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| Sulutumana:
"Danza"
Disco
quasi clandestino ma di validita' inusueta. I Sulutumana
sono un gruppo "lumbard" doc (niente a che vedere
con Senatur), ma il nome stesso del gruppo significa "Sul
divano" o meglio "Sull'ottomana" e, chilometro
piu', chilometro meno, hanno "bagnato" gli strumenti
nella stessa acqua di lago che e' servita a dare i natali
a Davide Van De Sfroos. Contrariamente
all'illustre precedente lacustre e a quello che potrebbe
far pensare il nome del gruppo, i brani sono cantanti
in lingua, tranne uno ("Viola")
che, peraltro e' probabilmente il piu' bello del lotto.
L'unico segno, oltre al nome, della provenienza del gruppo
(Lecco e dintorni) e' un qualche "e" lombarda
un po' troppo aperta e in qualche "o" troppo
chiusa. Peccati veniali.
Anche
perche' i Sulutumana sono una delle piu' piacevoli realta'
incontrate negli ultimi tempi. Il disco ha un solo difetto:
e' breve! Per il resto e' un condensato della miglior
musica d'autore italiana. In 34 minuti e pochi secondi
questi ragazzi /sette piu' qualche ospite) sciorinano
il meglio del cantautorato italiano. Il dischetto inizia
a svolgere i suoi solchi e iniziamo ascoltando Ivano Fossati,
poi passiamo a Paolo Conte, un rapido giro e abbiamo Max
Manfredi. In mezzo un ricordo di Claudio Lolli e di De
Andre', ma tanto per gradire.
Allora
la domanda che nasce spontanea e': i Sulutumana hanno
studiato a lungo la musica d'autore e hanno poi cercato
di riproporla o si sono messi ex abrupto a scrivere e
hanno infilato una serie di piccoli gioiellini? La domanda
ha una sua ragione d'esistere: non si puo' ascoltare "Frigo"
senza pensare a Paolo Conte ("Una sera come tante/
una sera come queste/ impaziente la quiete sta aspettando
la tempesta … Una notte di febbraio /dentro al ventre
di Milano / una luce sfida il buio / di un interno a pianterreno"),
mentre "Danza" ha precise movenze
fossatiane ("Tormentati, quieti, muscolosi e
malati / siamo letti di carta e lenzuola di raso …
e scoppi di risa, alleati, avversari / e stanchi cercatori
di fortuna / siamo pianto negli occhi e riflesso di luna
/ siamo uomini, donne, bestemmia, preghiera").
Ma non e' un disco derivativo! La formazione strumentale
e' ricca: violino, fisarmonica, flauto, oltre a chitarra,
piano, contrabbasso e percussioni e due voci, anziche'
una.
Poi alle musiche ci mettono le mani in 5, all'arrangiamento
partecipano tutti, mentre i testi sono opera del solo
Giambattista Galli (voce e fisarmonica), con ottimi risultati
e addirittura la sensazione che i brani piu' lirici siano
quelli meno riusciti musicalmente ("Sara' di piu'"
ha un testo interessantissimo, mentre la resa musicale
non e' memorabile). I vertici assoluti sono la gia' citata
"Viola" (la "o" si legge molto chiusa)
dai vaghi echi deandreiani: "Bocca di vino rosso,
bocca di cantina/ dita di ghiaccio a scaldare sulla stufa"
e "L'eclissi" che finisce con alcuni versi di
Pablo Neruda, cantati in spagnolo e che riesce ad armonizzarli
con versi italiani del tenore di questi: "Conosco
un posto dentro un agosto di pioggia battente/ dentro
a un mare di dolore e sale che ti brucia il volto".
