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  Nói, il ragazzo tra i ghiacci che sogna le Hawaii
(di Alfredo Ranavolo)
 


Nella remota provincia islandese un diciassettenne a caccia di se stesso incontra la tragedia

È il bianco il colore dominante di "Nói albinói". Il bianco di ghiaccio e neve di Islanda che coprono in gran quantità il fiordo del nord dell'Islanda dove il diciassettenne Nói (Tómas Lemarquis) si trascina stancamente da scuola a casa e da casa al solito, unico chiosco.

Una vita che sembra lontana anni luce da questi anni, che pur essendo dentro l'Europa sembra appartenere a un altro mondo. Eppure, senza aver mai conosciuto altro, Nói sembra sapere che altro ci dev'essere, lontano dal gelo che fa laggiù.

Nói è un incompreso anche se, a dirla tutta, nulla fa per farsi comprendere. A scuola non partecipa, nelle relazioni familiari è assente. Figlio di una famiglia sfasciata, non riesce (da bravo adolescente) a comunicare in maniera costruttiva con il padre, tassista tra le quattro case quattro di quello sputo di paese.

Lui stesso non sembra rendersi conto di cosa gli brucia dentro. Non è tipo da reazioni forti, non dà in escandescenze, non urla. Vive sottotraccia.

Fino a che nella piattezza della sua vita non irrompe Iris (Elin Hansdóttir), figlia del proprietario del chiosco: l'elemento di rottura con la quotidianità che fa venire a galla il suo desiderio di fuga. Via per sempre dai ghiacci, verso il caldo delle Hawaii.

Nói, nella sua ingenuità, dopo esser stato espulso da scuola, fa presto a voler trasformare il sogno in realtà. Mentre Iris, più posata, non è pronta a seguirlo.

Nói si ritrova di fronte a una cocente delusione e all'inevitabile fallimento. Ma non è tutto, lo attende la tragedia in cui rimarranno coinvolti tutti quelli a cui vuole bene.

Il giovane regista Dagur Kári (appena trent'anni), dopo gli studi in Danimarca, sceglie la sua terra per ambientare un film di studiata lentezza, immerso in una atmosfera rarefatta come l'aria che si respira nel freddo dei fiordi islandesi e, sebbene abbia affermato di non voler realizzare un film "a tutti i costi islandese" è proprio il suo ambiente così remoto che riconsegna attraverso gli occhi di un antieroe solitario, perfettamente intonato.


   
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