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Tema:
il tè nel deserto, ovvero: alla ricerca della sabbia silica
Non è romantico lo scopo del mio viaggio nel deserto , ma non per questo meno coinvolgente. Partiamo di prima mattina dal Cairo, Un fuoristrada, un autista, un geologo, un navigatore, una bussola. Sto bene quando non devo guidare o preoccuparmi di perdermi. Dopo 4 ore di strada normale costeggiamo il Mar Rosso e ci inoltriamo nel deserto. Quando non hai più segni di riferimento ecco che il deserto entra dentro di te, non parliamo più, c'è solo il rumore della macchina, e un paesaggio che ti fa girare la testa. L'aria è sottile e pura, la temperatura all'esterno è di 42 gradi, quando respiri senti rivoli di aria calda che ti entrano nelle narici ed è stranamente piacevole. Mi spiegano che il deserto è un terreno difficile e insidioso nonostante l'apparenza, la concentrazione alla guida deve essere massima se si vuole arrivare alla meta. (Il nostro autista fortunatamente guida nel deserto da 30 anni e sa quello che fa...) Il cielo è azzurro, così azzurro che sembra finto, e tutt'intorno è rosa, rosa dorato che spazia senza limiti, montagne come onde, onde senza mare, solo sabbia. E la mente si svuota e il corpo si lascia sballottare ed è una sensazione di leggerezza e di pace, sono grata per il fatto che nessuno mi parli, ogni tanto mi passa una bottiglia di acqua sotto il naso, scuoto la testa e la bottiglia passa oltre. Arriviamo alla meta dopo 3 ore, una conca circondata da pinnacoli, alcuni di questi sventrati. 3 baracche costituiscono l'avamposto. Scendo dalla macchina, brevi saluti e c'è già un bicchiere di tè fumante profumato alla menta fresca. Mi siedo su uno stuoino a gambe incrociate, sorseggio il tè bollente e respiro il deserto. Arriva Kammel il beduino che ci condurrà alla prossima cava. Età indefinibile forse 60 forse 70 anni, così esile che il vento sembra spostarlo in continuazione con la sua larga veste bianca. Chiedo in che direzione andremo e quanto cammineremo. Mi indica il Sud e dice più o meno un'ora. Partiamo in 3, so di avere un passo spedito ed ho le scarpe giuste, Mohammed il geologo, è il più giovane e mi dice di stare tranquilla, se dovessi stancarmi c'è il cammello di Kammel il bed, parcheggiato là dietro (scoprirò dopo due ore che là dietro è 30 km più in là....) Ho l'adrenalina a mille, iniziamo a camminare, e dopo cinque minuti Kammel è già lontanissimo, vedo la sua figura farsi sempre più piccola, non si volta, e quando alla fine lo fa alza le braccia al cielo e ci dice di affrettarci. Sto già dando il massimo e dopo mezz'ora sono quasi scoppiata. Kammel ci aspetta, mi fa capire che devo seguire le sue orme, una per una, gli gesticolo di andare più piano, capisce e sorride... Orma per orma, (mi racconterà poi che dalle orme lui legge l'età, il peso delle persone e da quanto tempo sono passate, niente sfugge ai bed.) finchè il corpo non ha più peso, i passi non fanno rumore, l'ossigeno puro dà alla testa, (chè è vuota, vuota come le ciotole cinesi,). Credo di aver camminato in questo stato per due ore, su e giù , finchè non arriviamo in un pinnacolo, lo aggiriamo ed entriamo in cunicolo, un fresco innaturale, una borraccia d'acqua nascosta. Kammel tira fuori dalla sua bisaccia lo stuoino, lo stende fuori e mi fa cenno di riposare. Poi scompare con Mohammed.Ho un attimo di panico, sono sola nel deserto, ma devo fidarmi. Mi guardo intorno per gli scorpioni, so che ci sono, ma forse Kammel li ha avvisati di starmi alla larga. Chiudo gli occhi e piango, piango per un tempo infinito, un tempo di libertà, di leggerezza, di essenza, di assenza, di vuoto e di pieno che non mi concedevo da troppo tempo. Quando tornano hanno in mano un mucchio di legnetti e arbusti (non chiedetemi dove li hanno presi) Kammel tira fuori una pietra focaia, un pentolino e due ciotole. E prepara il tè, un tè dolcissimo aromatizzato con un' erba profumatissima che dà quasi alla testa e che incredibilmente sazia. Ecco
