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Gli "imperdibili" del 2002
 

Luigi Maieron: "Si vif"

"Non si cresce mai abbastanza senza buoni ricordi. Si vive comunque, ma costa un po' di più". Luigi Maieron poeta furlano e cantante di gran vaglia. Prendete Leonard Cohen, fatelo cantare in lingua carnica, su musiche di Nick Drake e avrete un idea di cosa può proporvi Gigi Maieron. Siamo dalle parti di un signore di 48 anni con molti capelli bianchi e una gradevole aria da "duro" vissuto, ma dal cuore tenero che canta dei suoi piccoli spostamenti dell'anima e del tempo che passa (e una volta che è passato diventa "di seconda mano". Le parole sono il piatto forte, parole intense, parole pensate, parole vissute e "emesse", sussurrate, proposte con gentilezza, con un attitudine dolce che non può non toccarti il cuore.

C'è profumo di cose buone e antiche tra le pieghe delle canzoni di Maieron: polenta e castagne, latte caldo e vino fresco di neve. E c'è soprattutto il senso del tempo che passa (non invano) e che passando ti regala le parole che hai sempre cercato per spiegarti la vita. Guardare il passato per capire il presente.

Grandi testi, grandi emozioni, musica crepuscolare con un'eccellente lavoro di produzione di Michele Gazich. Pochi strumenti: la chitarra di Maieron, viola e violino di Michele, una fisarmonica (Luca Ferro), un flauto (Elena Ambrogio), ogni tanto un basso (Giancarlo Prandelli). E poi l'uso della voce. Tenuta sempre sul registro basso, alla caccia di emozioni che possano prenderti sotto cinta. Una voce, come Cohen, decisamente sensuale, una voce in grado di restarti dentro. Come una nebbia sottile.

Valentina Giovagnini: "Creatura nuda"
Radiodervish: "Centro del mundo"
Federico Sirianni: "Onda clandestina"
Anarchistes: "Figli di origine oscura"

