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BiELLE
INTERVISTE |
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I Lupi possono morderti il cuore di Giorgio Maimone |
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I “Luf” sono usciti dai boschi dell’alta Lombardia, tra il lago di Como e la Val Canonica, per ululare canzoni che sanno di funghi e castagne e che portano nomi gentili come “Salta la corda”, “Nina Nana”, “Caro l’me Toni”, “Per un pezzo di pane”, “Ocio a la nona”. E ci si potrebbe aspettare canti popolari e invece si trova una musica intessuta di un gran tiro di rock o di folk-rock, con una spruzzata di Sudamerica (“Tierra bomba” e Ramon”). I Luf sono un “collettivo di belle speranze” come precisano sul loro sito (www.iluf.net): "Avevamo una manciata di canzoni in cui avevamo sputato anima e cuore ed un gruppo di amici che volevano suonarle”. L’organico base è costituito da 8 persone, con possibilità di uscite ed entrate. Dario Canossi, il “direttore d’orchestra” ha una storia musicale che parte da lontano, dalla vittoria in un ormai remoto “Premio Rino Gaetano” (1986) e si dipana attraverso un ventennio passato a insegnare musica a Monticello Brianza e a svariate esperienze musicali, tra cui una collaborazione col Davide Van De Sfroos del secondo periodo. “Uscivamo dal niente proprio come collettivo musicale nostro, un branco di amici che comunque hanno avuto esperienze musicali insieme ma in realtà il Billa (Davide Brambilla) lavorava con Davide, ci lavora ancora adesso Anga (Angapiemage Galliano Persico). Io ho collaborato un po’ nel periodo subito successivo a Breva e Tivan e poi ho iniziato a prestare i miei musicisti: prima il chitarrista, poi il bassista, il violinista … A quel tempo il nostro gruppo si chiamava Charlie Music Company". Ci sono debiti “formativi” con Davide allora? “Che Davide abbia fatto da apripista è innegabile. Ha aperto una strada. C’è da dire che anche prima di Davide altri si erano mossi in questa direzione, basta citare Jannacci che cantava in dialetto trent’anni fa. Per noi è stato abbastanza causale. Nel ’91 a Milano, alla fiera dell’Hi-fi, avevo preparato un lavoro che era simile a “Ocio ai Luf”, già con cornamusa, due organetti diatonici e altri strumenti popolari. Ma in quel periodo quel tipo di lavoro non andava. Non aveva mercato. Per cui noi ci siamo portati sul rock e abbiamo continuato a fare cose più alla cantautore italiano”. Ma adesso il “tempo da lupi” è arrivato. Il mercato è maturo e il disco vende. “Il disco vende al di fuori della più rosee prospettive: le prime 2500 copie sono andate esaurite e altre sono in ristampa. Ai concerti vendiamo moltissimo. E’ la forma di vendita preferenziale”. “Non ho i ritorni delle vendite dai negozi. Il disco non è autoprodotto. Ho un contratto con l’UPR folk rock e la produzione è loro”. “Ocio ai Luf” è stato registrato in tre giorni come se fosse un provino. Ho solo rifatto le voci e aggiunto i cori. Io dico sempre che è stato fatto in tre anni e tre giorni. Tre anni per prepararlo e tre giorni per registrarlo. Abbiamo aggiunto il coro, ma anche lì, siamo andati nella loro sede, abbiamo steso due microfoni per aria, loro che cantavano e “buona la prima”. Un’esperienza meravigliosa” “Per noi quello che sta succedendo è tutto meraviglioso e inaspettato. Si sono messe in riga della cose che uno direbbe che a volte succedono nelle fiabe. Doveva capitare. Congiunture astrali”. Però ve lo meritate “I concerti vanno benissimo. Abbiamo fatto un sacco di date. Siamo sempre in otto. Ci vuole un palco grande per ospitarci tutti, ma anche se è piccolo, noi stiamo vicini. Siamo in otto anche perché non c’è nessuno che vuole stare a casa. Abbiamo tre fisarmonicisti e ne facciamo suonare uno, ma se li lasciassimo andare suonerebbero tutti e tre. A volte gli altri due vengono a vederci. Uguale i due violini”. “Per me la struttura da collettivo aperto “di buone speranze” è stata una scelta di filosofia di gruppo da un lato e di necessità dall’altro. Ci sono sere che suoniamo per cifre che non ti dico per decoro. Il mio batterista, che di musica campa, prende da solo il doppio di quanto prendiamo noi in otto. Ma lui è l’unico che lo fa per mestiere, noi altri siamo tutti dopolavoristi”. “Tu tieni presente che per l’entusiasmo il secondo violinista che abbiamo viene da Savona e veniva tutte le settimane a fare le prove da noi. Gratis! Io gli dicevo “Stefano, guarda che non ti pago! Soldi non ce n’è”. Ma lui “io vengo lo stesso, perché mi diverto”.