| Road
movie con echi di Kusturica, un film piacevole che regge il confronto
col libro
di Giorgio Maimone
Mai
mettersi contro un romanzo! In particolare se il romanzo è
recente, l'autore in vita e, per giunta, è già diventato
un autore di culto. Ancora meno bisognerebbe farlo se l'autore del
libro si chiama Jonathan Safran Foer, ha scritto due capolavori,
uno dopo l'altro, non ha ancora trent'anni ed ha una moglie, Nicole
Krauss, che a sua volta ha scritto un libro di grandissimo interesse
("La storia dell'amore"). Insomma, Safran Foer è
un nuovo fenomeno e l'interesse mediatico nei suoi confronti è
altissimo.
Cosa succede invece? Che un attore, Leiv Schreiber, improvvisatosi
regista, al suo primo film, decida di fare i conti con il primo
libro di Foer, andando contro tutte le regole d'oro descritte sopra.
Produzione americana a medio costo, con un solo attore conosciuto
(Elijah Wood, ossia Frodo della trilogia del "Signore degli
anelli"), parlato per un più della metà in russo
(o ucraino, non saprei la differenza) con sottotitoli. Mission impossible?
Eppure la sfida è vinta.
Vinta a due livelli. Sia come film in sè che come adattamento.
Fanatico di Jonathan Safran Foer a mia volta, devo dire di aver
sofferto a vedere gli inevitabili tagli che il film aveva portato
al libro, non solo, ma ancora di più a seguire certi piccoli
(e meno piccoli) tradimenti della trama. Il libro resta insuperato,
ma il film rappresenta comunque un buon risultato di compromesso
anche per un innamorato irriducibile della pagina stampata. Non
solo, ma alcuni tagli, in fondo, sono più che comprensibili:
Foer nel libro narra le vicende della sua famiglia attraverso gli
ultimi 200 anni, passando con noncuranza dalla Russia di fine Ottocento,
alla seconda guerra mondiale, all'Ucraina attuale, con riferimenti
a New York. Sulla carta vengono messi in moto non meno di una cinquantina
di personaggio, tutti rilevanti, a quali si riserva un'equa parte
della narrazione.
Il
film, invece, sostanzilamente è fatto con quattro attori,
per tacere del cane! Fa effetto notare, peraltro, quanto in alcuni
passaggi il libro è stato seguito alla lettera e quanto,
altrove, si sia preferito "tradirlo". Anche in modo incomprensibile,
a volte, come nell'idea di fare del personaggio di Jonathan (Elijah
Wood) un collezionista di oggetti di memoria, quando invece il suo
è un viaggio nella memoria. Peraltro alcuni segnali sono
enfatizzati in modo grottesco, come gli enormi occhiali da miope
del protagonista, che sottolineano il viaggio alla ricerca dell'illuminazione
o, collegati agli occhiali da cieco del nonno, la volontà
di "non vedere" o la difficoltà a guardare a fondo
nelle cose. Forzature di cui sulla carta non si sentiva bisogno.
Ma, d'altra parte, Jonathan Safran Foer in persona ha collaborato
alla realizzazione del film (pur se la sceneggiatura è filmata
dal regista Leiv Schreiber), concedendosi anche il vezzo di un cameo
come "soffiatore di foglie" all'interno del cimitero.
E' solo un attimo e ripreso da lontano, se non lo sapete prima non
potete accorgervene.
Se nel libro, peraltro, Jonathan era la proiezione totale dello
scrittore, nel film diviene in parte anche la proeizione del regista
che, non a caso, leggendo Foer se n'era innamorato, scoprendo tra
l'altro che il libro che lui, Schreiber, stava cercando di scrivere,
era già stato scritto dal giovane Foer.
La trama estremamente in breve: un giovane americano visita quella
che adesso è l'Ucraina per rintracciare il luogo natale dei
suoi nonni, uno shetl (ossia un villaggio abitato solo da ebrei)
denominato Trachimbrod, da cui suo nonno è riuscito a fuggire
durante la seconda guerra mondiale, mentre i nazisti radevano al
suolo il villaggio. Si è salvato il nonno, tramite l'aiuto
di una certa Augustine, di cui Jonathan (il protagonista è
omonimo dell'autore e in realtà tutta la vicenda rappresenta
fatti concreti nella storia di Foer) possiede una foto. Tramite
questa cerca di rintracciare Augustine, aiutato nella ricerca da
un bizzarro equipaggio di un agenzia di viaggi di Odessa: Alex,
il traduttore, che parla un buffissimo inglese scolastico (reso
molto bene in italiano) e il nonno di Alex, finto cieco, che fa
da autista, ma non parla una parola di inglese. Insieme a loro il
cane Sammy Davis Jr Jr (sì, due volte!), che "è
un po' degenerato", come dice Alex, ma funge da cane guida
per il nonno.
Tutti bravi gli attori, dallo stralunato Jonathan (ma Wood ha anche
altre espressioni?) fino al travolgente ed esilarante Alex, il traduttore,
impersonato a meraviglia da Eugene Hutz, al suo terzo film, ma in
realtà front-leader dei Gogol Bordello, una band gipsy punk
che fonde influenza folk survoltate con la tendenza al cabaret.
Una faccia che è un programma!
Il film, come il libro, riesce con maestria
ad arrangiarsi negli stretti margini tra la risata e il pianto,
tra la tristezza del ricordo e l'ironia della situazione, cercando
di sostituire con le immagini quelle meravigliose architetture logiche
che Safran Foer esprime in parole. Insomma, si ride e si pensa,
che volere di più? Una mano fondamentale viene dalle musiche,
un'altra dalla scelta di un cast, ridotto ma del tutto adeguato.
Ma il merito in fondo risiede quasi tutto in una vicenda così
forte, così salda, così universale che è il
materiale primario con cui è scritto il libro.
La frase: "Ho paura di dimenticare"
Da
vedere: per farsi venire voglia, divertendosi, di leggere
un grande libro.
"Ogni
cosa è illuminata"
Regia: Liev Schreiber
Cast: Elijah Wood, Eugene Hutz, Jonathan Safran Foer, Stephen Samudovsky,
Zuzana Hodkova. Commedia, avventura, drammatico, 106 min.
Uscita in Italia: 11/11/2005
Ultimo
aggiornamento: 15-11-2005 |