questo è il tè nel deserto.... Il bed mi guarda e sorride,
quante cose vorrei chiedergli, quanto vita nella loro semplicità,
mi sento perdente, e grata per questa esperienza. Il geologo ispeziona
la cava, preleva campioni, mi dà alcune spiegazioni. Questa roccia
un giorno diventerà cristallo, e da quel cristallo sorseggeremo
vino rosso, e parleremo di deserti e di sogni e di musica e di amori.... Le
sensazioni di un telefonista e della luna I blateranti corvi. Chissà perché non perdono mai le piume. Per fortuna. Preferisco la scagazzata precisa di un piccione sul vetro della macchina ad una piuma di una cornacchia davanti alla porta. Darebbe una sintomatica asincronia alla giornata. Insomma, forse non uscirei. Verrebbe quasi da cercare il lato oscuro di quella luna, the dark side. Chiuse le persiane. Chiuso il mondo. Fanculo alle sue guerre e alle sue paci che navigano appresso. Ma non perdono le piume quei volatili. O, almeno le lasciano lontano da qui. È che li reputo anche animali intelligenti, aprendo una spaccatura tra un suono e il loro esistere. Su un balcone, di notte, senza molte stelle, non scorgi neanche quegli altri rompicoglioni di pipistrelli. Siamo in una terra di zanzare alate (o di politici di terra ferma? boh), il topo volante se le mangia con grande gusto. Cerca anche lui il suo essere amato. Spuntandoti la zazzera o le ciglia vorticosamente sfuggendo veloce intorno. Su una parete molto rossa e con una A da iniziati, un orologio da bimbo che emette versi di altri uccelli. Ogni ora. E ogni ora quell'oggetto fotosensibile deve dare segno di occupare la sua stanza. Corro ad accendere la luce con meticolosità, ogni ora. Sto diventando fotosensibile anche io, chiudo la voce alla notte e ascolto. Correndo di qua e di là in attesa del prossimo tocco. In tutto 'sto volare una rockstar si è cimentata nella corsa sui tetti. Di una città della bassa. Con corvi, piccioni, pipistrelli e, forse, orologi (che non stridulano). Senza gareggiare, avrebbe già vinto, portato avanti al primo grazie alla sua predisposizione al volo. E la bassa vista dai tetti da un senso di vertigine. Si allontana e si perde nelle sue perfette forme squadrate di campi verdi, marroni, verdi, gialli, marroni. E di umani passanti poco propensi al silenzio del verde, marrone, verde, giallo, marrone. La rockstar corre e corre. Ha le scarpe delle due lingue, una si chiama english l'altra italiano. Eppoi...
una balzo, felino sicuramente. Che riempie il cielo e oscura quella
luna che era così vicina stanotte. "No, grande rockstar,
non lasciarci solo il dark lato, cantaci del tuo". "E' una vecchissima bicicletta nera"
È
la mia bicicletta di qui, ora che sono finalmente regredito allo stadio
di ex automobilista; cerco di non farmi dispiacere la cosa e, come sempre
si fa, di concentrarmi sui suoi vantaggi. Certo, non lo nego, una macchina
mi farebbe comodo; ma ora come ora non me la posso permettere e l'altro
giorno sono inorridito ascoltando un servizio giornalistico sui prezzi
delle assicurazioni. E così, mi faccio delle belle pedalate,
sovente in memoria del fiato che fu. Più di tanto non mi posso
spostare, l'Elba non è uno scherzetto e ci son delle salitelle
che stianterebbero anche un grimpeur colombiano. Ora, l'altro giorno, e per esser più precisi ieri sera, mi è venuta voglia di fare un giro in una plaga qui vicino; uno dei vantaggi della pedalata è senz'altro quella di starsene nel sole settembrino dell'ultim'ora, senza nessuno fra i coglioni (la gente, la gente la sopporto sempre di meno e arriverà il momento che non la sopporterò più) e, come diceva il poeta, "assorto nei propri pensieri"; i quali pensieri mica devono essere per forza rivolti ai massimi sistemi. Le classiche domande, "da dove vengo?" e "dove vado?", hanno una facile risposta: vengo dal Formicaio e vado a Ciampone. Passando però per la Piastraia e per il Crino. Tiè, vainculo anche