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BiELLE INTERVISTE
 
Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli a Mantova
di Giorgio Maimone

Un incontro dove il protagonista è Francesco Guccini (o almeno uno dei protagonisti) non poteva non suscitare l’interesse delle folle. L’ampio spazio scenografico di Piazza Castello è riempito in ogni ordine di posti. Molti restano in piedi. Guccini domina la scena gigioneggiando, ma Macchiavelli regge bene il gioco. “Ho sempre detto, fin da piccolo, che avrei fatto lo scrittore o il giornalista. Ho fatto anche il giornalista (e se non avessi incontrato Alfio Cantarella dell’Equipe ‘84 forse lo farei ancora), ma da grande volevo fare lo scrittore. Ma non di gialli! In un giallo si deve sempre uccidere qualcuno (e nel primo giallo ne abbiamo “uccisi” 16 o 17!). Avevo però un’idea: la storia di un prete trovato morto, dalle mie parti, sotto la ruota di un mulino, in un periodo dell’anno in cui i fossi sono peraltro abbastanza asciutti. È vero, lui era ubriaco, perché se anche non indulgeva ai piaceri della carne indulgeva a quelli dello “spirito”, nel senso dell’alcol, ma, insomma, restava il mistero”.

“L’altra idea che mi era venuta era che il commissario che indagava su questo delitto, scoprisse il bandolo della matassa tramite una mossa del gioco delle carte. Proposi la storia a Loriano che mi rispose: “falla tu!”. Ma un romanzo giallo che parlava di temi come l’emigrazione italiana a fine ‘800 (uguale ad adesso: sbarchi notturni, buttati giù dalle navi al largo e chi sopravviveva poi doveva cavarsela. C’erano già i sans-papier, gli immigrati clandestini, ma forse tutto questo oggi non si può dire), un romanzo giallo siffatto, dicevano, non poteva interessare nessuno. Finché Franchini, il nostro editor della Mondadori ci disse: “Ma perché non lo fate insieme?”. E così è stato”.
“Com’è scrivere un romanzo insieme? Abbiamo un nostro piano di lavoro, un’impalcatura scegliamo un capitolo ciascuno e ci mettiamo al lavoro. Poi lo rileggiamo insieme, lo correggiamo e rivediamo il tutto. Restano comunque cappelle incredibili. In uno dei romanzi “l’Alcazar di Siviglia” è diventato “l’Alcatraz di Siviglia”! Nel primo romanzo il personaggio del maresciallo non è ben delineato: addirittura il nome, Bernardo Santovito, non salta fuori fino alla fine. Certo che ci siamo molto divertiti. Il bello è che alcune cose non lo sapevamo neanche noi come farle finire. Il giallo è un grande contenitore: ci si può mettere di tutto. L’hard-boiled (così faccio sapere che almeno con una delle “3 i” sono in regola) è più veloce. Il nostro è lento tiene il passo di certi montanari delle nostre parti. Lento e inesorabile. Io e Loriano viviamo in realtà nella stessa valle, tra il suo paese e il mio (Pavana) passano 30 km, ma cambia già il dialetto: più emiliano il suo, tosco-emiliano il mio. Il paese esiste davvero e anche il luoghi attorno, ma sono un misto tra i luoghi di Loriano e i miei. Nel secondo libro abbiamo incluso anche una mappa dei luoghi, ma non per facilitare il lettore, perché stavamo per perderci noi!”

Macchia: “Guccini la fa facile. Ma pensate fosse capitato a uno di voi che gli dicessero: “Tu domani scrivi un libro con Guccini”. È un grosso rischio. In primo luogo di essere sopraffatti dalla personalità di Guccini. È un personaggio ingombrante, famoso, grosso &#8230 non solo di fisico. Allora sono andato a trovarlo, gli ho espresso le mie idee: “guarda io scriverei così e così, in questo modo, con questi tempi”. E lui mi diceva sempre: “sì, sì, va bene”. Ero stupito di tanta disponibilità. E sono allora ho detto di sì, che avrei scritto il libro”.

Guccio: “abbiamo avuto anche diversi problemi col pc. Io uso il Mac e lui un pc. Non si parlano! Ogni tanto sì, ma non sappiamo perché. D’altra parte la mia tecnica per fare andare un Pc è prenderlo a bestemmie !

