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di speranze, d'informazione, dell'uomo.

 















Gli "imperdibili" del 2001
 

Sulutumana: "Danza"

Disco quasi clandestino ma di validita' inusueta. I Sulutumana sono un gruppo "lumbard" doc (niente a che vedere con Senatur), ma il nome stesso del gruppo significa "Sul divano" o meglio "Sull'ottomana" e, chilometro piu', chilometro meno, hanno "bagnato" gli strumenti nella stessa acqua di lago che e' servita a dare i natali a Davide Van De Sfroos. Contrariamente all'illustre precedente lacustre e a quello che potrebbe far pensare il nome del gruppo, i brani sono cantanti in lingua, tranne uno ("Viola") che, peraltro e' probabilmente il piu' bello del lotto. L'unico segno, oltre al nome, della provenienza del gruppo (Lecco e dintorni) e' un qualche "e" lombarda un po' troppo aperta e in qualche "o" troppo chiusa. Peccati veniali.

Anche perche' i Sulutumana sono una delle piu' piacevoli realta' incontrate negli ultimi tempi. Il disco ha un solo difetto: e' breve! Per il resto e' un condensato della miglior musica d'autore italiana. In 34 minuti e pochi secondi questi ragazzi /sette piu' qualche ospite) sciorinano il meglio del cantautorato italiano. Il dischetto inizia a svolgere i suoi solchi e iniziamo ascoltando Ivano Fossati, poi passiamo a Paolo Conte, un rapido giro e abbiamo Max Manfredi. In mezzo un ricordo di Claudio Lolli e di De Andre', ma tanto per gradire.

Allora la domanda che nasce spontanea e': i Sulutumana hanno studiato a lungo la musica d'autore e hanno poi cercato di riproporla o si sono messi ex abrupto a scrivere e hanno infilato una serie di piccoli gioiellini? La domanda ha una sua ragione d'esistere: non si puo' ascoltare "Frigo" senza pensare a Paolo Conte ("Una sera come tante/ una sera come queste/ impaziente la quiete sta aspettando la tempesta … Una notte di febbraio /dentro al ventre di Milano / una luce sfida il buio / di un interno a pianterreno"), mentre "Danza" ha precise movenze fossatiane ("Tormentati, quieti, muscolosi e malati / siamo letti di carta e lenzuola di raso … e scoppi di risa, alleati, avversari / e stanchi cercatori di fortuna / siamo pianto negli occhi e riflesso di luna / siamo uomini, donne, bestemmia, preghiera"). Ma non e' un disco derivativo! La formazione strumentale e' ricca: violino, fisarmonica, flauto, oltre a chitarra, piano, contrabbasso e percussioni e due voci, anziche' una.

Poi alle musiche ci mettono le mani in 5, all'arrangiamento partecipano tutti, mentre i testi sono opera del solo Giambattista Galli (voce e fisarmonica), con ottimi risultati e addirittura la sensazione che i brani piu' lirici siano quelli meno riusciti musicalmente ("Sara' di piu'" ha un testo interessantissimo, mentre la resa musicale non e' memorabile). I vertici assoluti sono la gia' citata "Viola" (la "o" si legge molto chiusa) dai vaghi echi deandreiani: "Bocca di vino rosso, bocca di cantina/ dita di ghiaccio a scaldare sulla stufa" e "L'eclissi" che finisce con alcuni versi di Pablo Neruda, cantati in spagnolo e che riesce ad armonizzarli con versi italiani del tenore di questi: "Conosco un posto dentro un agosto di pioggia battente/ dentro a un mare di dolore e sale che ti brucia il volto". Insomma: cinque stelle senza dubbi per un disco che fila via liscio senza esitazioni e che, una volta messo sul lettore, si rifiuta ostinatamente di scendere e lasciare posto ad altri.…

Caravane de Ville: "Metropolis"
Maurizio Camardi: "Frontiera"
Bugo: "Sentimento westernato"
Cantodiscanto: "Medinsud"