Insomma: cinque stelle senza dubbi per un disco che fila
via liscio senza esitazioni e che, una volta messo sul
lettore, si rifiuta ostinatamente di scendere e lasciare
posto ad altri.…
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| Davide
Van De Sfroos: "E semm partì" |
Da
lontano vediamo le ombre farsi sostanza, i fantasmi perdere
il traslucido. Sentiamo i ricordi farsi parole, farsi suoni,
farsi canzoni. Arrivano dal fondo dei magazzini della memoria,
rotolano come barili vuoti e fanno un identico rumore. Le
parole hanno un retrogusto antico, polvere smossa da bauli
di ciarpame ingombi, "tira, mola e messeda", "i occ del luff
quand el cagna". Frasi che sentivo da bambino, ma qualcuno
le canta ora, nel mio dialetto! E le canta bene! |
| Max
Manfredi: "L'intagliatore di santi" |
E'
uno di quegli oggetti che non vogliono lasciarsi accarezzare.
E allora bisogna lasciarlo li', girargli intorno con circospezione,
lasciargli il tempo di decantare e consentirgli di entrare
in confidenza con te. Lui con te. Non tu con lui. E ogni giro
che fa, ora che si e' scaldato, scioglie una sua spira e la
lascia vorticare mollemente nella stanza. Si avvicina a me,
ma non per ghermirmi. Lo fa in modo garbato. Non mi adesca.
Mi comunica. Mi chiede. Mi penetra. |
| Francesco
De Gregori: "Amore nel pomeriggio" |
E'
bellissimo! Il principe e' tornato e canta per noi! E la notte
diventa magica, piena di fascino, come le donne bellissime
di Venezia, che "arrivano fin qua". Fotogrammi virati
seppia, fonogrammi dalle questure del regime, un filo nero
che unisce le piccole vicende degli ultimi gerarchi con le
prime luci di "una grande giornata"
e, sopra tutto, "Canzone per l'estate". |
| Eugenio
Finardi / Marco Poeta: "Fado" |
È
così bello poter parlare bene di un buon disco che
è davvero un peccato non poterlo fare sempre. Ma questa
volta il colpo è basso: mi hanno preso sul sentimento.
Per uno che ha "l'anima di fado" già al naturale,
un disco taliano che si intitoli "O fado" e che
contenga 18 piacevolissime canzoni è veramente un attentato
sentimentale. E così eccomi ancora con il cuore portoghese
a parlare di un grande disco. Grande e inatteso. Forse tanto
più grande perché inatteso. |
| La
Rosa Tatuata: "Bandiera genovese" |
"Tra
le pagine di me" sono due minuti di pura ambrosia, versata
a due mani in entrambi le orecchie; un grande testo al servizio
di una musica d'atmosfera pregnante. Come non correre con
la mente a "L'attimo fuggente" di Peter Weir, quando
l'attacco cita :"Piedi sul banco"? Il testo (immagino)
del brano e' di Fabio Terzitta, una delle collaborazioni di
qualita' presenti nel disco. |
| Daniele
Sepe: "Jurnateri" |
Evviva!
Daniele Sepe e' tornato! Ed e' tornato con un signor disco.
Devo confessarlo: ho sempre un po' di apprensione quando mi
avvicino a un nuovo disco di Daniele. Autore eclettico e dotato
di una maestria che gli consente di svariare tra generi completamente
diversi, non e' raro che Daniele si perda tra i meandri di
questa sua bravura e ci offra prodotti di difficile digestione. |
| Vasco
Rossi: "Stupido Hotel" |
Vasco
Rossi e' un genio! Non ci sono alternative. Non particolarmente
dotato, scrive canzoni modeste con testi indecenti, poi le
interpreta ed e' subito uno di quei casi in cui il risultato
e' superiore alla somma degli addendi. Vasco sembra ricoprire
quel ruolo da fool accettabile che e' stato per anni di Celentan,
quello a cui e' concesso essere politicamente scorretto (e
Vasco lo e'), ruvido, rude, illetterato e poetico al tempo
stesso. |
| Peppe
Barra: "Guerra" |
E invece,
ecco la sorpresa. Il disco e' bellissimo! Barra e' ispirato,
mette lo zampino nella composizione di quasi tutte le canzoni
(e, nella meta' circa, si nota anche il ritorno di Patrizio