“C’è un clima bello che spero non cambi mai, un clima di festa costante, di imbecillità assoluta”. Collettivo … però fai tutto tu: scrivi i testi, componi le musiche e canti … “Tutto io? No, io arrivo sempre col mio grunka grunka, i soliti quattro accordi sulla chitarra, poi ... si inizia litigare, La forma definitiva delle canzoni la si fa insieme”. Il disco come è nato? La scrittura della canzoni quanto ti ha impegnato? “Sei mesi sette mesi. Poi sono arrivati tanti problemi tutti sovrapposti. La scaletta dei brani è cresciuta in modo un po’ casuale. “Ciao Bani” è l’ultimo pezzo che ho scritto, dedicato a un mio amico che si è suicidato ed è in fondo dal disco per questo motivo. Il brano più antico è “i Luf”. L’ho scritto già 10 -15 anni, fa poi lasciato lì perché non avevo il ritornello. Quando è arrivato il ritornello, da lì è partito tutto: il nome del gruppo, del disco e il resto”. “Sul nome poi ho anche un aneddoto: quando lavoravamo con Davide - noi aprivamo i concerti per lui - una volta, stavamo tornando dalla Svizzera e ci fermiamo a bere in una birreria. Viene lì un tipo a tampinarci, un vecchio freak sui 50 anni, capelli lunghi, la barba: un fricchettone classico, che voleva parlare con noi- “Siete musicisti?” ci fa e ci mettiamo a chiacchierare, il tempo di una birra insieme. Gli ho regalato due dei nostri dischi vecchi. Tempo dopo mi chiama e mi fa: “io sono Enzo Bellini, detto il lupo”. Pensa che è anche la persona che ci ha fatto il logo. Lui il lupo, il logo, la canzone e così è nato il nome del disco e del gruppo”. E non solo il disco suona bene, c’è anche un magnifico libretto a “illustrarlo”, è proprio il caso di dire. “Quelle illustrazioni sono nella chiesa del paese dove sono nato. Fare un bel libretto costa uguale che farlo brutto. Meglio farlo bello, no?" Parliamo ancora del prossimo disco, anche se immagino ci vorrà parecchio tempo ancora. Dischi come i vostri, senza promozione, senza passaggi radio, senza altra via di diffusione che i concerti hanno bisogno di una vita distributiva molto più lunga. “Ci sposteremo ancora un po’ verso il dialettale, ci sarà qualche pezzo in più in dialetto. Per me anche questa rimane una scelta obbligata. Io non vivo più dove sono nato (in Valcamonica - ndr) , quindi lo scrivere in dialetto ha senso quando vado su d’estate e parlo con i miei amici. Quando poi stacchi per tanto tempo scrivere in dialetto diventa un esercizio di stile”. Cambia molto il dialetto tra dove stai adesso e da dove arrivi? “Il dialetto del lago, il “lagheè”, lo capisce anche un milanese! Anche se poi i dialetti cambiano di paese in paese. Ma il mio dialetto neanche un bergamasco riesca a decifrarlo. Sto scrivendo uno dei pezzi, che metteremo probabilmente nel nuovo disco, tratto da una vecchia filastrocca, che fa così: Hic hac de hoc ech echach on hol hota il hul de hetember. Che sarebbe come dire: “Cinque sacchi di ciocchi secchi, essiccati sul solaio al sole di settembre”. “Io sono della Val Canonica, il mio paesino è un paesino a mille metri di altitudine, in una valle trasversale della Val Canonica, la val di Lozio e io sono di Lozio, senza l’apostrofo”. Tempi previsti? “Solo un idea: ci vorrà tempo. Perché questi dischi hanno bisogno di un paio d’anni di vita per farli conoscerli. Anche perché non hai Sanremo a disposizione. Anche ai concerti se ti va di lusso hai mille persone, da lì a toccarne milioni ce ne vuole di tempo. Comunque stiamo lavorando al disco nuovo. Alcuni brani li stiamo già facendo in concerto. C’è un brano dedicato a Carletto Giuliano “Mei ross che negher”. Meglio rosso che nero. E’ quasi pronto. Ci ho impiegato un anno e mezzo a scriverla dopo i fatti di Genova. Perché ci ho messo molto a digerirli. Poi mi è venuta al volo. L’abbiamo suonata. La parte ritmica non andava; l’abbiamo rimessa a posto coi ragazzi e adesso la portiamo in giro”. Ma come scrivi? Come si svolge il tuo processo compositivo? “Scrivo assieme testi e musiche. E non ce la faccio proprio rifinire. Il lavoro più faticoso è proprio dove ti serve la parte di mestiere; metterti lì a trovare le parole. Io sono rimasto sconvolto quando sono andato nel ‘82 a trovare Guccini, ai tempi di “Autogrill”. Mi ha fatto vedere il testo a cui stava lavorando: per ogni parola ne aveva almeno due altre o tre che potevano entrare. E mi diceva, Guccini: “sai trovare la rima con juke box, arrivare a Century Fox, è stato un lavoro di una settimana, ma mi piaceva troppo mettere juke box”. “A me di solito vengono una strofa e