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Un concerto di Lolli
 
Lolli & Capodacqua: come Vladimiro & Estragone

di Giorgio Maimone

Un palco vuoto. Sale un omino. Ricurvo, piegato. Forse da un lato del palco c’è un alberello stento. Potrebbe sedersi e mettersi, intento, a cavarsi le scarpe. Non lo fa, ma da un sacchetto da supermarket estrae un libricino, un quaderno, ma piccolo. Che ha vissuto tempi migliori. Sul quaderno (o sul libro) parole da lui scritte e da altri stampate. L’omino buffo, con buffi capelli, scapigliati ai lati del capo, capelli Pampurio, lunghi e arruffati sulla giacca da Upim, sulla giacca da Standa, comincia a cercare col dito qualcosa sui fogli che trova e non trova. In silenzio dietro lui prende posizione il clown bianco, la spalla, l’invisibile essenza, il motore del ritmo, la musica fatta chitarra, fatta persona. Si siede in disparte e in disparte rimane, Vladimiro. Mentre il primo clown, che credo si chiami Estragone, dal libro finalmente inizia ad estrarre parole.

E le parole si librano più in alto del palco, delle nostre e delle loro miserie, perché sono parole che volano alto, che hanno le ali e le sanno anche usare. Perché sono parole dettate dagli angeli, dal sapore di poesia e di zucchero a velo. Sembra strano quel suono che esce dalla bocca dell’uomo, impegnato anche oggi a trovare un suo malfermo equilibrio e che con gesti pacati, da sotto-estimazione, con gesti banali da clochard al gran hotel o invitato ad apparire in un talk show nazionale mostra il suo imbarazzo, lo esagera e ci gioca gigione, mai convinto davvero.

E si ride e si piange e ci si arrabbia perfino perché l’omino è un gigante a mettere insieme parole. Ha un dono superbo, basta non dirglielo mai, perché scrollerebbe un po’ il capo, darebbe la colpa a quel vino, bevuto a catini, prima, dopo e durante e per tutta la vita. A quel vino a cui ci siamo messi tutti sotto come fosse una cascata, perché di così buono non l’avevamo mai bevuto, da trenta-quarant’anni almeno.

L’omino non sa, o dissimula o ignora o non vuole sapere, che sotto quel palco, mentre lui parla alla luna, c’è uno stuolo in affanno di anime perse che sospira con lui, con condivide con lui, che si sa condolere e provare a volare sulle scarse ali di un vento che soffia antagonista, che soffia a sinistra, a sinistra del palco, a sinistra d’Italia, a sinistra del mondo.

E l’uomo cava parole come fossero fiori. Lui sul palco Mandrake col suo Lothar chitarrista che sa cavare da quel legno e quelle corde di nylon melodie che l’omino nemmeno sapeva potessero stare al di sotto delle canzoni che scrive. L’opera buffa prosegue, tra Vladimiro e Estragone, tra Mandrake e il suo Lothar, tra Salasso e Doppio Ruhm, due vecchietti del West dei fumetti italiani.

Ma forse sono i comici scalcinati dell’arte che provavano commedie nel folto del bosco, quando il folletto giocoso dal nome di Puck, mise testa di multo al più ignorante di loro e ne fece l’amore della regina Titania. E noi tutti Titania accalcati ai suoi piedi, siamo pronti a giurare che il suo canto ci inebria anche quando fruga in miserie che riconosciamo così nostre da stupirci perfino che qualcun altro su un palco sia riuscito a farne rapina e materiale per canti che ci troviamo a cantare, noi col sorriso stampato, raro e fievole sul nostro volto stralunato in perenne crisi.

   
Ultimo aggiornamento: 28-11-2003
 
   
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