzone, anche quando
sembrano avvicinarsi fino quasi a coincidere, restano
pur sempre qualcosa di diverso, perché il loro
intento e la loro destinazione sono differenti”.
Proseguiamo?
In ordine sparso: Fabrizio De André
che dissimula, ma non nega , citando Croce: “fino
all'età di 18 anni tutti scrivono poesie. Dai
18 in poi rimangono a scriverle due categorie di persone:
i poeti e i cretini. Quindi io, per precauzione, preferirei
considerarmi un cantautore”.
Eugenio
Montale: “La verità è
che la parola veramente poetica contiene già
la propria musica e non ne tollera un’altra:
e che solo la parola poco o punto poetica sopporta
di essere l’attaccapanni di una successiva poesia”
Roberto
Vecchioni: “La poetica di gran parte
della canzone d'autore ha un'altezza parallela, quando
non addirittura maggiore, a quella della poesia scritta
[...]. E poi, mentre la poesia scritta utilizza un
solo significante, cioè la parola, la poesia
musicata ne presenta almeno tre: parola, musica e
interpretazione. Infatti c'è anche la voce,
la resa fonica, la performance, che è fondamentale”.
Maurizio
Cucchi: “Il nostro è un lavoro
sui tempi lunghi, non compatibili nell'era della comunicazione
immediata. Gli intellettuali che fanno tendenza sono
quelli, presunti tali, dei talk-show. Conta di più
la battuta dell'ultimo comico che la riflessione approfondita
di un filosofo. Anche per quanto riguarda la poesia
qualcuno tende a confondere i poeti con i cantanti
di musica leggera”. E ancora: “In genere
chi dice che la canzone è poesia non legge
la poesia. Purtroppo c’è qualcos’altro
da aggiungere, e non è poco: le canzonette
dei cantautori, sono quasi sempre musicalmente povere,
poverissime, rudimentali. E possono dunque piacere
sul serio soprattutto a chi non è abituato
all’ascolto di vera musica”.
Francesco
De Gregori: “Il testo di una canzone
usa schemi tecnici che sono tipici della poesia: il
verso, la ritmica, la ricerca della rima. Nella musica
però compaiono elementi diversi, ad esempio
ci sono le pause. Non solo. Puoi fare un verso di
sette sillabe e subito dopo di nove sillabe. In poesia
no, i conti non tornerebbero. In musica sì,
perché al posto della sillaba che manca metti
una pausa musicale. Rimane quindi il fatto che le
canzoni hanno una storia loro. Si può dire,
è vero, che oggi le canzoni, soprattutto tra
i giovani, abbiano un po’ preso lo spazio che
una volta aveva la poesia. Ma sono due oggetti diversi.
Io mi incazzo sempre quando mi dicono: ‘Questa
canzone è una bellissima poesia’. No,
questa canzone semmai è una bellissima canzone.
Di poesie brutte te ne posso dare a chili. Se volessi
scrivere poesie, perché dovrei faticare con
una chitarra? Sono un lavoratore manuale, non sono
un intellettuale. I poeti stanno nell’empireo,
io sulle dita delle mani c’ho i calli…".
Angelo
Branduardi: “"La forma canzone
è diversa da quella poetica. Nella canzone
non si dovrebbe mai scindere la parte musicale da
quella letteraria, tanto che le due cose non dovrebbero
poter stare in piedi da sole. Viene da sé che
la forma letteraria della canzone non debba per forza
essere una poesia. È pur vero che nella poesia
c’è una musicalità intrinseca”.
Francesco
Guccini: “Se fossi poeta, se fossi
più bravo e più bello / avrei nastri
e gale francesi per il tuo cappello”. Oppure
“Io ora mi alzo tardi tutti i giorni, tiro sempre
a far mattino / le carte poi il caffè della
stazione per neutralizzare il vino; / ma non ho scuse
da portare, non dico più d'esser poeta, / non
ho utopie da realizzare, / stare a letto il giorno
dopo è forse l'unica mia meta”.
Fernanda
Pivano: “in questi anni non esistono
poeti, ma esistono solo cantautori. E De André
è stato il più grande poeta contemporaneo,
forse il più grande oggi in Italia”.
“De André è sicuramente il più
grande poeta che questo Paese abbia avuto, non ci
sono dubbi.
Maurizio
Cucchi: “La signora Fernanda Pivano
insiste nel dire che Fabrizio de André è
un grande, grandissimo poeta. Anche sul recente numero
di “Io Donna”. Perbacco, ho stima della
celebre americanista, e De André è stato
un bravo autore di canzonette, ma finiamola con queste
scemenze. Amici, fate attenzione! Il Novecento ha
prodotto una serie formidabile di poeti straordinari:
basta leggerli, per capire che non c’è
alcun bisogno di rifugiarsi nella musica leggera.
“Sparagli Piero, sparagli ora / e dopo un colpo
sparagli ancora” vi sembrano bei versi ?!”.
(A me sì – NdR)

