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BiELLE LIBRI
 

Max Manfredi: "Trita provincia"
di Giorgio Maimone

Max Manfredi soffre del problema di essere troppo bravo. Scrive con facilità. Nel senso che sa scrivere e quello che scrive è fluido. Ignoro se soffra scrivendo, ma leggendo la sofferenza non appare. E sono giochi di parole, allitterazioni, anacoluti, iperboli e paradossi. Una goduria. Ma (e ti pareva che non ci fosse un “ma”?) la trama? Se tu me lo intitoli novella, io novella mi aspetto. E’ vero che è “discreta” come definizione su copertina attesta, ma non è un giudizio di merito. “Trita provincia” (gioco di parole sin dal titolo) è un libro di belle letture, ma non è un libro in prosa.

Max afferma di essere un cantore “lirico” e non un “epico” e come tale si comporta anche da scrittore: “forse perché io ho una certa difficoltà nelle storie “finite”, cioè nelle storie con un inizio, una fine e uno svolgimento” ci ha detto Max in una recente intervista. E così è "Trita provincia" che, peraltro, nel retro di copertina mette le carte in tavola: “Questa novella discreta trascina il lettore in una ridda di immagini e situazioni, scenografie e sogni ad incastro … un atto d’amore appassionato nei confronti dell’esercizio della scrittura , della sua necessità e della sua vanità”.

Anche “vanità” ( oh ironia della sorte!) si presta al gioco di parole. Ai “nemici” (ma ne ha?) Max fa l’effetto del pavone, agli amici (e qui so che ne ha. E di preziosi) Max sembra un genio. E’ tutte e due le cose. Innamorato della propria scrittura fino al punto da specchiarsene e così abile da poter scrivere su qualsiasi cosa, compreso l’immenzionabile “Centerbe”.

“Trita provincia” in effetti è un magnifico libro di prose poetiche (se non di vere e proprie poesie). L’errore è cercare il filo conduttore, la trama che ritorna. Ritornano immagini: i cinema, i treni, le strade, le persone che ti attraversano la strada. Abbozzi di personaggi, ma volutamente non sbozzati. Tanti spunti di interesse da godersi liberamente. Materiale libero da gestire da parte del lettore, ma non organizzato, senza nemmeno un ordine di lettura preordinato. Mettetevi davanti a “Trita provincia” come vi mettereste davanti a un libro di poesie. E leggete a voce alta. Siamo vicini al sublime!

Ho fatto le orecchie alle pagine per non perdere i segni: pagine come queste vanno lette. “Con lui entrano al cine, ogni ultimo spettacolo, ombra di brezza sullo specchietto della cassiera, demoni serpentelli di fumo e buoio, esausti di inseguire miopi Madonne, prodighi di mordere loro le belle caviglie per farsi pestare, nelle absidi, stritolarsi in un grumo indegno, degno del cestino. Si entra gratis nei cinema nebbiosi, nel film d’un bianco e nero talmente logorato da essere divenuto azzurro, l’azzurro grigio del Baltico; e di quei tuoi occhioni tanto logorati da essere diventati azzurri, mia bella sconosciutella in penultima fila… occhi leggendari come premi aziendali, donna sola che hai pianto fuor dalle righe di bistro e di copione (….) Io che sogno a colori e vivo in un bianco e nero talmente logorato da essere diventato azzurro!”

Avete ora un’idea migliore? Provate a leggere questa ad alta voce: “Ma io ti scrivo lo stesso, o almeno lo tento, in barba alla barba del vento, il vento che reca l’acquata, il vento a granata che scopa le scarpe, così non ti puoi più sposare. Che cosa? Sposarti vorresti? Che strani pretesti, che strabici intenti! … Ma questa straparla! Sposarti, e sentiamo, chi mai? La Rosa, la Simo, la Ludo, la Carla? .. Ma l’Arte, ma l’Arte, perdiana! … Uff? L’Arte, lo sai – la gente ti dice – è una bella puttana, che scelta balzana, è una brutta battona e non è buona a niente. (…) Sii scaltro, dai retta: a te ci vuole una moglie che cuoce e rassetta, a te ci vuole una sposa (la Carla, la Ludo, la Simo, la Rosa?); per l’Arte van bene gli artisti, che son tipi tristi. A te ti ci vuole un mestiere, vuoi darcela a bere? Uh, l’Arte è una strega, un guaio per chi ci fa lega! Invecchia ben presto pel popolo onesto. (…) La gente l’ignora di svista e la palpa con mano turista, vorrebbe baciarla sul collo, la gente in ammollo, con labbra di colla di pesce. (…) Ma io ti scrivo lo stesso, col vento che ha smesso”.

C’è poi un ritratto dei ragazzi che per andare a scuola prendono il treno: “Gli studenti si siedono a solatìo. Come il cielo all’alba, i loro tratti sono malcerti, pieni di notte e di possibilità non ancora evase, ma rintuzzate a suon di gomito nei loro volti di parente povero. Quando ridono, baritonali, odorano di caffelatte bevuto in fretta. L’età li buca dentro, il verme triste. La faccia, cava, è come un mandolino tarlato. Il verme tenta di uscirgli dalle facce, ma ha un bel tentare, scavandosi cunicoli foruncoli. (…) Ma il verme triste non schizza via. Fa la sua strada sul volto martoriato, finché l’età che l’ha partorito non lo asciuga. Così come asciuga le altre sovrabbondanze del cuore”.

A me piace. Ma se venite a chiedermi che rapporto esiste nella “novella discreta” tra gli studenti in treno, quello che si vuole sposare e la gente al cinema proprio non saprei dirvelo. Il consiglio è di non cercarlo il legame. Perché magari c’è, ma tenere tutto in mente per cercare di riprendere il filo porta inevitabilmente ad esaurire il buffer delle nostre memorie in cambio di un piacere troppo evanescente e, forse, non richiesto. Il piacere in questo libro è lasciarsi andare alle singole righe, alla malia delle definizioni: “sotto l’aura dello sciroppo di rose che oscilla glaciale in grembo ai fanali in rodaggio rosa” forse non vuol dire molto, ma suona molto molto bene.

I personaggi, badate bene, ritornano: Eutelstano, Duncano, Goffredo, ma non siate neanche molto certi che siano gli stessi: seguite la poesia delle parole, sentite il ritmo prodursi dentro. Seguite la prassi dell’accensione della radio da parte di Ermengarda e Goffredo a pagina 94 (e notate che la spina, per Max, si “intrude” nella presa. Gustatevelo questo “intrude”: difficilmente lo troverete ancora). “A distanza d’intemperie si distinguono, sotto, le prime voci”. “A fatica … come se fosse stata sepolta per troppo tempo. Come se dovesse imparare di nuovo una lingua. Come la svegliassero da un lungo sonno, la radio prende a sfrigolare, poi a tossire con ansiti secchi”.

La lingua di Max è piena di puntini di sospensioni, di virgole, molte più del necessario (è l’unico che io conosca che metta più virgole di quante ne metta io!), di spazi vuoti e di interlinee. Artifici di scrittura per dare il tempo, il ritmo alla lettura, perché una frase non venga troppo a ridosso dell’altra, per lasciarla decantare. E’ uno studio ardito ed avanzato sulle possibilità della lingua, è un gioco, giocato a rimpiattino tra gente che lo sa giocare. E’, insisto, un libro di poesie. Novelle? Ma solo se discrete. Anzi, meglio, se poco si riescono a discernere.


Max Manfredi
"Trita provincia"

Libero di Scrivere - pag 107– 13,00 €
Finito di stampare nel novembre 2002
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 06-01-2005

   
 

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