alla strada provinciale. A questo punto bisogna fare una premessa di carattere amministrativo. Per una volta tanto, sia lode al Comune di Campo nell'Elba, che ha deciso qualche tempo fa una vera e propria rivoluzione toponomastica. Le strade di paese e di campagna avevano dei nomi antichi, a volte antichissimi; ed anche se non c'erano i cartelli, tutti sapevano dove andare. Poi, verso la fine degli anni '50 e, soprattutto, con gli anni '60, scoppia il turismo e il Comune di allora decide di farsi bello; e dal paese scompaiono la "Via Foresta", la "Via Tronca", la "Via del Vapelo", la "Via delle Case Nuove", la "Via per Portoferraio", la "Via del Chiuso Torto", la "Piazza della Fontana" e tante altre, per far posto a stronzate come, rispettivamente, "Via Firenze", "Via Mazzini", "Via Giosuè Carducci", "Via Bologna", "Via Pietro Mascagni", "Via Amalfi" (ma cazzo c'entra Amalfi con Marina di Campo?) e "Piazza Milano". Due anni fa, visto che tra l'altro i cartelli cadevano a pezzi e si erano sovrapposte varie numerazioni -di modo che, ancora, accanto a certi portoni ci sono tre targhe, una col n° 22, l'altra col 64 e l'ultima col 248, si dà il via alla revolùscion: numerazione civica metrica (il numero dove abito, al 24 di via dell'Orzaio, significa che abito esattamente 24 metri dopo l'inizio della strada; mia cugina degli Alzi abita ad esempio al n° 1326 di via della Costa, cioè 1 km e 326 metri dal capovia) e, soprattutto, ripristino integrale dei vecchi nomi delle strade, comprese le infinite stradette di campagna che si son viste riconoscere finalmente il proprio nome dopo qualche secolo, con tanto di cartelletto bello lucido e pure fosforescente. Al macero le piazze Milano e le vie Carducci, ed ecco di nuovo la piazza della Fontana e la via del Vapelo. E pure la piazza del Tembièn, e chi se ne frega se è un nome un po’ fascistotto e riporta alla memoria battaglie abissine, Adua e il generale Baratieri. Si chiamava così da sempre quella piazzetta sul porto, e bài bài pure a Giovanni da Verrazzano. Eccomi a giro per quelle viuzze che mai si sarebbero immaginate, un giorno, di farsi leggere da Echelon perché a un tizio, una sera, gli è venuta la voglia di parlarne. Canneti, vigne, alberi, giardini di qualche vecchia casa in rovina o di qualche villetta che dorme finalmente il suo sonno dopo le folle agostane. Non ho nulla per la testa; non voglio averci nulla; guardo solo, meravigliato, quei cartelli nuovi nuovi con dei nomi vecchi vecchi. La memoria, per una volta tanto, viene salvata; e rivedo tutto l'oceano dei morti, e i loro visi, e risento le loro voci pronunciare quei nomi, e vicende buffe o dolorose che m'erano raccontate; gli Olmi, gli Alzi, il Prà d'Arighetto, Castiglione, l'Arnaio. Sono tutti scritti là. E chi sarà stato quell'Arighetto che ci aveva il prà? Ma di un nome non avevo mai saputo niente. Me ne sono accorto all'improvviso sbucando da via del Ciampone. Via della Pavana. Mi sono fermato e sono sforcato dal sellino per controllare meglio: sì, è proprio Via della Pavana. Magari l'accento è spostato, ma è una questione del tutto insignificante. Toh, mi son detto, questa la voglio scrivere sul newsgroup, a trecento metri da casa mia c'è sempre stata una Pavana e non lo sapevo. Nessun gesto clamoroso, non mi sono messo a berciare nessuna canzone di Guccini; Guccini, qui, non c'è mai stato e non ci verrà mai. Ma lui canta la sua, di Pavana; ed io la mia, anche se forse l'accento è sulla seconda sillaba. Non c'è nulla in quella strada; si perde in mezzo a un campo di qualche cosa, ma non di grano. Forse di erba medica, o forse semplicemente d'erbacce. Chissà da cosa le sarà venuto quel nome; che pure, come tutti i nomi, ha un'origine e una storia. Ma non si saprà mai; stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. E
me ne son tornato a casa. Qualcuno era camionista
Musika istituzionale? di Franco Senia
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