Potremmo
andare avanti a lungo e citare poeti come Allen
Ginsberg e Beno Fignon che hanno amato accompagnarsi
con strumenti musicali nelle loro performance poetiche
o cantautori come Van De Sfroos e altri che, a un
certo momento, hanno deciso di musicare delle proprie
poesie, ma preferiamo chiudere con “L’anima
dei poeti”, un libro intero che
tratta di questi argomenti, pubblicato quest’anno
dal Club Tenco con l’editrice Zona, come atti
del Convegno omonimo svoltosi a Sanremo dal 23 al
25 ottobre 2003 e dove sono intervenuti un po’
tutti: da Enzo Vendrame allo stesso Vecchioni, da
Eric Andersen a Umberto Fiori, da Franco Fabbri a
Patti Smith, da Marco Paolini a Fernanda Pivano, coordinati
da Enrico De Angelis e Sergio Secondiano Sacchi.
Anche
qui cogliamo fior da fiore: Morgan
quasi riecheggia Donatella Bisutti: “La mia
tesi è che in ultima istanza è bene
che gli ambiti siano separati: che la poesia rimanga
poesia e la canzone rimanga canzone. Solo così
riusciamo a valorizzarle per quello che sono: differenti
generi, differenti sguardi sulla parola, due modi
diversi di intendere il verbo”.
Sergio
Staino: “Aspettiamo che l’Accademia
dei Lincei riconosca finalmente ai cantautori questo
loro ruolo di profondo rinnovamento della poesia in
Italia. Se ancora oggi qualcuno si interessa di poesia
è perché ama Francesco Guccini e quindi
lo viene a sentir parlare anche di poesia. Altrimenti
la poesia vivrebbe una vita ancora più stenta”.
Guccini:
“Con Roberto Vecchioni ci siamo detti “Basta
con la polemica tra poesia e canzone che si trascina
da anni”. Insomma sia autori di canzoni e non
di poesia. E’ semplice. Non ha senso questa
polemica. Ci sono poesie belle e canzoni belle e ci
sono poesie brutte e canzoni brutte. Quando mi dicono
“Sa, lei non scrive canzoni, scrive poesie”,
rispondo “No, io scrivo canzoni”. Perché
la tecnica è diversa, l’intenzione è
diversa”.
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La
stagione di Acrobatici Anfibi continuerà nei mesi
di aprile e maggio (... prima delle Ghost track di Acrobatici
Anfibi...) |
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I Fragil
Vida sono un'altra della band emergenti che cercano
nuove fonti di ispirazione rivolgendosi alla tradizione.
La loro attitudine teatrale si manifesta con la presenza
fissa di un attore nell'organico del gruppo. Hanno
inciso due dischi: l'ultimo è "Musicanti
di Cristallo". Li aspettiamo il 6
maggio.
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Giorgio
Conte - 27/05
Prima
delle sorprese della seconda fase della stagione di
Acrobatici Anfibi. La serata conclusiva della rassegna
in maggio vedrà sul palco del Matatu Giorgio
Conte, in un'inedita formazione chitarristica a tre.
Con lui sul palco anche suo figlio, ovvero il nipote
di Paolo Conte! |
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Acrobatici anfibi ha visto succedersi in questi
mesi da dicembre a marzo, alcuni dei maggiori interpreti della
canzone d'autore italiana. Voci note come Lalli, altre che lo
saranno come i Farabrutto, alcune scommesse di Bielle (noi crediamo
nei Luf e in Fabrizio Consoli). Ma come sono stati i concerti
in questione? Belli. Quasi tutti interessanti, coinvolgenti, acrobatici
e soprattutto anfibi. Ecco un breve diario di viaggio attraverso
una decina di concerti, in attesa della seconda parte della stagione.
(segue)

Acrobatici Anfibi (e Bielle) non hanno alcuna intenzione di diventare
"fabbricanti di eventi". E' una situazione transitoria,
in carenza di locali che facciano una programmazione adeguata
a Milano. Quello che ci interessa è promuovere e far conoscere
la canzone d'autore italiana. Ecco perché, ogni volta che
ci è possibile, ai nostri concerti consegnamo al pubblico
una monografia dell'artista che suona quella sera. Interviste,
recensioni, schede, analisi, tutto quello che può servire
come materiale di lavoro. Ecco l'elenco delle monografie pubblicate:
Max Manfredi:
Biellenews n.45
I Luf:
Biellenews n.47
Isa: Biellenews
n.48
Fabrizio
Consoli: Biellenews n.49
Ennio
Rega e Alessio Lega: Biellenews n.50
Alessio
Lega e Luigi Maieron n.51

