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BiELLE
LIBRI |
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| Paolo Jachia: "Francesco
Guccini: |
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Perché se “Stagioni” era “una summa delle tematiche che accompagnano tutta la produzione artistica e intellettuale di Guccini: l’esistenzialismo, la polemica contro tutte le ingiustizie e lo scorrere inesorabile del tempo”, “Ritratti” si pone esattamente sulla stessa lunghezza d’onda e si può ben dire, con Jachia che Francesco impersona il ruolo “di cantore di storie e situazioni, personali e corali, con una straordinaria capacità di narrazione e di variare stile e tono, e dare vita e forza … a un’intera tavolozza di sfumature”. Su “Stanze”, invece, dopo aver fatto pelo e contropelo a uno stuolo di recensori che lui non nomina, ma dovrebbero chiamarsi di nome Riccardo e Giaime (e di cognome Bertoncelli e Pintor), scrive che è stato “il disco meno amato e meno capito di Guccini”. “Devo dire che resto attonito e non mi spiego – scrive Jachia – una così vertiginosa incomprensione del dettato gucciniano e della sua complessiva figura di uomo e di artista”. Non me la spiego neanch’io, caro Jachia, se non col fatto che le recensioni, per la maggior parte dei recensori sono “cosa di un attimo” e in realtà di “nullo momento”. Ossia, non sappiamo se Bertoncelli, tanto per citare il già citato da Guccini, avesse avuto mal di denti o la ragazza lo avesse appena lasciato o ancora avesse problemi economici nel momento in cui ha scritto quella livorosa stroncatura, certo ingenerosa e, tutto sommato, sbagliata. Quanto ci avrà dedicato? Un quarto d’ora? Mezzora? Esageriamo e facciamo una giornata. Resta sempre un’impressione di un attimo, di un periodo. Sui dischi e la musica in genere bisognerebbe avere tempo e modo di tornare a posteriori, oltre le cronache gazzettiere e rivedere, in chiave storica, buona parte dei giudizi. Li cambieremmo di sicuro quasi tutti. Certi entusiasmi del momento, immotivati, certe allergie altrettanto episodiche. E’ per questo, in fondo, che esistono i libri, per dare modo di lanciare uno sguardo “raffreddato” sul prodotto artistico che si esamina e collocarlo in un’opportuna chiave storica. “Stanze” è un bel disco, ma uscito in quel momento (coincideva con i primi articoli del Corriere sul “riflusso”) sembrava il testamento di un compagno che sceglie il personale e il disimpegno rispetto al politico. E lo fa con grande classe e poesia, ma è inevitabile considerare quanto siano più politici i dischi attuali di Guccini rispetto a “Stanze”. Musicalmente, poi, anche se Guccini ha sempre detto non fregargliene niente della musica, il disco riproponeva lo stilema del cantautore “palloso”: sei brani di quasi sei minuti a testa, zeppi di parole e scarni di musica (la sovrapproduzione successiva si sentiva essere appiccicata sopra). Comprensibile, no? Grazie però per aver voluto togliere di nuovo il coperchio da un’epoca dimenticata ed avere inquadrato il disco come un tentativo di “descrivere una crisi (un montaliano “delirio di immobilità”) e il clima esistenziale che ne deriva”. L’analisi di Jachia è puntuale e motivata, ogni tanto un po’ sforzata nel far rientrare comunque un’ascendenza letteraria che aveva già deciso, ma che in quel passaggio preciso non c’entrava più di tanto (Eliot e Leopardi. E’ vero che li cita lo stesso Guccini, ma non credo siano presenti in così tanti passaggi nei suoi testi). Lo stile di Jachia, poi si sa, è così simile a quello di Mario Fossati, storica firma del ciclismo nazionale. Si basano entrambi sulla sensazione che la ripetizione di un concetto lo renda assolutamente vero e quasi proverbiale. Fossati, ispirandosi in realtà al magno Gianni Brera, maestro in questo tipo di reiterazioni, ha ripetuto fino alla nausea la parabola del “cacciatore di elefanti che da vecchio diventa cacciatore di moscerini e, alla posta, ogni tanto abbatte un elefante” e Jachia ci ricorda ben 17 volte(! Esagero, ma non tanto - NdR) che Umberto Eco ha detto che Guccini è il più colto tra i cantautori, “perché ha saputo far rimare Schopenhauer con amare” (Cfr “Il frate”). Ma questo è un vezzo. Errore che, invece, non avremmo voluto vedere in un libro dedicato a Guccini è qualche errore nella citazione delle frasi, errore che, a volte, cambia il senso e altre lo appanna un po’. Ad esempio “La verità”: “la corsa solitaria riparte/ il vento mescola le carte” e invece era “la corsa solita riparte / il vento mescola le carte”, che tra l’altro è tema molto più gucciniano, il fatto che ci tocchi in sorte sempre la stessa immutabile vita quotidiana (oltre al fatto che “solitaria” fa sballare la metrica e Guccio errori simili non ne fa). Poi: “Incontro”. “Per la prima volta vidi quegli specchi, i quadri i soprammobili ed i suoi”. La frase invece è: “per la prima volta vidi quegli specchi, capii i quadri, i soprammobili ed i suoi”. Attraverso la visione, capisco … Non vedo e basta! E’ fondamentale la differenza. E anche “Canzone delle situazioni differenti”: “Di giorno bevo l’acqua e faccio il saggio/ di notte ho quattro soldi di messaggio da urlare in faccia a chi non lo raccoglie”. Che invece è: “Di giorno bevo l’acqua e faccio il saggio/ per questo solo a notte ho quattro soldi di messaggio”. Per questo, perché di giorno faccio il saggio ho quattro soldi di messaggio da comunicare di notte. C’è tutto un tema esistenziale. Lo strabere, lo strafarsi ma di notte, quando è un altro personaggio che calca la scena, non il timido e saggio Guccini delle tarde mattinate, ma l’intrattenitore delle notti fonde e fumose. D’altra parte che Guccini non si sia mai buttato via è noto: “ e noi non lo avremmo mai fatto/ e noi che non lo avremmo fatto mai/ quell’erba ci cresceva tutta attorno/ per noi crescevan solo i nostri guai”. Ma sono, in fondo, dettagli nel grande fiume della produzione gucciniana, analizzata più che bene. Forse Jachia è troppo generoso con le musiche, dopo che Guccini stesso ha dichiarato che delle musiche ben poco gliene cala. La produzione musicale di Guccini non può ascendere ai fasti a cui arrivano i suoi testi, tranne alcune meravigliose isole (“Asia”, “La bambina portoghese”, “Il vecchio e il bambino”, “Noi non ci saremo” ma ho citato a casaccio dallo scrigno delle perle). Chiude il libro un ampio capitolo di analisi dei romanzi di Guccini, comparati con le stesse storie narrate in canzone. Molto interessante e ben fatto. E un’intervista con Loriano Macchiavelli sulla sua produzione a quattro mani con Guccini. Ultima chicca la nota intervista di Lolli a Guccini su “Stagioni”. Si era aperto con un cantautore, Vecchioni, che introduceva a Guccini, si chide simmetrico con un altro “collega cantautore”. "Francesco
Guccini - 40 anni di storie, romanzi e canzoni" |
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aggiornamento: 22-01-2004 |