Macchia: “un altro problema è che io sono un animale diurno e lui no. E qui stava un’altra difficoltà. “Ci vediamo da Vito dopo cena” mi diceva. Per chi non lo sapesse Vito è l’osteria che rappresenta la seconda ... anzi, la prima casa di Guccini. Nel casino più totale! Io sono abituato alla tranquillità. Se sento abbaiare un cane gli sparo! È andata avanti così per un po’, fino alle due-tre di notte, finché non ce l’ho fatta più. E un giorno Francesco mi fa: “Scusa, ma perché mi rispondi se non ti ho fatto nessuna domanda?”. Allora gliel’ho detto: mai più così. Ci troviamo di pomeriggio, in casa! È andata meglio, da allora abbiamo scritto 4 romanzi, ambientati negli anni ‘40, nel 1960, negli anni ‘70 e, l’ultimo, tra fine ‘800 e anni ‘70.

Guccio: “A proposito di cappelle, nel terzo libro vado a vedere un film uscito qualche anno dopo, rispetto agli eventi narrati dal libro. Ma il titolo era troppo bello: un pezzo forte della cinematogria italiana, qualcosa come “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda” (“Spermula”, lo correggono dal pubblico). Ah, ecco: “Spermula”. Non potevamo non citarlo! La tentazione era troppa.

Macchia: “Tuttavia in tutti questi anni non sono riuscito a far sentire a Francesco una mia canzone, una canzone che ho scritto ... Veniamo tutti e due dalla valle del Reno, anche se da lui si chiama Limentra (un affluente del Reno, per questo lui è meno importante di me) e abbiamo sentito le stesse storie e conosciuto anche gli stessi personaggi, magari con nomi diversi, ma è stato bellissimo ritrovarli (e riconoscerli) nei libri che scrivevamo. Il potere delle radici comuni. Infatti scrivere un giallo alla Agatha Christie a noi non interesserebbe. Vogliamo parlare del sociale, far sapere ad altri come eravamo e come potremmo essere”.

Guccio: “Un personaggio femminile in un giallo, diciamocelo, crea qualche problema. È gioco forza che prima o poi andrà a letto con l’investigatore, ma noi storie d’amore non siamo bravi a scriverne. Abbiamo fatto come nei film americani degli anni ‘40. Si chiude la porta della camera e sfuma la scena. Poi quando la porta si riapre escono 4 bambini”

Iniziano le domande dal pubblico. Massicce. Tutti hanno letto i libri dei due, qualcuno ha addirittura letto quelli di Macchiavelli! Fioccano battute sul Governo. Attimi di difficoltà solo quando un giovane, seduto sotto il palco, dopo aver elencato 11 altre case editrici, chiede se sia proprio il caso, per loro, di far fare soldi alla Mondatori (la loro casa editrice). Guccini e Macchiavelli si arrampicano sui vetri: “È come dire ai lavoratori che ci lavorano perché non se ne vanno” (Macchia.- Errore, non è affatto uguale! - NdR). “Ma dentro ci sono dei buoni compagni” (Guccini -Buoni compagni? Ma se non ci sono più nemmeno i compagni? Razza estinta -altra NdR). “Feltrinelli non ci ha voluti” (Guccini -Ok. E le altre dieci? - sempre NdR).

Per il resto Guccini afferma di sentirsi un grande attore (ma celia) e annuncia il ritorno ai concerti dal 5 novembre, dopo un anno sabbatico (in cui ha ristrutturato la sua casa a Pavana, presa assieme ad altri quattro, ma i lavori che dovevano finire ad aprile non sono ancora terminati. Spiega tutto un informatissimo ragazzo tra il pubblico. Guccini chiede: “Cos’è? Come la barca di D’Alema?”). Spiega che vuole scrivere il suo terzo romanzo da solo (da Feltrinelli?) e che non si può proprio dire che lui sia un poeta, sennò scriverebbe poesie e non canzoni. Visto che la signora che l’ha chiamato poeta insiste il Guccio quasi si adonta e spiega come siano proprio mestieri diversi. “Le canzoni hanno bisogno della musica, vengono meglio, magari non cantate da me, ma vengono meglio!”. Macchiavelli gli spiega che “non bisogna mai contraddire un proprio lettore” e poi annuncia che “ebbene sì, farò un disco. Ho appena ultimato 11 canzoni ... che Francesco non vuole ascoltare” (ma scherza a sua volta). Poi autografi, baci e abbracci (ma nemmeno una canzone!) e fuori tutti in fretta che sta arrivando Bergonzoni e devono rimettere a posto la piazza.

Dibattito pubblico del 07-09-2002

   
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