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I
Gang
Tesi e Muratori
Mauro
Pagani |

Claudio Lolli

Susanna
Parigi

Sulutumana
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Inoltre...
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| Acustimantico,
Cristiano Angelini, Gualtiero Bertelli, Riccardo Bertoncelli,
Luca Bonaffini, Paolo Capodacqua, Roberta Carrieri, Elisabetta
Citterio, Giuliano Contardo, Giorgio Cordini, Stefano Dall'Armellina,
Alfredo Del Curatolo, Enrico Deregibus, Del Sangre, Franco
Fabbri, Francesco Ferrazzo, Federico Ferri, Umberto Fiori,
Augusto Forin, Freddie, Filippo Gambetta, Gang, Enzo Gentile,
Aldo Giavitto, Flavio Giurato, Hamid Grandi & The Seven
Quartet, Luigi Grechi, Ila, I Luf, Isa, Anna Lamberti Bocconi,
Alessio Lega, "L'Isola che non c'era", Claudio Lolli,
Mariposa, Gianluca Mercadante, Silvia Michelotti, Mircomenna,
Lorenzo Morandotti, Carlo Muratori, "NoReply", Marco
Ongaro, Mauro Pagani, Susanna Parigi, Andrea Parodi, Carlo
Pestelli, Pinomarino, Lorenzo Riccardi, Claudio Sanfilippo,
Federico Sirianni, Marco Spiccio, Lino Straulino, Sulutumana,
Suso, TekaP, Riccardo Tesi, Marian Trapassi, Alessandro Vitali,
Franco Zanetti, Renzo Zenobi. |

Fabrizio
Consoli: Sporca Estate Ennio
Rega: Terrone Piccola
Bottega Baltazar: Lentiggini Fragil
Vida: Brillantini Caffè
Sport Orchestra: Il mambo della missionaria
Massimo
Bubola: La domenica e la fontana I
Luf: Amami bionda Marmaja:
sarò lieve Luigi
Maieron: Done Mari Alessio
Lega: Nemmeno per un attimo Bobo
Rondelli: I Vitelloni |
Il circolo Matatu
Il
circolo Arci Matatu ha aperto i battenti nel 2002 nel
cuore dell’Isola. Da subito ha scelto la strada
della musica cantautorale. Serate a tema, rassegne (oltre
ad AcrobaticiAnfibi ricordiamo Radio Matatu), laboratori
aperti ai giovani cantautori. Il tutto accompagnato da
mostre di fotografia, di pittura e da corsi di Pizzica.
Come arrivare (clicca)
Email:
acrobatici.anfibi@bielle.org

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Tanti
pareri, al termine dei quali la questione resta altrettanto
aperta quanto prima. Credo si possa sposare la posizione
di Umberto Fiori quando dice che da una maggior confronto
reciproco, forse, poesia e musica ne avrebbero entrambe
da guadagnare.
Acrobatici
Anfibi, da sempre territorio di scambio e meticciato
culturale tra musica e letteratura, spazio in cui idealmente
questo rapporto viene indagato e rivelato, ha scelto di
passare sopra a tutte le polemiche e di aprire un’ampia
finestra sui lavori poetici dei cantautori. Di alcuni cantautori
o autori di canzoni: solisti come Massimo Bubola,
Max Manfredi o Davide Van De Sfroos
oppure esponenti di gruppi come Giambattista Galli
dei Sulutumana o Umberto Fiori
già anima degli Stormy Six.
La musica? Questa volta non c’entra o non è
rilevante. Ognuno di loro la gestisce e gestisce i rapporti
con la parola cantata o detta in modo proprio. Tutti e cinque
hanno dimostrato già da tempo che con le parole ci
sanno fare: Van De Sfroos
ha scritto due libri di poesie, un romanzo e sta per pubblicarne
un secondo. Massimo Bubola è in uscita con un nuovo
libro di poesie, dopo aver scritto praticamente di tutto:
poesia, saggistica, riflessioni personali. Umberto Fiori
cinque libri di poesie e diversi
saggi di musica, Max Manfredi una “novella discreta”
ossia “Trita
provincia”. Ancora vergine di pubblicazioni
non solo musicali Giambattista Galli, ma da lui ci aspettiamo
grandi cose. Ma prima di ascoltarli (convinto che ascoltare
sia ancora differente da leggere) proviamo a farci un po’
la bocca con qualche assaggio?