Trampetti), traduce in napoletano uno dei capolavori dei fratelli
Mancuso e rielabora un paio di pezzi tradizionali, tra cui
una "Barcarola" da brividi intensi di piacere, dilata
i tempi, quasi sempre sopra i 4 minuti e porta a termine la
sua "Guerra", indubbiamente vincente. |
| Massimo
Bubola: "Giorni dispari" |
Massimo Bubola non sarà simpatico, ma ha sempre fatto
bei dischi e belle canzoni. Con pochissime eccezioni. "Giorni
dispari" non tradisce le aspettative e conferma la classe
dela cantautore veronese, tra gli habitués dei nostri
indimenticabili. In realtà è la riedizione di
un disco dell'81 con tre canzoni aggiunte. |
| Riccardo
Tesi: "Thapsos" |
Ci
sono dei dischi che, una volta saliti sul lettore, si rifiutano
di scendere. Non c'e' niente da fare. Tu li tiri giu'. Passa
qualche giorno, nei casi peggiori qualche ora, e li ritrovi
su. E a poco a poco ti accorgi che hanno iniziato a diventare
la colonna sonora della tua vita. E' il caso di Thapsos di
Riccardo Tesi e della sua Banda Italiana. Piccoli gioielli
sfavillanti affidati alle acrobazia dell'organetto diatonico
di Riccardo, alla voce di Maurizio Geri (in solo 5 canzoni),
ai cori degli ormai leggendari fratelli Mancuso. |
| Enzo
Jannacci: "Come gli aeroplani" |
Come
gli aeroplani che, prima o dopo, ritornano sempre a volare,
anche Jannacci Enzo, nato a Milano il 3 giugno del 1935, ritorno
ancora a volare. E ci ritorna con un cd di pura incazzatura:
un disco violento, privo di sfumature, senza mediazioni e
con tanta voglia di fare a cazzotti, con il mondo discografico,
con Berlusconi, con chi ti incatena in un angolo e ti toglie
il diritto di parlare, con i malanni dell'età, con il successo
che arriva e, come una puttana, senza neanche un bacio ti
lascia lì da solo. |
| Massimo
Ranieri: "Oggi o dimane" |
Sul
repertorio non c'è problema: 300 anni di storia conteranno
pur qualcosa, ma come fare per rinnovare il parco e proporre
versioni nuove? E qui entra in gioco Mauro Pagani con la sapienza
e la maestria che già aveva dispiegato a piene mani
in Creuza de Ma. Arrangiamenti ridotti all'osso, scarni, quasi
disadorni: ma qui compare un oud, là una zurna tunisina,
qua una korà e là un bouzouki. Poi mettiamoci
fisarmonica, zarb e sabbie (perché no?), il Dmbouka
e le percussioni, il cajon, le palmas e una spruzzata (non
di più, sennò il sugo viene troppo forte) di
chitarra flamenco. |
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| Dario
Salvatori: "Dizionario delle canzoni italiane" |
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"La
stanza del figlio" di Nanni Moretti |
Un
libro che promette quello che mantiene, fin dalla copertina, a ricalco
su quella celeberrima di Sgt Pepper's Lonely Hearts Club Band, ma
sostituendo alle icone scelte dai Beatles per racchiudere gli anni
'60, i volti dei più celebri cantanti degli ultimi 40' anni
di musica nazionale. Il "Dizionario delle canzoni italiane"
di Dario Salvatori, firma storica del giornalismo musicale italiano,
presenta in poco più di 500 pagine 1500 canzoni che hanno
fatto la storia, grande o piccola della canzonetta. |
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Capolavoro o
no? Difficile a dirlo. Ma sul momento in pochi hanno avuto il dubbio:
film che ha raccolto tutti i premi disponibili in Italia e tutti
meritatamente e anche la Palma d'oro a Cannes. Si piange, ogni tanto
si sorride. C'è della genialità anche nella rappresentazione
del dolore. Si chiede Tullio Kezich: "che Nanni stia diventando
un classico?" La risposta è probabilmente sì,
ma se si riesce a diventarlo senza svendersi e con un film rigoroso
e sul dolore come questo, beh tanto di cappello al "classico"
Nanni! |
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