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Gli "imperdibili" del 2003
 

Claudio Lolli e Parto delle nuvole pesanti: "Ho visto anche degli zingari felici"

L’ho sentito la prima volta. Non mi è piaciuto. Salvavo solo "Gli zingari (Intro)". Pollice verso per "Agosto" e "Primo maggio", ma soprattutto per "Anna di Francia". Poi l'ho risentito, distrattamente, mangiando. Già meglio. Ma non mi è bastato. L'ho rimesso ancora. E iniziava a scorrere, ma con qualche sacca di resistenza. Poi non ce l'ho fatta più e ho messo su il vecchio vinile traslato in cd. E capolavoro e magia e disco da isola deserta e pietra miliare e commozione e nostalgia e tutto quello di bello che ci può essere ascoltando un disco epocale, un disco con pochi, pochissimi eguali: "Creuza de ma" , "Non al denaro, non all'amore né al cielo", "La pecora" di De Gregori, "L'isola non trovata", "Storie d'Italia". Ma, masochista fino in fondo, ho riportato il lettore sulla nuova versione. Ho alzato il volume e ho ascoltato per l'ennesima volta. Il disco c'è. E' una scossa tellurica, è un'abrasione, è uno strappo. Ma è soprattutto un grande disco!

Ebbene sì, quasi 30 anni dopo ricasco nella stessa magia e mi perdo man mano ad ascoltare come sono cambiate le canzoni, pur restando uguali e mi faccio trascinare dalla nuova "Albana per Togliatti" (che non canta Claudio, ma Peppe Voltarelli), ma subisco anche i recitativi di Claudio che danno più importanza e rilevanza alle parole, nell'Intro, ma anche in Anna di Francia. E la ritrovo grintosa e carica la voce di Claudio nel coro plurale del finale, dove gli strumenti cavalcano tarante impazzite e gighe disarmoniche in un treno rock che macina chilometri di distanza, anni, generazioni. E saltello e batto il piede e segue il ritmo e mi immagino gli zingari, i nuovi zingari e li sento più felici di prima.

Devo fare uno sforzo di fantasia per immaginarmi gli zingari nella Piazza Maggiore di Guazzaloca, ma, se è per quello ho dovuto pure fare un bello sforzo di fantasia a immaginarmi Guazzaloca sindaco di Bologna! E allora che parta la danza, che parta il treno e che travolga tutti i Guazzaloca o chi per loro che cercano di mettersi di mezzo. Onore al merito e al coraggio di Claudio Lolli nel rimettersi in gioco, nello svestire una suite così complessa e significativa come i vecchi "Zingari" e, come fece De Andrè a suo tempo, "metterle la minigonna". Operazione impudica. Ogni tanto le canzoni, specie nei ritmi più svelti mostrano le mutande, ma che devo dire? Mi piacciono anche queste mutande.

Isa: "Disoriente"
Marta sui tubi: "Muscoli e dei"
Klez Roym: "Yankele nel ghetto"
Marco Berruti: "Così è per me"