Trita
provincia
Ma
io ti scrivo lo stesso, o almeno lo tento, in barba alla
barba del vento, il vento che reca l'acquata, il vento a
granata che scopa le scarpe, così non ti puoi più
sposare...
Che cosa?! Sposarti, vorresti? Che strani pretesti, che
strabici intenti! ...Ma questo straparla! ...Sposarti, e,
sentiamo, chi mai? La Rosa, la Simo, la Ludo, la Carla?
... Ma l'Arte, ma l'Arte, perdiana! ...Uff, l'Arte, lo sai
- la gente ti dice - è una bella puttana, che scelta
balzana, è una brutta battona e non è buona
a niente, fra l'altro è così indisponente
che non ti potrà far felice! Sii scaltro, dai retta:
a te ti ci vuole una moglie, che cuoce e rassetta, a te
ti ci vuole una sposa (la Carla, la Ludo, la Simo, la Rosa?);
per l'Arte van bene gli artisti, che son tipi tristi. A
te ti ci vuole un mestiere, vuoi darcela a bere? Uh, l'Arte
è una strega, un guaio per chi ci fa lega! Invecchia
ben presto, pel popolo onesto... La voglio sposare, per
toglierla dal marciapiede!! Nessuno ci crede, ché
l'Arte va bene una notte, per farci delle ribotte. La gente
l'ignora di svista o la palpa con mano turista, vorrebbe
baciarla sul collo, la gente in ammollo, con labbra di colla
di pesce! Non riesce - così si consola parlandone
male e dicendo scemenze: ché l'Arte sta sempre da
sola, e allora non vale! Sta sola coi soli. E che sono queste
licenze? Come la mettiamo? Non vuol farsi prendere all'amo.
Magari magari non l'ha mai baciata, la gente di stucco (o
i casi son rari), e trova che è un po' esagerata
nel trucco, la folla domenicale, la trova un'ingrata, la
trova immorale e bagascia - però non la lascia mai
stare; ne parla ben male, la gente che non l'ha baciata!
Ma io ti scrivo lo stesso, col vento che ha smesso".
Max
Manfredi: Limerick
Un'etera scafata a Raisigerbi
Un'etera
scafata a Raisigerbi
volle temprar due ragionieri imberbi.
Li iniziò (in modo mite) all'arti d'Afrodite
ma poi concluse: "No, son troppo acerbi".
Un
saltimbanco di Torre Melissa
Un saltimbanco
di Torre Melissa
soffiava in un trombone senza culissa.
Non udendo alcun suono
diventò mogio e buono
e si fece passare quella fissa.
A
una bibliotecaria a Montescudo
A una
bibliotecaria a Montescudo
si presentò un ergastolano nudo.
Le disse: "Voglio un tomo
che parli d'ogni uomo;
anche di me, se non le sembro crudo".

“VI”
(Da “La bella vista”)

Com'era
calda l'aria, com'era
chiara la spiegazione.
Dalle
baie, dalla scogliera,
dalle piane li intorno,
è salito un odore buono di alghe,
di mirto, di maggiorana.
E
mi è sembrato di capire bene
come la scena si capiva in me,
come splendeva dentro, lontano,
nella parte di me
che io non so, che io
non sono.
Presepe
(da "Tutti")
Le
corse, il freddo, la fatica, il buio,
mattina e sera: tutto
a vuoto, tutto uno spreco.
Ma
la sbuffata tiepida
del furgone, che spettina la siepe,
o il topo che si tuffa nel canale,
stavano lì per sempre,
come le pecore
e il mulino
sul muschio del presepe.

