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L'ossessione di Katie per successo e abbandono

Gaghan esordisce alla regia con un thriller che sa "di anni '80", dal quale trasuda amore per i maestri del genere. E poco altro
di Alfredo Ranavolo

Chi è cresciuto negli anni '80, magari trascorrendo molte seconde serate davanti a film americani (più o meno importanti e più o meno riusciti), non potrà non sentirsi coinvolto, all'inizio, dall'ambientazione di questo "Abandon".

Stephen Gaghan ha voglia di provarci, dopo i successi da sceneggiatore ("Traffic" soprattutto, ovviamente). Per esordire alla regia sceglie (firmandone anche la sceneggiatura) un thriller dalla confezione un po' datata, che saccheggia l'epoca dei "college movies" e cerca di costruire un crescendo di tensione di certo Brian De Palma.

Del maestro del brivido Gaghan cerca anche di rubare il mestiere nell'uso dell'obiettivo. Le inquadrature delle scene chiave sono studiate con grande attenzione, offrendo punti di vista spesso azzeccati. Contribuisce al clima anche l'uso (senza abuso) della camera a spalla.

Peccato che tutto risulti un po' troppo "scolastico", difetto sul quale si potrebbe passar su se "Abandon" avesse altri pregi da mettere sull'altro piatto della bilancia. Ma non ne ha molti.

Nelle indagini sulla scomparsa del ricco, istrionico e geniale studente prossimo alla laurea Embry (Charlie Hunman) c'è qualche buco di troppo, qualche salto che viene coperto in maniera raffazonata, poco appeal dei personaggi coinvolti.

Non si capisce, ad esempio, come è che l'ex fidanzata di Embry, Katie (Katie Holmes) eserciti tanto fascino su tutti gli uomini che incontra sulla sua strada. Embry escluso, dato che aveva deciso di abbandonarla.

Abbandono che Katie non era stata capace di metabolizzare in due anni, tanto che, all'apertura delle indagini, il suo fantasma torna ad assillarla proprio alla vigilia della laurea e dell'inizio della sua agognatissima carriera.

Né il detective Wade Handler, quel Benjamin Bratt reso famoso dalla serie "Law and order" e qui al suo primo vero ruolo da protagonista al cinema, ha di che risultare indimenticabile. Bratt non offre alla cinepresa che un paio di espressioni, poco più di un bambolotto (che per altro ha costantemente l'aria di chiedersi "che ci faccio qui").

E infatti, chiamato a risolvere un mistero non poi così fitto, si rivela inadatto al compito.

       
   
Ultimo aggiornamento: 14-01-2004
 
   
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