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"I giorni dell'abbandono": la delusione Faenza al festival del luogo comune

Dialoghi fiacchi e un libro "tradito"alla base del passo falso
di Luca Bartolini

Dispiace davvero molto parlare male di un film di Roberto Faenza, però mettiamola così. Se ieri sera avessi visto “I giorni dell’abbandono e il film in questione fosse stato firmato da un regista alle prime armi o se fosse stata un’opera prima, probabilmente nemmeno mi sarei preso la briga di commentarlo e probabilmente non mi sarei arrogato il diritto di scrivere questa recensione.

Ma la regia del film in questione è di Roberto Faenza, cioè uno dei registi italiani che hanno fatto vedere le cose migliori in questi anni con titoli come “Sostiene Pereira” (uno dei film più belli che abbia mai visto, un film che vorrei avessero visto tutti), “Prendimi l’anima”, fino ad arrivare allo stupendo e coraggiosissimo (si, fare un film che parla di mafia in Italia è ancora sinonimo di coraggio) quanto snobbato e dimenticato “Alla luce del sole” il film che narra la drammatica vicenda di Don Pino Puglisi interpretato, con una prova da grande attore, da Luca Zingaretti.

Visto che dai più bravi bisogna aspettarsi il massimo (e da chi dovremmo pretenderlo sennò), nel caso di questo film si può tranquillamente dire che dal massimo siamo molto lontani. “I giorni dell’abbandono” (tratto dall’omonimo libro di Elena Ferrante) racconta la vicenda di una moglie (Margherita Buy) che viene abbandonata insieme ai figli, dal marito (Luca Zingaretti) per una ragazza più giovane (la bellissima Gaia Bermani Amaral).

Nel raccontare una storia di questo tipo,sia per ciò che concerne le situazioni, sia per ciò che riguarda i dialoghi, sembra che si sia fatta una gara per non perdere nemmeno un luogo comune. Il film è stringatissimo nel primo tempo, quando la vicenda meriterebbe di essere approfondita maggiormente e tutto viene invece raccontato con una superficialità da soap-opera (a mezz’ora dall’inizio del film il marito è già definitivamente andato via di casa, i protagonisti hanno litigato due volte, la seconda in modo definitivo, lei è già in depressione..).

Mentre nel secondo tempo il film viene tirato inutilmente per le lunghe, tra situazioni così inverosimili da risultare quasi irritanti (come ad esempio il rapporto con il vicino di casa, un timido e riservato musicista interpretato da Goran Bregovic) fino ad arrivare al più banale, scontato e improbabile dei lieto fine (o supposto tale).

Un avvenimento fondamentale nel romanzo da cui il film è tratto è quello della traduzione di un libro nella quale è impegnata la protagonista proprio nel periodo in cui viene lasciata. Fondamentale perché funzionale all’analisi introspettiva del personaggio femminile dal momento che la protagonista “vede” la sua vicenda tra le pieghe del libro che traduce, con evidente valenza “terapeutica” e “catartica”.

Nel film invece sembra un episodio completamente avulso forse perché trattato in maniera così superficiale che sembra sia stato rappresentato solamente perché ci si sentiva in dovere di farlo. Sia chiaro, la trasposizione di un libro su grande schermo non deve per forza ricalcare il libro da cui è tratto; però piuttosto che affrontare una determinata parte di un libro in questo modo forse sarebbe stato meglio tralasciarla del tutto.

Riassumendo, si raccontano i giorni dell’abbandono ma solo superficialmente rappresentando gli aspetti più stereotipati di una situazione di quel tipo, ma senza minimamente abbozzare una analisi psicologica appena credibile dei personaggi.

Un motivo per andare al cinema a vedere questo film però c’è ed è una Margherita Buy convincente e commuovente, così brava da valere comunque da sola il prezzo del biglietto. Anche questo la dice lunga, una prova d’attore da applausi da parte della protagonista non riesce a salvare il film.

Sono un ammiratore di Luca Zingaretti e mi sarebbe piaciuto vederlo recitare un po’di più ma il fatto che il personaggio del marito fedifrago sia praticamente non raccontato se non marginalmente può essere una precisa scelta nell’economia del film. La vicenda si dipana dal punto di vista della moglie tradita alla quale il comportamento del marito sembra incomprensibile è ingiustificato. Non approfondire il personaggio del marito quindi può essere funzionale al fatto che anche lo spettatore si trovi, come la moglie, nella situazione di non poterlo capire.

Detto questo un passo falso capita a tutti. Io al regista di “Sostiene Pereira” “perdonerei” ben altro.

La frase: "Bambini, andate a letto!" (Ripetuto 7 volte da Margherita Buy, ogni volta che si rivolgeva ai bambini, in pratica)

Da vedere: se volete intuire quanto male può fare un amore che muore (ma ignorate il lieto fine)

       
   
Ultimo aggiornamento: 27-09-2005
 
   
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