Il mio dolcissimo assassino
Ho
ritrovato in te
stanze di diluvio
e cuccioli di volpe affamati all'imbrunire
Rami di acacia pensierosi e magri
a protezione delle nuvole spinose del tuo cuore
Trincee bianche
Trincee bianche e d'oro
e nugoli di storni giù in picchiata
coriandoli e conchiglie incollati insieme il giorno
dell'Assunzione
speranze e batticuori
infilati con cura in un libro scritto a colazione
Perle
fresche di bucato
perle fresche di perdono
e lacrime sepolte vive
mandate a mente
mandate giù
ogni giorno
con mollica di pane
Ho
ritrovato inoltre
addosso a te
il mio temperino
ed il pezzo di spago per impiccar lucertole
il mio bottone per gazze ladre
la mia gomma smozzicata
ed il fischietto in oro del Giappone
che
(lo giuro!)
non cercavo più da tempo
Ma
quel che più mi importa
ho ritrovato in te
il mio dolcissimo assassino
La Finestra Grande
Sono
stralunato
da questo sgangherato desiderio
di torte, di baci, di rock'n'roll.
Tu
sei di là
che stringi gli occhi
per dormire più forte
perché domani è già così vicino
e in fondo al viale vedi la corriera
Io
son di qua
con la mia croce preziosa di mandorle e canditi
appesa alla parete davanti alla Finestra Grande
e a un piccolo aereoplano
che vola basso basso sopra la mia Rickenbaker.
Una sera verso Porta Ticinese
Ho
fatto due passi
ieri sera, verso Porta Ticinese
cadevo a pezzi, come le luci sulla strada
rimbalzando al suono di un clarinetto cool
quando ho visto, fra gli alberi del viale, una ragazzina
seduta sul marciapiede, vicino alle rotaie del tram
parlava compresa tra sé
giocando col bordo della gonna
Mi son fatto vicino e le ho chiesto
Per favore dimmi cosa vedi nei miei occhi,
non riconosco più niente... -
e lei guardandomi da sotto, quieta rispose
Hai gocce di benzina che puzzano sudore
poi, voltandosi, vide un signore che chiamava da lontano;
cambi espressione e cominciò a piangere: era suo
padre
L'uomo mi arrivò addosso.
Mi prese per la giacca da dietro.
Mi diede uno strattone.
Finii a terra, picchiando con lo zigomo su un cestino di
immondizie attaccato ad un semaforo.
Quindi mi colpì a terra, con un calcio su una spalla,
urlandomi
Stai alla larga dalla Beata Vergine Maria, brutto figlio
di puttana!
Tutto qui.

Ride
il jolly
polipo coi campanelli
faccia di luna piena
senza collo e con mille rughe
ride il jolly
e si mangia tutte le carte
come un matto senza numero
e senza segno
ti grida con la sua voce disegnata
di mischiare il tuo mazzo
di scaraventarlo in aria
e di andartene senza voltarti.
Chiamandomi
Ombra
Calmati,
come fa la rugiada
sul filo di paglia.
Ogni foglia di tiglio è un sogno del ramo,
ogni pioggia passa come un pettine d'acqua:
in quell'angolo d'occhio ci ho sciolto i tramonti,
su quel teschio di barca ho abbracciato il mio ieri...
chiamandomi ombra,
chiamandomi OMBRA.
Calmati,
come il sasso sul fondo
che racchiude il suo tuffo,
come il dito di luna
che ha strisciato sul vetro.
Oggi che ho mille finestre
chiedo forza al mio sguardo,
un carillon per i nervi,
un ricordo di neve e di sabbia rossiccia,
una foglia di salvia di mia nonna in cucina...
Mi
cerco
tra colpi di vento fuorilegge
e una luce che scende un po' di sbieco,
mi cerco a bassa voce
chiamandomi ombra,
chiamandomi OMBRA.
Cani
bevono e non brindano mai,
tramonto mattone
e sole senza intonaco.
La gazzetta è volata via con le notizie sulle ali,
la notte giovane è un puledro
e noi, perle o rifiuti,finiremo nello stesso sacchetto,
mentre la strada dice il rosario
e il mozzicone a terra implora di essere spento.
Torna
chi ha fatto la guerra nel supermercato...
la linea del destino e quella del parcheggio
finiscono per incontrarsi...........


Messaggio nella bottiglia
Il vino è amante del cantante, il canto è
un filo magico che scioglie ogni groviglio che sale dagli
abissi di questo oceano di anime. Mandami un po' di vino,
naufrago solitario, per me e per questa gente che sempre
vuol cantare. Sogno orizzonti di bottiglie galleggianti
nei tramonti, le vedo ondeggiare verso terra e fiuto futuri
inebrianti
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Rumore
rosa – si chiama
E’ proprio come il sogno di una cosa
Che non hai. (segue)
Un libro di poesie.
Accompagnato da un disco, 18’ e 23 secondi di poesie lette da
Lolli e suonate da Paolo Capodacqua. E diciamo subito, forse perché
è Lolli, il disco convince più del libro. Eppure le poesie
sono le stesse. Ma la voce di Claudio, le sue pause, le sue inflessioni
danno loro uno spessore tridimensionale che altrimenti, sulla pagina,
a volte si smarrisce. E allora, dopo una prima lettura piatta, da carta
stampata, occorre fare una seconda lettura, a voce alta. D’altra
parte in un libro intitolato al “rumore”, per quanto rosa,
pensare di escludere l’audio è un azzardo.
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