un ritornello. Ho delle partenze da benzina super, ma per il resto è un disastro. Ci sono cose che rimangono lì per mesi e mesi e mesi e non si muovono. Poi succede qualcosa che smuove la situazione. E nasce la canzone". Ai concerti però vi proponete in modi diversi. Ho visto sul sito la storia delle “Lezioni-concerto” su Guccini e De André ... “Facevo e faccio lezioni concerti proprio per portare in giro il “sacro verbo” al popolo”. Sono legate alle cose che faccio a scuola. Quando io insegno spiego Guccini e De André. Su De André faccio un corso monografico. Ormai è il 24esimo anno che insegno. La cosa bella è trovare i ragazzi che vengono dopo anni, sposati con la famiglia e mi dicono “Grazie Dario perché senza di te De André non lo avremmo conosciuto”. “Il valore formativo dell’educazione musicale nella scuola superiore è altissimo ed è decisamente sottovalutato. E’ ancora un’età in cui sono carte assorbenti. Fai un lavoro su de Andrè poi fai i collegamenti con poesia, italiano, il modo di scrivere, la forma canzone. E poi faccio portare la chitarra e li suoniamo anche”. Ho passato l’età, sennò ti chiederei come si fa ad iscriversi? “Per questi corsi in giro andiamo in 5 e 6 persone. Minimo in tre: io, il Billa e un chitarrista o una cantante. Dipende dal cachet. Diciamo che è modulare. Lo facciamo per biblioteche, centri culturali etc. La lezione-concerto su Guccini era articolata a temi: diversi tipi di temi in maniera cronologica. Con De André, i filoni sono: De André e gli amici, la religione, la politica. Gli anni 60 e la scuola di Genova. Fino a che arrivi a oggi”. Ma Dario Canossi in proprio, prima di essere un Luf, come si forma? Chi sono i tuoi referenti, da chi parti? “Sono diventato grande con Guccini, poi ho dovuto lottare per liberarmi dal timbro affine al suo. Poi De André e Claudio Lolli dei primi tempi. Guccini è stato il padre. Tutti i cantautori. Oddio, quelli che noi chiamiamo cantautori: Renato Zero, ad esempio, non c’entra. I cantautori americani Pete Seeger, Wopody Guthrie, Dylan, Springsteen che ho sempre amato tantissimo. I Pogues e i Clash che sono stati i miei riferimenti principali degli ultimi anni. La musica irlandese in generale, ma non tutta”. Ci sarebbero tutte le caratteristiche per un gruppo di combat folk, ma non si sente poi tanto. Un po’ di echi di Modena City Ramblers? “A me sono piaciuti tantissimo i Modena, ma quando fai un lavoro tuo hai dentro tante cose. Magari l’avessi fatto da solo io avrei fatto “Modena2 la vendetta”, ma devi tener conto dei musicisti dei Luf, con la loro formazione. Ranieri Fumagalli suona il baghet e non la cornamusa. Batterista e bassista sono cresciuti a pane e Toto o Tower Power e il chitarrista è diventato grande con Neil Young, mentre il fisarmonicista faceva liscio. Metti assieme tutto questo, sheckera ben bene e ti viene fuori quello che noi siamo”. Quali sono le canzoni a cui sei particolarmente affezionato tra queste di “Ocio ai Luf”? “Ce ne sono alcune che mi piace ascoltare e altre belle da suonare. “Ocio a la nona” è una di quelle che mi piace di più, mentre “I luf” è più difficile da fare. “Vento” è una di quelle che amo di più. “Ramon” mi diverte di più e diverte il pubblico". “I luf” senza coro riuscite a farla? "Sì, perché noi cantiamo in 5. Del resto loro (il coro “Brianza” di Missaglia diretto dal Maestro Fabio Triulzi - ndr) si sono detti disponibili a venire tutti e trenta a cantare con noi quando abbiamo bisogno. Mi sono gasato a vederli tutti assieme a cantare le mie cose, mi sono emozionato, mi tremavano le gambe, da brividi. Un piastrellista, un elettricista ... tutti non professionisti, ma gente che crede in quello che fa. Il nostro discografico ha visto bene, ci ha suggerito il coro e ci ha caratterizzato. Nel mare magno della musica attuale ci differenziamo”. E questo differenziarsi crea affezione tra i voi e il vostro pubblico “Il discorso
del tam tam è diventato importante. Mancano canali per far sentire
la nostra musica: non ti trasmettono il disco in radio, i giornalisti
hanno anche loro pochi spazi e in quegli spazi devono mettere un sacco
di cose. Allora il tam tam diventa la cosa più importante. La cosa
che funziona di più è poi il dopo concerto. Stare lì
a parlare, vendere i dischi, Abbiamo una sorta di fans club in erba dei
7 ai 70 anni. Abbiamo le figlie che portano i padri e poi i padri che
trascinano le figlie. Alla Nomadi! Fantastico!”
Intervista effettuata il 16-09-2003 |
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