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BiEL LIBRO |
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Fabrizio De André: il Vangelo a passo di giava di Leon |
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La spiritualità laica di De André, peraltro, è ben percepibile, ma forse non è così automatico che ogni spiritualità, ogni sensibilità sia immediatamente e solamente riconducibile a una matrice cristiana, né tantomeno cattolica. Ma il libro affronta la questione dal versante giusto e con un approccio "politicamente corretto". La matrice anarchica del nostro non viene dimenticata, ma viene vista come una fede laica, individualista, non integralista, solidale col movimento e ogni causa libertaria. L'anarchia di De André, secondo Ghezzi, può essere interpretata come un desiderio di assoluto, un ideale che non si raggiungerà mai, un'istanza di perfezione, una meta ultraterrena: "questo libro - scrive Ghezzi - non è un altra biografia di De André, né un commento specialistico musicale, non è un'analisi critico-letteraria della sua opera, è solo una piccola esplorazione giornalistica nelle terre di confine dove questo "evangelista" anarchico e apocrifo ha seminato i suoi dubbi e ha raccontato i suoi "santi" senza aureola e senza benedizione". E' quindi una "piccola antologia" del De André curioso di Dio, anche se il suo Dio ha sempre avuto tratti molto umani, tanto da potersi permettere di dargli consigli e suggerimenti. Ma la carriera discografica di De André è stata racchiusa tra una "Preghiera in gennaio", primo pezzo del primo Lp del 1967 e una "Smisurata preghiera", ultimo brano dell'ultimo cd del 1996 e la tesi del libro è che esiste un filo rosso nell'opera di Fabrizio che testimonia come la "Buona Novella", album peraltro seminale per una lettura di questo tipo del nostro, non sia un semplice excursus di percorso. Ghezzi ha proceduto in maniera molto semplice: contando i termini ricorrenti nell'intero corpus dell'opera deandreiana. E se "amore" tiene agevolmente il primo posto, la morte o il morire e Dio si contendono testa a testa il secondo posto. D'altra parte gli unici tentativi di De André di negare Dio si rifanno al "Laudate hominem" della "Buona Novella", ai falsi dei di "Coda di Lupo" e soprattutto al "Blasfemo", debitore peraltro a Edgar Lee Masters. Il libro è articolato come una sorta di vocabolario deandreiano, da "Amore" a "Zingari" anche per lasciare al lettore la possibilità di non scegliere una lettura sequenziale, ma di andare a spulciare solo le voci di principale interesse. Tutto sommato quindi un lavoro ben scritto, che non contiene, ovviamente, nessuna novità, che propone una chiave di lettura, ma senza pigiare troppo sul tasto della "conversione" del lettore, tranne, forse, nel suggerire con troppa insistenza che Fabrizio, all'anagrafe, era iscritto come Fabrizio Cristiano De André e che Cristiano è stato anche il nome che ha scelto per suo figlio. Peccato veniale. Padre De André lei è assolto. Sul fatto poi che le canzoni di De André fossero il Vangelo ... non c'era bisogno di un libro per appurarlo.
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