 
Gianmaria Testa: "Altre latitudini"
Come aggiungere qualcosa? Quando apri la confezione di un cd e ci trovi scritto . “La tua voce si arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo”.
Sulutumana: "Di segni e di sogni"
Ecco se si potesse dire che come esiste un filone musicale che si definisce "americana", i "SULUTUmana hanno aperto il filone dell'"italiana". Dall'operetta al caffè concerto, al suono americano delle grandi orchestre, alla rivista: uno studio sulla melodia che non dimentichi né la musica popolare, né Domenico Modugno e tutto quello che c'è stato dopo di lui. Praticamente un saggio. Ma molto più godibile.
I Ratti della Sabina: "Circobirò"
Da qualche tempo in qua, tutte le sere, compro il mio biglietto e mi siedo in prima fila. Mi tolgo sciarpa e cappotto e li dispongo sulla sedia di fianco. Allungo le gambe, faccio scrocchiare le dita e appoggio la schiena allo schienale. In perfetta letizia mi accingo allo spettacolo. Eccolo che inizia! Sento già il ruggito dei leoni e le risate dei clown. .Un piccolo capolavoro.
Enzo Jannacci: "Un uomo a metà"
E' un disco convincente a tutto tondo, una vera grammatica dell’intelligenza, che si stacca dal panorama circostante. Poco meno di un’ora di musica e tutto sul filo di un’intelligenza emotiva che non deflette mai, né nella musica, né nei testi. Alle musiche, come fedeli custodi delle intuizioni dell’Enzo stanno il figlio Paolo e il Maestro Mauro Pagani.
Giorgio Conte: "Il contestorie"
E' probabilmente il cd con il peggior rapporto quantità/ prezzo attualmente sul mercato (30' per 22 euro), ma se il discorso si sposta sulla qualità, bisogna notevolmente rivedere i parametri. Il "Contastorie", questo il titolo dell'opera che comprende un cd normale (ma corto), un cd bonus con due brani e le 130 pagine del libretto, è uno dei lavori più piacevoli usciti nell'estate 2003.
Lalli: "All'improvviso nella mia stanza"
Cosa affascina in questo lavoro? La voce di Lalli in primo luogo, voce calda e avvolgente, matura e consapevole, voce che culla e che consola, che affascina e coinvolge. Non la voce della "femmina fatale" ma della donna (compagna?) da cui potrebbe essere bello sentirsi raccontare storie. E poi sono le storie stesse a reclamare la loro attenzione.
I Luf: "Ocio ai Luf"
Dario Canossi, chitarra, voce, autore delle musiche e dei testi, un passato con Van De Sfroos. Siamo in quei dintorni. Uso del dialetto, di stilemi folk, impiantati su un anima rock, ma con significative variazioni. Il dialetto, ad esempio, compare e scompare. La maggior parte dei brani sono in italiano. Siamo sempre dalle parti del Lago di Como dove, da qualche anno in qua fioriscono i talenti.
Cantodiscanto: "Malmediterraneo"
E’ bello ritrovare degli amici. Anche quando non li si conosce. Ma si pensa di potersi fidare di loro. Perché sai che non ti tradiranno, neanche dopo tempo. I Cantodiscanto sono “amici” in questo senso. Mai né visti né conosciuti, ma l’apparire di un loro disco nuovo è una gioia. Si mette il cd sul lettore e si parte per un viaggio.
Eugenio Finardi: "Il silenzio e lo spirito"
Non è un disco facile. E nemmeno interamente riuscito. Ma è un lavoro con una forza interna e con alcuni episodi di grande spessore. Come si era già confermato con “Verranno a chiederti del nostro amore”, Finardi è un ottimo esecutore di Fabrizio De André: questa volta rifà alla sua maniera: "Il ritorno di Giuseppe".
Tetes de Bois: "Ferré, l'amore e la rivolta"
I Tetes de Bois hanno avuto una buona idea: riprendere i testi e le canzoni di Leo Ferrè, poeta anarchico francese, uno dei maggiori interpreti del mondo culturale non solo francese attorno alla meta' del secolo scorso (almeno una sua canzone la conoscono tutti: "Avec le temp") e tradurle in italiano, aggiornando il discorso musicale ai tempi nostri. .
Davide Van De Sfroos: "Laiv"
Inizia sferragliando come un treno in piena corsa e le danze non smettono fino a metà del primo cd, quando "San Macacu e San Nissoen" lascia un'oasi per respirare in mezzo alla frenesia de "La balera", "Cauboi", "Sugamara" e "Kapitan Kurlash". Insomma ci sono tutti i passi obbligati , le pietre miliari; anche "La televisiun" che, come mostra un recente referendum sul sito di Davide è una delle meno amate dai suoi fans, ma che, evidentemente a Davide piace.
Luigi Grechi: "Pastore di nuvole"
Non un capolavoro, ma il capolavoro non lo si trova a comando. Lo si deve sentire dentro. È un clic che scatta oppure no. Qui non scatta, ma scattano molte levette: di intelligenza, di piacevolezza, di bravura e ancora quel misto di consolazione e malinconia al pensiero di quanta poca gente conosce e apprezza Marco Berruti. Miele e aceto. Marco Berruti non rischia di diventare famosi in fretta. Fa dischi troppo belli. E senza concessioni.
 
Enrico Deregibus: "Quello che non so lo so cantare"   "La meglio gioventù" di Marco Tullio Giordana
Francesco De Gregori sa parlare, anche se spesso sfiora l’afasia, ed Enrico Deregibus sa scrivere. Nella speranza di essere in grado di leggere ho provato un vergognoso piacere nel leggere “Quello che non so cantare”, sottotitolo non scritto “faticosa biografia di Francesco De Gregori” di Enrico Deregibus Piacere perché un libro simile mancava.Lo stile di Deregibus è la parte più convincente del lavoro. In alcuni capitoli esplicita in modo chiaro la tecnica usata: campo lungo, campo medio, figura intera.   La meraviglia del film sta nel riuscire a restituirci pezzi di storia fondendo pubblico e privato con una trasmissione continua di sentimenti, sensazioni, brividi. In questo Marco Tullio Giordana è sorretto da un cast straordinario, nel quale spiccano i due principali protagonisti, i fratelli Nicola (Luigi Lo Cascio) e Matteo Carati (Alessio Boni). E' il caso di invitare spassionatamente ad andarlo a vedere e ad applaudirlo questo progetto, che è una delle cose più nobili fatte dalla televisione di stato negli ultimi anni.
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