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Alfredo del Curatolo: "Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano"
E io l'avrò capito? Mah ...

di Leon Ravasi

Da un po’ di tempo in qua le biografie dei cantautori si stanno caratterizzando per i titoli più strampalati che si riesca a pensare. Dopo “Quello che non so lo so cantare”, l’unica cosa brutta del bel libro di Deregibus su De Gregori (un parametro per chi scrive di cantautori) o “Il vangelo secondo De André”, arriva “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano” di Alfredo del Curatolo. L’approccio in questo caso è decisamente quello del “piccolo fan”, per cui ogni possibilità critica va a farsi benedire da subito, forse fin dal momento del titolo. Eppure ce ne sarebbe da parlare di Rino Gaetano, al di fuori dell’olografia e dalla convenzione che mal si presta a lui, personaggio così poco convenzionale.

Rino Gaetano era un ragazzo che scriveva canzoni. Come tanti. Anzi no, con un tocco di genio bizzarro in più. In 8 anni, dal 1973 al 1981ha inciso sei LP, un Q-disc assieme al Perigeo e a Riccardo Cocciante e 11 singoli a 45 giri, per un totale di una cinquantina di canzoni. Non per colpa sua, ma all’apice di una crisi creativa che non si può sapere a quali sbocchi musicali lo avrebbe portato, la mattina del 2 giugno 1981 sulla via Nomentana a Roma, dopo una notte passata a bere e a giocare a carte, come Fred Buscaglione, un colpo di sonno e uno scontro frontale contro un camion.

Lasciava, tra le cinquanta canzoni citate sopra, alcuni brani indimenticabili (“Mio fratello è figlio unico”, “Il cielo è sempre più blu”, “Aida”) e un’altra manciata di ottime canzoni (“Sfiorivano le viole”, “Sei ottavi”, “Escluso il cane” e, forse, “E cantava le canzoni”). La sua scrittura, ironica e aggressiva a un tempo, travalicava i limiti del “buon senso” e, a volte, del buon gusto. Rino scriveva a raffica, immune da vincoli come metrica, poesia, rima. La poesia di Rino era nelle cose concrete, nei racconti di tutti i giorni, nella giustapposizione di parole strausate e consunte dall’uso, fino alla perdita del significato, con altre invece appositamente ricercate. E un uso degli avverbi bizzarro e ficcante: “Tu, forse non essenzialmente tu”, “Ad esempio a me piace … il Sud” oppure, come in “Supponiamo un amore”, cercare sempre l’accesso più improbabile a una canzone: testi al servizio di una musicalità istintiva, facile anziché no, ma molto accattivante.

La biografia di Rino Gaetano potrebbe stare tutta in queste poche righe. Poi ci sarebbe da analizzare il suo modo di scrivere, in bilico tra assurdo e teatro, la sua faccia buffa, il suo amore per il sud, lui, di Crotone, ragazzo di Calabria emigrato a Roma. Resterebbe da analizzare perché dopo oltre 20 anni dalla sua morte, la sua fama gli sopravviva, fino ad aver portato l’estate scorsa una sua compilation, arricchita dal remix che Dj Molella ha fatto de “Il cielo è sempre più blu”, ai primi posti della classifica, senza una particolare promozione. Dieci anni prima Arezzo Wave organizzava un disco tributo per Rino con alcuni dei migliori nomi del nuovo rock italiano.

Da due anni, inoltre, Crotone ha deciso di ricordare il proprio figlio scomparso intitolandogli un festival di canzoni d’autore e un centro culturale: “Una casa per Rino”, indice anche questo di un affetto che non tramonta. Alfredo Del Curatolo è un fan dichiarato di Rino e il libro, puntualmente, ne risente. Conclusa un’ampia trattazione del tema in 74 pagine, non trova di meglio per le restanti 60 che ripetere i concetti già espressi, raggruppandoli per tematiche come fossero singoli saggi. Ma Rino Gaetano, con tutto il rispetto, ha scritto “Spendi spandi effendi” (“Essenza benzina e gasolina/ se mi dai un litro in cambio ti do Cristina”) e “Gianna”, non “Smisurata preghiera”. Il tema si sarebbe adattato più a una trattazione agile e svelta senza ripetizioni.

E a questo scopo adempiono bene le prime 74 pagine, per quanto troppo grondanti affetto per essere obiettive. Punto centrale dell’opera., la propensione di Rino al Teatro-canzone e la sua filiazione da lontano dai modelli milanesi di Giorgio Gaber e Enzo Jannacci. Può darsi per la vena surreale di alcune canzoni del secondo. I punti di contatto con Gaber mi sembrano molto sfumati. I saggi proposti da del Curatolo riguardano “Rino e il meridione” , “Gaetano e i cantautori” (a partire dal magico “batto quattro” di “Guccì. Vecchiò, Guccì, Vecchiò, Vendì, Dallà” fino alla presunta diversità di Gaetano, cantautore che non sa di esserlo, uomo di sinistra che rifiuta gli slogan, ma mi piacerebbe trovare uno slogan nel De Gregori di quegli anni), “Gaetano e il sogno del teatro: Gaber del sud o Petrolini del rock”, “Troppo tardi per l’eredità”: possibili eredi? Tanti, ma per un verso o per l’altro fermatisi per strada, come il pur promettente David Riondino o l’iniziale Vasco Rossi o ancora Elio e gli Skiantos, fino a Daniele Silvestri e Alex Britti e, ancora di più, Bobo Rondelli.

Resta il titolo curioso: “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano”: “Se mai qualcuno capirà – chiosa il libro – sarà senz’altro un altro come Rino Gaetano”, parafrasi tratta da “Ad esempio a me piace … il Sud”.


Alfredo del Curatolo
Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano

Selene edizioni - pag 144– 10,50 €
Nelle librerie

Ultimo aggiornamento il 14-04-2004

   
 

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