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BiELLE LIBRI
 

Gianfranco Manfredi: "Quelli che cantano nei dischi"
Mini saggi dagli anni settanta tutti da gustare

di Giorgio Maimone

In attesa di leggere la nuova fatica editoriale di Gianfranco Manfredi (“Io sono un fantasma”, che dovrebbe essere in fase di rifinitura e uscire per Marco Tropea), cerco di soddisfare la mia astinenza leggendo la riedizione dei mini-saggi, scritti da Gianfranco tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. E la soddisfazione, bisogna dire, c’è. Per principio non sono favorevole alla riedizione di materiali sparsi, collazionati e formattati in modo da formare un libro, che, in quanto tale, dovrebbe essere un oggetto a cui dare un minimo di credito. Purtroppo è un malcostume crescente, specie in ambito musicale, dove sempre più editori pubblicano saggi usciti in periodi e contesti diversi, mal datandoli e non aggiornandoli, pur di vendere. E’ capitato anche con personaggi illustri come Franco Fabbri o Umberto Fiori e ora tocca a Gianfranco Manfredi.

Che però, dice e scrive, i libri (editi a suo tempo da Lato Side e destinati alle edicole) se li è riletti tutti e si è posto da solo il problema: aggiornarli o non aggiornarli. In un primo tempo aveva pensato di sì, almeno per completare i saggi con quanto gli oggetti dei medesimi avevano fatto dall’80 in poi (Battisti, nel saggio in questione, non solo era ancora vivo, ma non si era ancora separato da Mogol). Ma successivamente ha optato per il no, per lasciare quell’aura di freschezza (e anche di ingenuità) che spira da molte di queste pagine che peraltro, scrive sempre Gianfranco Manfredi, sono state scritte in fretta e per obbligo contrattuale, negli intervalli tra una sceneggiatura e l’altra, mentre la vita impelleva, tra ansie da “terrorismo e la festosa e libertaria euforia dell’Estate Romana di Nicolini”.

Questo clima e questo tipo di scrittura però “paradossalmente giovò alla scrittura. Mene sono reso conto ora, rileggendo questi testi,all’apparenza indipendenti l’uno dall’altro, ma in realtà un unico lungo testo che ripercorre attraverso il profilo di singoli artisti, un periodo ben definito, rievocato nei suoi connotati sociali e di ambiente” (Gianfranco Manfredi nell’introduzione al volume).

E devo dire che ha ragione: il discorso fila e attrae e il volume “si beve” con passione e velocità, visto lo stile da baedeker ferroviario e soddisfa anche il palato più esigente. In particolare per quelli che sono gli unici veri due saggi del volume: quello su Jannacci e quello su Celentano. Al primo vengono dedicate 30 pagine e al secondo 60 contro le 15 dedicate a Battisti (per esempio) o le 9 dedicate a Mina.

Non è solo questione di “peso editoriale”, conta anche l’impostazione mentale dello scrittore che, da un lato, quando sforna i saggi migliori, lavora su ipotesi e interpretazioni che spesso mi trovano concorde e comunque sempre fornendo pezze d’appoggio e giustificativi per i temi trattati, anche attraverso un denso utilizzo dei testi delle canzoni, dall’altro lato (quando il lavoro è stato probabilmente più affrettato) si affida alla singola intuizione, quasi sempre vincente e brillante, ma, per l’appunto, intuizione più dei sensi che dell’intelletto.

Stando a queste intuizioni (ma letto a posteriori fa meno scalpore) si può dire che Manfredi aveva capito che la coppia Battisti-Mogol stava per scoppiare, che Caterina Caselli era la più politica tra le cantautrici del beat (ma manca del tutto un’analisi delle influenza di Francesco Guccini su Caterina Caselli, che di sicuro ci furono: la Caselli ha cantato “Incubo N.4”, “Per fare un uomo”, “Storia d’amore” e credo anche “E la pioggia che va”, scritte direttamente o indirettamente dal maestrone di Pavana sotto mentite spoglie).

Per Jannacci, ma questo è ovvio fermandosi al 1980, manca tutto l’ultimo periodo, dall’eclisse alla ricomparsa plurivincente al Tenco degli ultimi anni, ma in compenso c’è la chiave di interpretazione che smunuisce l’autore “lagnoso” e esalta quello “skizzo”. Per Celentano manca l’aspetto di innovazione del linguaggio televisivi, ma è presente la considerazione che sia stato uno dei primi a giocare la sua figura su vari piani, compresi quelli di marketing o look. L’ossatura dei personaggi insomma ci sta tutta. Così come per Mina, che le cose migliori le ha fatto nei suoi primi anni o per la Pavone, che era già finita all’epoca dei saggi Lato Side.

Un lato che colpisce, soprattutto pensando al periodo (più di lotta che di governo) in cui sono stati scritti i singoli capitoli del libro, è l’estrema cautela e gentilezza usata da Manfredi nel parlare di prodotti che, all’epoca e per l’ambiente che poteva comprare i “Lato Side” (sostanzialmente la sinistra extraparlamentare di allora), erano da considerare puramente “merce”. Manfredi parla sostanzialmente di “musica di consumo”, di “musica leggera” (con l’eccezione di Jannacci e la parziale eccezione di Celentano e Battisti) eppure riesce a non farsi vincere né dal disprezzo per gli esecutori, né dalla facile tendenza al dileggio.

Il tono del saggio è sempre serio e ponderato, con la tendenza a stupire solo quando, inopinatamente e per me ingiustamente, attacca Luigi Tenco e difende Orietta Berti, vantando la superiorità di “Io, tu e le rose” su “Ciao amore ciao”. Mah, pareri … Per il resto un ottimo libro da non farsi mancare e da condividere in toto per quanto riguarda una delle considerazioni iniziali: “Un conto è ascoltare le canzoni di persona, tra le persone che se le gustano o se ne fanno beffe, sentirle uscire dai juke box, dai mangiadischi, dalle radio, ballarle, cantarle, insomma viverle e scriverne dopo con maggior consapevolezza, tutt’altro conto è ascoltarle nel proprio privato laboratorio ed emettere immediata sentenza”. Come non essere d’accordo?



Gianfranco Manfredi
"Quelli che cantano nei dischi"

Battisti, Mina, Celentano, Jannacci, Milva, Vanoni e altre storie
Coniglio Editore - Pag 263 .- Euro 16,50
Finito di stampare nel novembre 2004
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 17-01-2005

   
 

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