 
Mercanti di Liquore: "La musica dei poveri"
Che avessero stoffa lo si sapeva, li avevamo ascoltati nelle loro appassionate cover di De Andrè, poi con gli Zoo e ancora nei loro primi pezzi da autori. Ora sono usciti con un CD tutto loro: 14 pezzi ricchi di atmosfera e anche di personalità. I mercanti se lo sono inventato, suonato, registrato, e prodotto. Gli echi deandreiani si sentono eccome, ma nel modo giusto, quello che ha senso, quello che prende gli insegnamenti del maestro, li elabora, e ne costruisce qualcosa di proprio.
Yo Yo Mundi: "Alla bellezza dei margini"
Un disco che convince, che può piacere. Non forse al primo ascolto. Man mano. Ha bisogno di un po' di tempo per entrare sotto pelle. Complice la voce "non facile" di Paolo Archetti Maestri (voce, chitarra e anima degli Yo Yo Mundi, dotate di una "rrr" da fare arrossire Guccini e di alcune aperture di vocali alla piemontese, difficili da digerire oltre Tanaro) e un'atmosfera balzana, "sghemba", potremmo dire citandoli.
Roberto Vecchioni: "Il lanciatore di coltelli"
Mauro Pagani può essere considerato una garanzia, soprattutto visto il lavoro messo assieme con Massimo Ranieri. E, per quanto non sappia quanto le sue mani abbiano lavorato tra i solchi e quanto le sue scelte siano state pregnanti, posso dire che si avverte un'impronta più profonda e attenta sul piano musicale. Il disco suona proprio bene. Un disco misto, frastagliato, tra sensazioni di "dolce rinuncia" e imprevisti scatti di vitalità.
Acustimantico: "La bella stagione"
Eleganza. È questa la prima parola che viene in mente. Eleganza perseguita con coerenza e come vero intento. Lo si nota dalla grafica del disco, dal packaging (dio, che termine orribile!) dalla confezione, in plastica morbida blu, semi trasparente e tenuta insieme solo da angoli ripiegati, come un origami, che contiene un raffinato libretto, coi testi e i crediti e corredato da sofisticate fotografie ed immagini.
Beppe Gambetta: "Concerto"
Molto piacevole il signor Gambetta, molto piacevole la sua chitarra dalle note blu genova. Carezza, sfiora, va e torna. Partendo dalle strade statunitensi con la sua "Mama" e soffermandosi in un fandango arriva al blues, e lì incontra il mandolino di Martino Coppo, l'oboe di Mario Arcari, il banjo di Gene Parsons e l'organetto del Gambetta piccolo, Filippo, e si incamminano tutti insieme, verso la chiesa, inseguiti dalle loro note.
Sergio Cammariere: "Dalla pace del mare lontano"
A me Sergio Cammariere non sta particolarmente simpatico. Bravo sì, un virtuoso del piano anche, dotato di buona musicalità, ma - come dire - la chimica non è scattata. Il vizio principale di questo disco è di essere di "musica leggera". Ciò detto resta un disco gradevolissimo, con qualche punta interessante. Forzato tra i migliori del 2002? Come disco sì, qualche canzone ci sta.
Loris Vescovo: "Stemane Ulive"
Non sapevo nulla di Loris Vescovo, prima di questo cd. Non ne supponevo nemmeno l’esistenza. Invece sono lieto di annunciare che Loris vescovo “è vivo e lotta insieme a noi” per la musica di qualità. È un disco dai molteplici rimandi, si può passare da alcune atmosfere alla Pino Daniele alle brume di Nick Drake.
Tetes du bois: Ferré, l'amore e la rivolta
I Tetes de Bois hanno avuto una buona idea: riprendere i testi e le canzoni di Leo Ferrè, poeta anarchico francese, uno dei maggiori interpreti del mondo culturale non solo francese attorno alla meta' del secolo scorso (almeno una sua canzone la conoscono tutti: "Avec le temp") e tradurle in italiano, aggiornando il discorso musicale ai tempi nostri.
Fabrizio Poggi: "Turututela"
E' un disco che parla di "canali e nebbie tra i fossi". Di emigrazione e di teatranti, di conti e di pugnali. Fabrizio chiude con questa frase:"Amare il proprio paese non e' un merito, bensi' un bisogno: un dovere". Lo strano titolo, "Turututela", deriva dal nome dei cantastorie padani che, accompagnandosi con il "ghitaren" (chitarra artigianale con una sola corda), girava per i paesi, raccontando storie e favole.
De Gregori/Giovanna Marini: "Il fischio del vapore"
Ho campato abbastanza a lungo per vedere la Sony fare un disco di musica popolare italiana. Non avrei mai creduto di sentire le note di "Donna lombarda" o le strofe di Giovanna Daffini uscire dai patinati solchi della major giapponese. Potenza di De Gregori. E potenza di un anacronismo fortemente voluto e perseguito con intensità e rigore. Questo precede la considerazione che si tratti o meno di un bel disco. È un disco meritorio. Poi che io lo ascolti con tre dita di brividi alzati lungo la schiena forse è un fatto soltanto mio.
 
Franco Fabbri: "Album Bianco2"   "L'era glaciale" di Chris Wedge e Carlos Saldanha
Franco Fabbri, ora illustre musicologo e professore dell’Università di Torino, non tradisce mai. Già piccole perle sue si potevano trovare dentro “Accordi Eretici” e “Belin, sei sicuro”, entrambi lavori a mosaico dedicati a Fabrizio De André. In circolazione poi c’è anche “Il suono in cui viviamo”. Libro di musica scritto e vissuto dall'interno. Stormy Six e dintorni. Da tenersi stretto.   Storia semplice, caratteri indovinati eun doppiaggio all'altezza. Un risultato niente male: risate, buoni sentimenti e un gioco di parti magnificamente registrato. Tutti i personaggi hanno peraltro anche una parte cattiva che non esitano a mettere in gioco e che è quella che garantisce il pieno di risate. Cattivo al punto giusto. 
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