 
Davide Van De Sfroos: "E semm partì"
Da lontano vediamo le ombre farsi sostanza, i fantasmi perdere il traslucido. Sentiamo i ricordi farsi parole, farsi suoni, farsi canzoni. Arrivano dal fondo dei magazzini della memoria, rotolano come barili vuoti e fanno un identico rumore. Le parole hanno un retrogusto antico, polvere smossa da bauli di ciarpame ingombi, "tira, mola e messeda", "i occ del luff quand el cagna". Frasi che sentivo da bambino, ma qualcuno le canta ora, nel mio dialetto! E le canta bene!
Max Manfredi: "L'intagliatore di santi"
E' uno di quegli oggetti che non vogliono lasciarsi accarezzare. E allora bisogna lasciarlo li', girargli intorno con circospezione, lasciargli il tempo di decantare e consentirgli di entrare in confidenza con te. Lui con te. Non tu con lui. E ogni giro che fa, ora che si e' scaldato, scioglie una sua spira e la lascia vorticare mollemente nella stanza. Si avvicina a me, ma non per ghermirmi. Lo fa in modo garbato. Non mi adesca. Mi comunica. Mi chiede. Mi penetra.
Francesco De Gregori: "Amore nel pomeriggio"
E' bellissimo! Il principe e' tornato e canta per noi! E la notte diventa magica, piena di fascino, come le donne bellissime di Venezia, che "arrivano fin qua". Fotogrammi virati seppia, fonogrammi dalle questure del regime, un filo nero che unisce le piccole vicende degli ultimi gerarchi con le prime luci di "una grande giornata" e, sopra tutto, "Canzone per l'estate".
Eugenio Finardi / Marco Poeta: "Fado"
È così bello poter parlare bene di un buon disco che è davvero un peccato non poterlo fare sempre. Ma questa volta il colpo è basso: mi hanno preso sul sentimento. Per uno che ha "l'anima di fado" già al naturale, un disco taliano che si intitoli "O fado" e che contenga 18 piacevolissime canzoni è veramente un attentato sentimentale. E così eccomi ancora con il cuore portoghese a parlare di un grande disco. Grande e inatteso. Forse tanto più grande perché inatteso.
La Rosa Tatuata: "Bandiera genovese"
"Tra le pagine di me" sono due minuti di pura ambrosia, versata a due mani in entrambi le orecchie; un grande testo al servizio di una musica d'atmosfera pregnante. Come non correre con la mente a "L'attimo fuggente" di Peter Weir, quando l'attacco cita :"Piedi sul banco"? Il testo (immagino) del brano e' di Fabio Terzitta, una delle collaborazioni di qualita' presenti nel disco.
Daniele Sepe: "Jurnateri"
Evviva! Daniele Sepe e' tornato! Ed e' tornato con un signor disco. Devo confessarlo: ho sempre un po' di apprensione quando mi avvicino a un nuovo disco di Daniele. Autore eclettico e dotato di una maestria che gli consente di svariare tra generi completamente diversi, non e' raro che Daniele si perda tra i meandri di questa sua bravura e ci offra prodotti di difficile digestione.
Vasco Rossi: "Stupido Hotel"
Vasco Rossi e' un genio! Non ci sono alternative. Non particolarmente dotato, scrive canzoni modeste con testi indecenti, poi le interpreta ed e' subito uno di quei casi in cui il risultato e' superiore alla somma degli addendi. Vasco sembra ricoprire quel ruolo da fool accettabile che e' stato per anni di Celentan, quello a cui e' concesso essere politicamente scorretto (e Vasco lo e'), ruvido, rude, illetterato e poetico al tempo stesso.
Peppe Barra: "Guerra"
E invece, ecco la sorpresa. Il disco e' bellissimo! Barra e' ispirato, mette lo zampino nella composizione di quasi tutte le canzoni (e, nella meta' circa, si nota anche il ritorno di Patrizio Trampetti), traduce in napoletano uno dei capolavori dei fratelli Mancuso e rielabora un paio di pezzi tradizionali, tra cui una "Barcarola" da brividi intensi di piacere, dilata i tempi, quasi sempre sopra i 4 minuti e porta a termine la sua "Guerra", indubbiamente vincente.
Massimo Bubola: "Giorni dispari"
Massimo Bubola non sarà simpatico, ma ha sempre fatto bei dischi e belle canzoni. Con pochissime eccezioni. "Giorni dispari" non tradisce le aspettative e conferma la classe dela cantautore veronese, tra gli habitués dei nostri indimenticabili. In realtà è la riedizione di un disco dell'81 con tre canzoni aggiunte.
Riccardo Tesi: "Thapsos"
Ci sono dei dischi che, una volta saliti sul lettore, si rifiutano di scendere. Non c'e' niente da fare. Tu li tiri giu'. Passa qualche giorno, nei casi peggiori qualche ora, e li ritrovi su. E a poco a poco ti accorgi che hanno iniziato a diventare la colonna sonora della tua vita. E' il caso di Thapsos di Riccardo Tesi e della sua Banda Italiana. Piccoli gioielli sfavillanti affidati alle acrobazia dell'organetto diatonico di Riccardo, alla voce di Maurizio Geri (in solo 5 canzoni), ai cori degli ormai leggendari fratelli Mancuso.
Enzo Jannacci: "Come gli aeroplani"
Come gli aeroplani che, prima o dopo, ritornano sempre a volare, anche Jannacci Enzo, nato a Milano il 3 giugno del 1935, ritorno ancora a volare. E ci ritorna con un cd di pura incazzatura: un disco violento, privo di sfumature, senza mediazioni e con tanta voglia di fare a cazzotti, con il mondo discografico, con Berlusconi, con chi ti incatena in un angolo e ti toglie il diritto di parlare, con i malanni dell'età, con il successo che arriva e, come una puttana, senza neanche un bacio ti lascia lì da solo.
Massimo Ranieri: "Oggi o dimane"
Sul repertorio non c'è problema: 300 anni di storia conteranno pur qualcosa, ma come fare per rinnovare il parco e proporre versioni nuove? E qui entra in gioco Mauro Pagani con la sapienza e la maestria che già aveva dispiegato a piene mani in Creuza de Ma. Arrangiamenti ridotti all'osso, scarni, quasi disadorni: ma qui compare un oud, là una zurna tunisina, qua una korà e là un bouzouki. Poi mettiamoci fisarmonica, zarb e sabbie (perché no?), il Dmbouka e le percussioni, il cajon, le palmas e una spruzzata (non di più, sennò il sugo viene troppo forte) di chitarra flamenco.
 
Dario Salvatori: "Dizionario delle canzoni italiane"   "La stanza del figlio" di Nanni Moretti
Un libro che promette quello che mantiene, fin dalla copertina, a ricalco su quella celeberrima di Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band, ma sostituendo alle icone scelte dai Beatles per racchiudere gli anni '60, i volti dei più celebri cantanti degli ultimi 40' anni di musica nazionale. Il "Dizionario delle canzoni italiane" di Dario Salvatori, firma storica del giornalismo musicale italiano, presenta in poco più di 500 pagine 1500 canzoni che hanno fatto la storia, grande o piccola della canzonetta.   Capolavoro o no? Difficile a dirlo. Ma sul momento in pochi hanno avuto il dubbio: film che ha raccolto tutti i premi disponibili in Italia e tutti meritatamente e anche la Palma d'oro a Cannes. Si piange, ogni tanto si sorride. C'è della genialità anche nella rappresentazione del dolore. Si chiede Tullio Kezich: "che Nanni stia diventando un classico?" La risposta è probabilmente sì, ma se si riesce a diventarlo senza svendersi e con un film rigoroso e sul dolore come questo, beh tanto di cappello al "classico" Nanni!
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